Le Guerre Marcomanniche

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LE GUERRE MARCOMANNICHE

Le cosiddette Guerre Marcomanniche, tra il 166 e il 180 d.C., furono il primo grande urto dell’impero romano con il mondo barbarico dopo la relativa pace sui confini instaurata da Augusto. Esse coinvolsero un vasto settore di popolazioni dell’area a nord del Danubio e conclusero con un fosco clima di angoscia e di tensioni il periodo radioso degli Antonini, il cui ultimo esponente Marco Aurelio era apparso come la realizzazione del sogno degli intellettuali e dell’ideale della società classica: il potere affidato fa un filosofo, che faceva dello stoicismo una religione razionale e umana, una norma morale da praticare senza speranza di premio o timore di castigo in questa o in un’altra vita, ma solo per la soddisfazione di seguire il sentimento del dovere.

Il conflitto, combattuto con il cupo senso di furore e di disperazione aleggiante nelle scene della Colonna Antonina, si protrasse per quasi quindici interminabili anni: esso segnò la crisi irreversibile della politica romana di frontiera, sostituendo sui confini la lotta armata ai traffici commerciali, che fino a quel momento avevano arricchito l’impero e attenuato gli squilibri delle sue strutture produttive. Le Guerre Marcomanniche riportarono in Italia il terrore delle invasioni dei barbari, dopo secoli di tranquilla sicurezza, ed imposero a Marco Aurelio, che definiva la guerra “un litigio di cani intorno a un osso”, l’ingrata missione di sobbarcarsene i disagi: le parole scritte dallo stesso Imperatore nei suoi testi evidenziano l’intimo travaglio e l’assoluta dedizione al dovere di quest’ultimo, che si rese conto di come la tanto celebrata potenza senza pari di Roma fosse in realtà più solida in apparenza che nella sostanza.

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LA SITUAZIONE SUL DANUBIO

Molto storici hanno cercato di spiegare in che modo l’Impero Romano sia stato colto così tanto alla sprovvista dall’invasione barbarica dei Marcomanni. Lo storico inglese Birley ha attribuito gli insuccessi iniziali a una sorta di “Blitzkrieg scatenata da una vasta congiura barbarica”: una sorta di guerra lampo, quindi, che avrebbe lasciato interdetti i soldati di frontiera.

In realtà, analizzando le più probanti ricostruzioni cronologiche delle Guerre Marcomanniche, è possibile intuire che il clamoroso attacco oltre le Alpi avvenne non all’apertura delle ostilità, bensì al culmine di un’offensiva snodatasi con una lunga serie di operazioni. I Romani, tra l’altro, seguivano da tempo l’evoluzione del composito mondo al di là delle frontiere e vi intervenivano talvolta con un’accorta diplomazia e talaltra con i metodi più persuasivi della forza: erano perfettamente a conoscenza dello sviluppo degli agglomerati produttivi, che consentivano il formarsi di un’aggressiva aristocrazia militare e che favorivano il passaggio dalla dispersione anarchica delle tribù ai più pericolosi raggruppamenti organizzati.

I Romani, quindi, non ignoravano quello che gli storici definiscono il “movimento dei popoli”, ossia il rimescolamento provocato dalle stirpi germaniche orientali con lo spostarsi dalle coste del Baltico all’interno, che determinava nel centro d’Europa un fenomeno ciclonico, da cui si irradiavano spinte a catena in direzione est-ovest e, soprattutto, nord-sud: ciò rendeva critica la posizione delle genti sull’alto e medio corso del Danubio le quali, compresse alle spalle e prive di spazi di riserva, erano indotte a cercare la sopravvivenza in una disperata offensiva contro l’Impero.

La documentazione letteraria e archeologica prova che le alte sfere politiche e militari dell’Impero Romano avevano ben previsto la burrasca, che si stava addensando sulla sezione superiore e centrale del grande fiume, una cerniera vitale fra le parti occidentale e orientale dell’impero.

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LA GUERRA IN ORIENTE E LA PESTE

Fra il 166 e il 167 d.C., i Longobardi, gli Obi e altre tribù, compresa forse qualche banda di Marcomanni, varcarono il Danubio ghiacciato e attaccarono il fronte del Norico, male presidiato da 14 coorti di fanteria e da 4 ali di cavalleria degli ausiliari della Pannonia Superiore. Soverchiate le difese, si inoltrarono da Lauricumo (Enns) sulla strada Iulia Augusta, suscitando il panico fino a Verona, prima di venire ricacciati dalle forze romane.

Nella seguente primavera un altro assalto investì la Dacia: a Vicus Pirastarum (Verespatak), una zona di miniere d’oro, gli scavi hanno riportato alla luce varie tavolette (la più recente è datata 29 maggio 167 d.C.) seppellite in fretta al momento dell’invasione.

In realtà, l’Impero Romano, uscito vincitore ma spossato da un conflitto in Oriente, versava in serie difficoltà. Nel 161 d.C., il re dei Parti, Vologese III, aveva colto l’occasione della morte di Antonino Pio per mettere le mani sull’Osroene. La controffensiva, affidata a Lucio Vero, il fratello adottivo di Marco, era andata a rilento e solo nel 163 aveva ottenuto un primo risultato strategico, sottraendo l’Armenia al controllo dell’avversario. Finalmente, due anni dopo, le armate imperiali (guidate da esperti generali, che supplivano alle carenze militari di Lucio Vero) sferrarono l’attacco: una colonna mosse da Nisibi, mentre un’altra discese l’Eufrate, vinse una grossa battaglia a Dura Europos e conquistò Seleucia e Ctesifonte, la capitale partica.

Fu un rilevante successo, pagato però a caro prezzo, nonostante che gli storici ufficiali, per adulare Lucio Vero, gonfiassero le perdite nemiche e minimizzassero ridicolmente quelle romane, tanto da scatenare la perfida ironia del celebre scrittore Luciano di Samosata.

I reparti che rientravano dall’Oriente, però, si portarono dietro non solo l’onore e la vittoria, ma anche un’atroce compagna, che prese l’abitudine di compiere altre visite nell’Impero con tragica periodicità: un’epidemia di incerta natura (forse vaiolo o peste bubbonica) che si caratterizzò subito per l’elevatissima mortalità, aprendo vuoti paurosi nel potenziale demografico e nelle forze armate.

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L’ATTACCO DEI BARBARI

Con un’accorta scelta dei tempi, nel 168 d.C. i barbari presero l’iniziativa sul confine danubiano, difeso da presidi assottigliati dalla peste e dall’incompleto rientro dei distaccamenti, lanciando un assalto di dimensioni inusitate, che sembrò il simultaneo avventarsi sull’Impero di tutte le genti a nord del grande fiume: vi parteciparono popolazioni germaniche, sarmatiche (che trasmisero agli alleati le tecniche di combattimento con l’arco e la cavalleria) daciche e slave.

Mentre i tentativi di parare la minaccia crollavano a causa dell’epidemia che mieteva innumerevoli vittime fra le truppe raccolte ad Aquileia, fra queste lo stesso Lucio Vero (cosa che costrinse Marco Aurelio a lasciare il campo e tornare a Roma per celebrare i funerali del collega), l’offensiva produsse il massimo sforzo sul medio Danubio. Gli assalitori, guidati dal re dei Marcomanni Ballomar, scardinarono le difese e annientarono le forze imperiali della Pannonia Superiore in una battaglia di incerta localizzazione, in cui caddero il governatore della provincia, Giulio Commodo Orfitano, e il comandante della XIV Legione Gemina.

Nel maggio 169 d.C., poi, gli assalitori irruppero in Italia, distruggendo Opitergium (Oderzo) e tentando invano di espugnare Aquileia, prima di ritirarsi per mancanza di viveri e per evitare le contromanovre romane. Intanto, l’attacco coinvolgeva altri settori, dalla Rezia alla Dacia, mentre i Costoboci, inoltratisi nella penisola balcanica, si spingevano fino in Grecia, danneggiando il venerando santuario di Eleusi.

Consapevole che la partita era assai impegnativa, Marco Aurelio non esitò a mobilitare allo spasimo le magre risorse materiali e umane: secondo le cronache di Cassio Dione, quasi l’intera somma lasciata da Antonino Pio nelle casse statali, pari all’impressionante ammontare di 2700 milioni di sesterzi, venne assorbita dalla guerra. Alcune fonti affermano che Marco Aurelio fu persino costretto a vendere all’asta, nei Mercati di Traiano, molte suppellettili della casa imperiale per coprire le spese del conflitto con i barbari. Quel che pare certo è che l’Imperatore svalutò la moneta argentea riducendo il fino dall’85 al 75 per cento, aumentò la pressione fiscale (non di rado con espedienti consoni alla rapacità di un burocrate piuttosto che all’equità di un filosofo) ed introdusse, almeno in Egitto, l’annona militaris, una contribuzione in natura, forse per sopperire ai rifornimenti dell’esercito.

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LA CONTROFFENSIVA ROMANA

La controffensiva fu preparata con metodo e cura. Alla testa delle sue unità, Marco Aurelio pose esperti generali come Claudio Pompeiano, Elvio Pertinace, Vitrasio Pollione e Valerio Massimiano; per colmare i vuoti fra le truppe, arruolò schiavi e gladiatori, ed impiegò in servizio di guerra i corpi di polizia urbana dell’Oriente. Pretese inoltre dalle città dell’Impero la continua fornitura di contingenti, finché quelle iberiche, stremate, rifiutarono di dare leve, costringendo l’Imperatore a soprassedere. Marco Aurelio aumentò la forza campale con l’istituzione di due nuove legioni, la II e la III, ambedue chiamate Italica in quanto reclutate nella penisola, dove da tempo non si coscrivevano più truppe.

Si trattò letteralmente di un contingentamento di massa. Alla campagna, infatti, presero parte reparti della Legio III Augusta, dislocata a Lambesi in Africa, della Legio X Fretensis, con sede a Gerusalemme, e della Legio XII Fulminata, stanziata in Oriente, nella quale militavano molti cristiani: più tardi, i testi cristiani attribuirono proprio alle preghiere di questi ultimi l’evento prodigioso del “miracolo della pioggia” (vedi foto), rappresentato nei rilievi della Colonna Antonina, che salvò i romani dalla sete e travolse con l’alluvione il nemico (i pagani lo ascrissero invece al dio Hermes o all’intercessione del sacerdote egiziano Harnufis).

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Le operazioni, cominciate alla fine del 169 d.C., furono condotte con abilità e decisione, tanto che già nel 171 d.C. l’invasore poteva considerarsi ricacciato oltre i confini. La guerra proseguì però con il piano formulato da Marco Aurelio per spezzare Il centro del dispositivo avversario: mentre la diplomazia romana sobillava le tribù per disgregare la coalizione barbarica, le armate guidate dall’Imperatore varcarono nel 172 d.C. il Danubio, sconfissero e obbligarono alla resa i Quadi, rompendo così il fronte nemico in due tronconi. L’anno seguente si volsero a ovest contro i Marcomanni, ai quali non restò che capitolare. Infine, nel 174 d.C., rovesciato lo schieramento, sferrarono il colpo decisivo agli lazigi, infrangendo la resistenza dell’ultimo contendente. La pace fu concessa a dure condizioni.

I popoli vinti dovettero accettare vessatorie clausole limitatrici della loro libertà: consegnare le armi, sgombrare il terreno prospiciente il confine, restituire i prigionieri e fornire contingenti all’esercito romano, per rimpolparne il potenziale demografico. Occorreva battere il ferro finchè era caldo, e Marco Aurelio pensò persino di creare due nuove province, la Marcomannia e la Sarmazia, per dare maggiore solidità alla frontiera imperiale.

AVIDIO CASSIO

Tutto si rimescolò nel maggio del 175 d.C., quando il Governatore dell’Oriente Avidio Cassio tentò di usurpare il trono imperiale, spinto probabilmente dalla falsa notizia della morte di Marco Aurelio. La spada di un centurione, bramoso di premi e di carriera, liquidò presto la partita, uccidendo il Governatore ed infrangendo così, per usare le parole di Cassio Dione, “il sogno di un impero durato appena tre mesi e sei giorni”.

Non si trattò tuttavia di una folle ed estemporanea avventura.

Avidio Cassio, forte di larghe aderenze e della riconoscenza dei proprietari per la repressione della rivolta dei contadini e dei pastori del delta del Nilo, ottenne il sostegno di molte province orientali e puntò sulle aspirazioni autonomistiche delle aristocrazie cittadine, sul loro malcontento per la sfibrante guerra sul Danubio. Marco Aurelio valutò il pericolo: sospese le operazioni militari — dando così ai barbari un prezioso respiro — e fece un lungo viaggio in Oriente per recuperare i consensi.

Ciò ebbe due conseguenze gravissime. Da un lato, diede ai barbari un prezioso respiro, ma dall’altro (cosa ancor più grave nella valutazione delle conseguenze posteriori) influenzò la sua decisione del 177 d.C. di associare Commodo al vertice dello Stato, rompendo la “prassi dell’adozione del migliore”, seguita fino a quel momento dagli Antonini. Senza dubbio, l’affetto paterno e la difficoltà di escludere il figlio dal trono ebbero il loro peso: d’altronde, fino ad allora il problema non si era posto, dato che nessuno dei predecessori da Nerva ad Antonino Pio aveva avuto eredi maschi. Il fatto era che, per Marco Aurelio, la successione “di sangue” assumeva un suggello di sacralità, di manifestazione della provvidenza degli dei, grazie alla quale Commodo avrebbe potuto governare al di sopra delle parti, attorniato dai consiglieri paterni.

Sarà un errore fatale.

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LA RIPRESA DELLE GUERRE MARCOMANNICHE

Nel frattempo, forte della crisi interna all’Impero, il conflitto si riaccese sul Danubio nel 177 d.C., per iniziativa dei barbari, insofferenti delle dure condizioni loro imposte. Marco Aurelio, accorso sul posto con il figlio, neutralizzò abilmente gli lazigi facendo loro alcune concessioni e condusse una guerra di sterminio contro gli irriducibili Quadi e Marcomanni. Le armate romane ottennero nuove vittorie sotto la guida del brillante generale Tarruteno Paterno, e nel 179-180 svernarono nel cuore del paese nemico, come appare dall’iscrizione rupestre di Trentin, in Cecoslovacchia.

Il 17 marzo 180 d.C., però, l’imperatore filosofo moriva a Vindobona (Vienna), stroncato dagli stenti o forse dalla peste; poche settimane dopo, Commodo concludeva la pace. La storiografia antica definì “ignominiosi” i trattati stipulati dal nuovo Imperatore e accusò Commodo di averli stipulati, contro il parere di tutti i suoi consiglieri, per motivi futili o ignobili, quali “l’odio per le gelide acque del Danubio e la brama della dolce vita di Roma”. Oggi, appare abbastanza inverosimile che il giovane Commodo potesse imporsi al fronte compatto dei grandi personaggi che erano stati intorno al padre e che avevano un vasto seguito nella società e nell’esercito: del resto, l’Historia Augusta asserì l’esistenza di un “partito della pace” nel consiglio e nello Stato Maggiore, che fu probabilmente corresponsabile nella stipulazione dei trattati.

Il ceto di governo e i generali sapevano bene infatti che, se i barbari si trovavano sull’orlo del collasso, anche l’Impero Romano aveva il fiato corto: non c’era quindi motivo di proseguire una campagna per ragioni di prestigio, quando l’unico obiettivo realistico, ossia la sicurezza della frontiera, appariva raggiunto.

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LA CRISI IMPERIALE

Nella compagine imperiale affioravano le crepe, appena rivelate dall’usurpazione di Avidio Cassio, e l’orizzonte si oscurava in vari settori: mentre in Armenia la fazione partica rovesciava il re filoromano, in Africa le tribù dei Mauri si spingevano fino a razziare la Betica, in Spagna. Gli incerti fondamenti del benessere dell’età degli Antonini iniziarono a disgregarsi: le aristocrazie cittadine, schiacciate dalle richieste dello Stato e dagli obblighi del rango, sentivano il morso della crisi e cercavano di sottrarsi alle onerose magistrature, intaccando così il delicato equilibrio dell’ordinamento costituzionale.

Al di sotto, fra i ceti medio-bassi, le acque apparivano ancora più agitate. Un oscuro profeta cristiano esprimeva le ansie e la rabbia dei poveri con il vaticinio del crollo di Roma e del mondo nel 195 d.C. e della spietata ira che ci sarebbe stata contro i Romani. A ciò si aggiungevano le continue rivolte delle fameliche e riottose folle urbane, il montare del brigantaggio verso forme di endemica guerriglia contadina (grosse bande infestavano la Macedonia, la Tracia, l’Illirico e la stessa Italia), le fughe e i massicci passaggi al nemico: a tale riguardo Cassio Dione, che fu Governatore della Pannonia in periodo severiano e che potè quindi consultarne gli archivi, scrisse che, fra il 172 e il 175 d.C., i Quadi e gli lazigi restituirono rispettivamente 50.000 e 100.000 persone, “non solo prigionieri di guerra, ma anche gente che all’ordine imperiale aveva preferito la libertà barbarica”.

LA CRISI SPIRITUALE E CULTURALE

Intanto, si trasformavano radicalmente il clima spirituale e la cultura, una componente essenziale del fragile gioco di prestigio su cui poggiava l’Impero. Già dall’inizio del II secolo d.C., il razionalismo del pensiero classico e l’ottimistico senso di venerazione dinanzi al cosmo visibile subivano l’assalto logorante delle dilaganti tendenze mistiche, che cercavano di gettare un ponte per congiungere psicologicamente l’individuo e la divinità. Si diffondeva nella gente una sorta di “pessimismo cosmico”, per dirla alla Leopardi, che denunciava il “demone ignorante, il mascalzone che creò il mondo, regno del male e deserto popolato di bestie feroci”.

Esso indicava il confuso aggrovigliarsi di problemi che si affacciavano sugli strati medi urbani, esclusi dal prezioso classicismo delle élites; a peggiorare ancor più il clima, l’aspra tensione delle guerre e le micidiali epidemie facevano crollare gli argini. L’ondata prorompeva nella società, fino a inquinare la cultura delle classi elevate, deturpando con la superstizione ogni aspetto della religiosità tradizionale; l’universo si popolava di presenze demoniache e di incubi, alimentando un incredibile proliferare di attese di prodigi, di sogni e di rivelazioni, di riti magici, di pratiche divinatorie, di sette misteriche, di mistificatori e di profeti.

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Secondo alcuni, con le sue meditazioni, Marco Aurelio avrebbe spalancato il portone di questo misticismo, essendone il primo responsabile. Ora, è vero che Marco Aurelio scriveva di “un solo mondo che contiene tutto, un dio che penetra tutto, una sola sostanza e una sola legge”, ma lo faceva sempre e comunque restando nell’alveo del concetto classico dell’unità delle cose ordinata dal volere divino. Il rifugiarsi nell’intimo (“dentro di te c’è la fontana del bene, che è sempre pronta a sgorgare”) non era, in lui, un cedimento al misticismo, bensì un mezzo per sfuggire alla realtà esteriore, la quale conservava però intera la sua solidità.

I difensori del pensiero razionale, però, stavano combattendo una battaglia perduta. Nel Ponto, un ciarlatano di nome Alessandro di Abonoteichos ideava nel frattempo il “Mistero di Glykon”, una supposta reincarnazione del dio greco Asclepio, ottenuto adattando a un serpente addomesticato una sembianza semiumana di stoffa e crini di cavallo. A dispetto dell’ironia da parte di Luciano di Samosata, questo nuovo culto raccolse impressionanti consensi, e si radicò per circa un secolo in Mesia, in Dacia e persino a Roma.

Nell’ambito di questa surreale atmosfera, divenne normale pensare che la peste che aveva sterminato esercito e popolazione dell’Impero avesse avuto origine nella violazione dell’oscura scienza dei Caldei, compiuta dai soldati di Avidio Cassio nella presa di Seleucia e di Ctesifonte, tanto che si propose da più parti di combatterla non con la scienza medica di Galeno, ma con i riti propiziatori, mobilitando così sacerdoti di tutte le religioni per immunizzare Roma con esorcismi e purificazioni.

Cassio Dione, interdetto da quanto stava accadendo, scrisse che “dopo la morte di Marco Aurelio la nostra storia volge da un impero d’oro a uno di ferro arrugginito”. L’imperatore filosofo, con una dedizione da autentico santo laico alla sua ingrata missione, aveva allontanato la minaccia dei barbari e siglato l’ultima, splendida pagina dell’impero umanistico. È vero, non riuscì a compiere il prodigio di sanare le molteplici piaghe di un vastissimo Impero, ma tuttavia Cassio Dione sentì il dovere di rivolgere un tributo di riconoscenza al grande Imperatore.

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