Giustiniano

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GIUSTINIANO

Su molti libri scolastici, Giustiniano viene spesso definito come l’ultimo dei grandi imperatori romani, anche rifacendosi al titolo di cui già i suoi contemporanei lo gratificarono: gloria et salus Romanorum.

Non c’è dubbio che la fama dell’uomo che dal 527 al 565 d.C. resse il trono dell’Impero Romano d’Oriente fu subito immensa, riempiendo documenti e resoconti dal Medioevo ai giorni nostri. Come Alessandro Magno e Giulio Cesare, anche Giustiniano entrò a far parte di quella schiera di statisti e condottieri destinati non solo a fissare un’epoca, ma a influenzare i secoli a venire: Giustiniano rimase a lungo il simbolo dell’ideale romano, costituito dall’unione fra l’universalità dell’impero e quella della religione cristiana. Unico doveva essere il dominio sulla terra, perché unico e signore di tutto l’universo era il dio al quale si ispirava.

Il giudizio degli storici sul grande Imperatore è naturalmente molto articolato e controverso, data la molteplicità e complessità della sua azione, non solo in campo militare e giuridico, ma anche economico e amministrativo. Tuttavia il verdetto popolare è già stato formulato, e lo stesso Dante Alighieri ha posto questo personaggio in Paradiso fra gli spiriti attivi, intento a guidare il volo dell’aquila romana verso Occidente, dopo che Costantino il Grande, spostando la capitale da Roma a Bisanzio, aveva compiuto il tragitto opposto.

L’IMPERATORE GIUSTINO

Giustiniano (vero nome, Pietro Sabbazio) era nato nel 482 d.C. nel villaggio di Ramaisso, presso l’odierna Skopie, da famiglia di contadini. La località si trovava nella prefettura dell’Illirico, comprendente le attuali Serbia e Croazia, oltre alla Bulgaria e all’Albania settentrionale: la sua terra da almeno tre secoli costituiva uno dei baluardi della romanità, vero serbatoio di soldati e imperatori (basti ricordare fra gli altri Claudio II, Aureliano e Diocleziano, tutti abili generali e uomini di governo).

La fortuna di Pietro Sabbazio, secondo lo storico Procopio, trova origine nell’intraprendenza di suo zio Giustino che, evidentemente stanco della vita contadina, decise di tentare la sorte, insieme a due compagni, arruolandosi nell’esercito. Favoriti dalla prestanza fisica, essi furono accolti nella guardia imperiale e Giustino vi fece ben presto carriera, ricoprendo importanti incarichi durante alcune campagne militari in Asia Minore, giungendo infine a comandare la guardia di palazzo vera e propria (gli excubitores, corpo sceltissimo di trecento uomini).

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I tempi per l’Impero erano decisamente complessi: l’Occidente era ormai franato sotto i colpi delle invasioni barbariche, mentre l’Oriente, costretto alla difensiva, era minato da conflitti interni di natura etnica, sociale e religiosa. Guerre e rivolte erano all’ordine del giorno, e la scalata alle vette della gerarchia sociale poteva risultare relativamente facile a persone particolarmente dotate: era certamente il caso di Giustino, nonostante egli fosse analfabeta. Alla morte dell’imperatore Anastasio, l’ex-contadino trace salì infatti al trono, dopo aver messo da parte i legittimi eredi in circostanze non del tutto chiare (418 d.C.).

Sono stati molti gli storici che hanno ironizzato sulla carenza di cultura di questo Imperatore settantenne (pare che per firmare gli atti imperiali egli dovesse servirsi di un apposito stampino di legno con incisioni): egli dovette tuttavia essere uno statista assai avveduto, almeno a giudicare dal modo in cui provvide alla successione, eterna nota dolente del potere imperiale. Giustino aveva infatti quattro nipoti: Justo, Boraide, Germano e Pietro Sabbazio. Tutti erano stati chiamati a Costantinopoli per perfezionare la propria preparazione ed intraprendere la regolare carriera negli affari pubblici. Germano era indubbiamente una personalità notevole, ma il favorito fra i quattro restava il più anziano Sabbazio il quale, nel momento stesso in cui lo zio divenne Imperatore, fu adottato col nome di Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano.

GLI INIZI DI GIUSTINIANO

Il nostro prescelto aveva già sulle spalle una rapida e proficua carriera militare come ufficiale della guardia imperiale, sebbene non si abbiano notizie di una sua particolare predilezione per la professione delle armi. In seguito si ebbe la promozione a comandante dei domestici, la guardia personale dell’imperatore, e la nomina a comes militum paesentalis, un vero e proprio generale di corte che poteva comandare truppe della riserva strategica.

Nel 521 d.C. avvenne il passaggio alla carriera civile, col rivestimento della carica di Console, ormai simbolica ma sempre prestigiosa: Giustiniano ne approfittò per blandire la plebe di Costantinopoli, offrendo spettacoli e banchetti gratuiti secondo la migliore tradizione imperiale. Fu anche grazie a questi provvedimenti che nel 527 d.C., pochi mesi prima della morte di Giustino, Giustiniano venne associato al trono imperiale, anche se molti storici (Procopio in testa) affermano che da almeno un anno egli stesse sostanzialmente già governando l’Impero.

Gli anni di apprendistato presso lo zio furono in ogni caso estremamente preziosi per Giustiniano: partecipando al governo, infatti, egli ebbe modo di rendersi conto della situazione in cui versava il maestoso Impero dei Cesari. In Occidente, dal 476 d.C., non vi era più un Imperatore: l’Italia era in mano agli Ostrogoti, Gallia e Spagna erano perse ed il Mediterraneo aveva cessato da tempo di essere un “lago romano”. A Oriente premevano i Persiani, e sul Danubio masse sempre più dense di barbari (Unni, Slavi, Gepidi, Avari) si facevano minacciose, obbligando Costantinopoli a umilianti giochi diplomatici, come quello di comprarsi la pace a suon di solidi d’oro.

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Anche sul fronte interno, la situazione non era migliore: infuriavano soprattutto le dispute religiose, dietro le quali molto spesso si celavano problemi di natura sociale ed etnica. La corrente ortodossa della Chiesa, appoggiata ultimamente da Giustino, fronteggiava quella monofisita (per la quale esisteva una superiorità della natura divina di Cristo su quella umana, mentre per la prima Cristo era un’unica persona con due nature), che contava vasti appoggi popolari in Siria ed Egitto.

Sia in Occidente che in Oriente, poi, si assisteva a un’espansione incontrollata del latifondo, che espropriando i piccoli e medi agricoltori andava a privare lo Stato non solo di cospicui cespiti fiscali, ma di un potenziale militare di notevole importanza. Questi enormi possedimenti, specialmente in Asia Minore, erano deleteri anche per l’azione di svuotamento e corrosione che essi compivano all’interno delle strutture imperiali, con la loro economia chiusa e la sottrazione dì risorse ben altrimenti utilizzabili. Il commercio e l’artigianato industriale ne risentivano vistosamente.

Restava poi l’annoso problema di un’amministrazione efficiente e onesta, che facesse gli interessi degli amministrati piuttosto che degli amministratori: un’aspirazione che sembrava irrealizzabile da quando, sotto l’imperatore Zenone, era divenuta ufficiale la pratica dei suffragia. Fin dall’inizio del IV secolo d.C., infatti, grandi cortigiani avevano accumulato fortune immense raccomandando candidati per le cariche imperiali (i suffragia, appunto). Con Zenone lo Stato, a corto di denaro, monopolizzò tale pratica, vendendo esso stesso gli incarichi pubblici a prezzo esorbitante. Un governatore di provincia poteva spendere una cifra notevole per ottenere questa carica a vita, ed era quindi logico che egli poi cercasse di rifarsi a spese dei suoi amministrati.

Giustiniano, al momento della successione al trono, aveva indubbiamente idee molto chiare sul da farsi. Per lui, profondamente religioso e impregnato di romanità, non dovevano sussistere dubbi: i barbari che calpestavano i territori di Roma dovevano essere cacciati, e l’impero riunificato sotto il monarca cristiano, che con la protezione e per volontà di Dio agiva in questo senso. Il sovrano era il rappresentante di Dio in terra, e come tale non poteva che essere universale. Su queste basi Giustiniano, come del resto alcuni suoi predecessori, riteneva suo diritto-dovere intervenire nelle dispute della Chiesa, alfine di garantirne l’unità.

Sul piano più strettamente operativo, egli considerava indispensabile un’amministrazione efficiente e onesta e la certezza del diritto, riformando la legge e garantendo i tribunali da ogni corruzione.

TEODORA

Salito al trono, Giustiniano si mise immediatamente al lavoro, coadiuvato dall’imperatrice Teodora, che in fatto di equilibrio e fermezza morale rappresentava il complemento ideale dell’Imperatore.

Di origini umilissime, Teodora aveva esercitato da giovane il mestiere di danzatrice del circo. Rimasta orfana di padre in tenera età, aveva avuto una vita travagliata e avventurosa, che l’aveva portata a viaggiare in Africa, Egitto e Siria. Lo storico Procopio infierisce su di lei, presentandocela come una campionessa di cinismo e perversioni sessuali: egli racconta che Teodora, divenuta amante di un alto ufficiale chiamato Hecebalo, fosse stata ripudiata da costui e obbligata a darsi alla prostituzione per guadagnarsi da vivere. Tuttavia, fermatasi per qualche tempo in Egitto, avrebbe preso contatto con la religione cristiana monofisita, cambiando genere di vita.

Tornata a Costantinopoli, e stabilitasi nei pressi del palazzo imperiale, conobbe infine Giustiniano, che sino a quel momento non sembra avesse manifestato un particolare interesse per le donne. L’Imperatore si innamorò perdutamente di Teodora, causando un enorme scandalo a corte perché, anche se la penna velenosa di Procopio arricchisce sicuramente il curriculum vitae di Teodora, nondimeno si può ragionevolmente pensare che l’ambiente delle ballerine da circo non fosse precisamente dei più castigati.

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Finchè l’imperatrice Eufemia, la moglie di Giustino, rimase in vita, di matrimonio non fu neanche il caso di parlare; morta Eufemia, però, il più malleabile Giustino non frappose altri ostacoli, e poiché una legge vietava espressamente le unioni fra personaggi di dignità senatoria (quale era Giustiniano, e le etere (come Teodora), l’innamorato erede al trono trovò modo di modificare anche la disposizione giuridica.

Quando Giustino, ormai gravemente malato, conferì nell’aprile del 527 d.C. la dignità augusta al nipote, associandolo al trono, Teodora colse infine la sua rivincita completa, assumendo, in qualità di legittima consorte, il titolo di imperatrice.

Ora, non c’è dubbio che Giustiniano ebbe ragione nel valutare le qualità di questa ex-ballerina: a dispetto dei suoi (probabili) intrighi di corte, Teodora fu una vera sovrana, ben conscia dell’importanza e della dignità del suo ruolo. I suoi ritratti, come quello del mosaico della basilica di San Vitale a Ravenna, sembrano ispirati a una severa e composta maestà, da vera imperatrice cristiana.

LA RIVOLTA DI COSTANTINOPOLI

La forza di carattere di Teodora venne presto in luce in occasione della rivolta scoppiata a Costantinopoli nel 532 d.C.: la città sul Bosforo era una vera e propria metropoli, vicina al milione di abitanti, con una serie di problemi logistici molto gravi, soprattutto in materia di approvvigionamenti (erano circa 80.000 le persone aventi diritto a distribuzioni gratuite di alimenti da parte dello Stato). I tagli alle spese governative nel campo dei trasporti effettuati dal prefetto del pretorio Giovanni di Cappadocia, che avevano creato problemi circa i rifornimenti, e la rinnovata stretta fiscale avevano maldisposto la plebe urbana verso questo funzionario così importante per il regolare ritmo della vita cittadina.

L’ordine interno era inoltre minacciato dagli scontri quotidiani tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri, gruppi organizzati tesi a comporre le prevalenti fazioni nelle corse dei carri da tenersi al Circo. Come spesso accade, tuttavia, quando nelle manifestazioni agonistiche il tifo diviene fenomeno di massa, alla passione per i ludi si mischiavano spesso e volentieri motivi d’ordine politico e sociale. Gli imperatori facevano a gara per blandire questi gruppi, tra l’altro divisi sia sul piano religioso che sociale, in quanto i Verdi erano legati al monofisismo e alla borghesia commerciale, mentre gli Azzurri all’ortodossia e alla vecchia aristocrazia terriera. Giustiniano propendeva per questi ultimi.

Gli scontri di piazza si erano succeduti senza tregua negli ultimi anni, ma quando alla fine la situazione dell’ordine pubblico giunse a un punto tale da indurre le autorità a prendere decisamente in pugno la situazione, le due fazioni si coalizzarono chiedendo le dimissioni dei principali collaboratori di Giustiniano, tra cui anche il giurista Triboniano.

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La situazione precipitò in pochi giorni, con il palazzo imperiale stretto in un cerchio d’incendi e la polizia urbana impotente nel ristabilire l’ordine. In questo frangente decisamente turbolento, Giustiniano fece un grave errore tattico, accettando le richieste degli insorti i quali, ormai consapevoli della loro forza (e probabilmente sobillati da alcuni aristocratici scontenti), arrivarono a chiedere persino la sostituzione dell’Imperatore con il principe Ipazio, parente di Anastasio, verso il quale era sospettata di simpatie persino la Guardia Imperiale.

La città era percorsa da bande armate: l’unica risorsa per ristabilire l’ordine era di utilizzare i soldati d’origine barbara (specialmente Eruli) agli ordini dei generali Belisario e Mundo. Giustiniano però, impaurito e sfiduciato, come del resto i suoi collaboratori, era propenso a fuggire. Fu Teodora a impuntarsi, evidenziando all’augusto consorte come una fuga poco si confacesse alla loro dignità imperiale e molto più producente fosse tentare di resistere. L’intervento dell’imperatrice ridiede coraggio a Giustiniano. Impartiti gli ordini necessari, la folla fu affrontata e massacrata dall’esercito sotto la guida di Belisario: i morti furono 30.000, ed un tragico silenzio cimiteriale scese sulla città. Gli ultimi discendenti di Anastasio, compreso Ipazio che invano protestò la propria innocenza, furono messi a morte.

I COLLABORATORI DI GIUSTINIANO

Se Giustiniano fu assai felice nella scelta della propria consorte, lo fu altrettanto in quella dei collaboratori. Gli uomini di fiducia dell’Imperatore risultarono tutti, nei rispettivi campi, delle personalità di primordine: dai generali Belisario e Narsete al giurista Triboniano, per ricordare solo i più importanti, non uno di essi risultò inferiore ai suoi compiti.

In coerenza con le sue origini, Giustiniano apprezzava le capacità personali piuttosto che i nobili natali. Fra le alte sfere del suo governo abbondano figure di provenienza umile o comunque non nobile: Belisario era anch’esso illirico, mentre Narsete era un eunuco di origine armena.

Il 13 febbraio 528 d.C. venne poi nominata una commissione, formata da sedici insigni giuristi e presieduta da Triboniano, col compito di raccogliere in un singolo codice tutte le costituzioni imperiali allora in vigore, e che risalivano sino all’epoca dell’imperatore Adriano. La prima edizione (a noi è pervenuta solo la seconda, databile al 534 d.C.) vide la luce il 7 aprile 529 d.C.

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Nel dicembre dell’anno successivo una nuova commissione si mise al lavoro per redigere il Digesto, cioè la raccolta dei testi più importanti dei maggiori giuristi romani, terminando la stesura solo nel 533 d.C. Nello stesso anno venne anche pubblicato un testo ufficiale di legislazione romana a uso degli studenti, le Istituzioni, a cui si aggiunsero più tardi le Novelle, quasi tutte in lingua greca, tese a soddisfare le esigenze della vita quotidiana nell’Impero d’Oriente, in buona parte ellenizzato.

Grazie a questo lavoro venne finalmente posto ordine nell’immensa e spesso frammentaria produzione giuridica romana, e fu soprattutto lasciato un monumento insigne ai posteri: gran parte del diritto romano, infatti, è a noi noto attraverso il Corpus Iuris Civilis giustinianeo, a cui si sono ispirati molti degli attuali sistemi giuridici dell’Europa occidentale.

Anche nel campo amministrativo Giustiniano fu attivissimo, abolendo con coraggio la piaga dei suffragia ed impegnando i Governatori, sotto giuramento, a precise regole di condotta. Ampliò inoltre i poteri dei Defensores Civitatis, veri e propri difensori civici che avevano il compito di difendere la popolazione dalle richieste di pagamenti illegali. A queste e ad altre riforme segui una politica fiscale più equa, tesa a far pagare le tasse a tutti, aristocratici compresi, e non soltanto ai piccoli e medi contadini, cosa che (come racconta Procopio) scatenò il malumore dei nobili.

LA POLITICA ESTERA DI GIUSTINIANO

Giustiniano aveva però uno scopo primario: riassestare l’Oriente per procedere alla riunificazione con l’Occidente, tanto che la sua politica estera si svolse unicamente in funzione di questo progetto.

Per avere mano libera nei suoi piani, Giustiniano aveva stipulato una pace umiliante con il Gran Re di Persia Cosroe I, nel 532 d.C., in base alla quale egli si era impegnato, oltre al mantenimento dello status quo, al versamento a titolo di tributo di 11.000 libbre d’oro. Dopodiché, libero nei movimenti, passò all’azione contro il regno dei Vandali (Tunisia e parte della attuale Algeria) approfittando di un conflitto dinastico. Nonostante l’opposizione di alcuni militari e del prefetto Giovanni, che da buon amministratore paventava le spese, l’impresa venne attuata da Belisario con 20.000 soldati, avendo pieno successo. Questo autentico nido di pirati, che rappresentava il terrore del Mediterraneo e che aveva anche saccheggiato Roma nel 455 d.C., crollò come un castello di carte: anche la Sardegna e le Baleari furono liberate.

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A quel punto Giustiniano scelse di intraprendere la sua impresa più ardua e difficoltosa, ossia la Campagna d’Italia. Dal 535 al 553 d.C. la penisola venne sconvolta da una guerra che con alterne vicende vide i Goti di Vitige, Totila e Teia opposti agli eserciti di Belisario prima e Narsete poi. L’impero alla fine vinse, ma Roma e l’Italia ne uscirono spossate: anche se il Mediterraneo tornava a essere “Mare Nostrum”, l’Impero Romano era ben lungi dall’essere ricostituito.

Inoltre, mentre una buona parte dell’esercito imperiale era impegnato in Occidente, il vero e irriducibile nemico di Bisanzio, la Persia, aveva ripreso le armi nel 540. La Siria fu invasa e la sua capitale Antiochia conquistata e devastata, con un enorme bottino in ricchezze e prigionieri realizzato da Cosroe. Fu giocoforza richiamare Belisario dall’Italia per ristabilire la situazione, cosa tuttavia che avvenne solo alcuni anni dopo, dietro il pagamento da parte di Giustiniano di un ulteriore sussidio di 30.000 solidi d’oro.

Le cose andarono anche peggio sul fronte danubiano. Già durante il regno di Giustino gli Slavi avevano fatto la loro apparizione al di qua del Danubio, ma con Giustiniano la situazione precipitò: tutta la penisola balcanica divenne teatro di scorrerie di Bulgari, Sclavini e Anti, mentre cominciavano ad affacciarsi anche le avanguardie degli Avari. Gli storici parlano di 200.000 romani uccisi o fatti schiavi per ognuna di quelle spaventose incursioni effettuate dai barbari.

Nel 540 d.C. i Bulgari Kutriguri attaccarono nei Balcani, espugnando trenta fortezze e giungendo sin quasi a Costantinopoli. Nel 545 d.C. gli Slavi saccheggiarono la Tracia e, seppur sconfitti da Narsete, ricomparvero nel 548 d.C. in Epiro. La più terribile invasione si verificò però nel 559 d.C., quando Kutriguri e Sclavini penetrarono in Mesia e Tracia: una parte di essi giunse sino alle Termopili, dove le forze imperiali riuscirono ad arrestarla, mentre un secondo gruppo fu sconfitto nella penisola di Gallipoli. L’orda più consistente puntò però sulla capitale e sfondò le lunghe mura devastando i sobborghi: Giustiniano fece di nuovo appello all’ormai anziano Belisario, che costrinse i Bulgari a ritirarsi dalla cinta esterna delle difese e contemporaneamente, facendo risalire alla flotta il Danubio, li prese in trappola, bloccando ogni via di ritirata.

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I DIFETTI DI GIUSTINIANO

Da quanto appena accennato, appare chiaro che quattro fronti di guerra simultanei fossero decisamente troppi, per il potenziale demografico e finanziario dell’Impero Romano. Giustiniano fu senza dubbio un insigne statista, eccezionalmente colto e dotato di grande conoscenza teologica, ma alla perfetta conoscenza degli uomini, che gli permise di costituire una compagine di governo formidabile, l’Imperatore non accompagnò un’eguale capacità di analisi in materia militare.

Troppo precipitosamente egli ritenne conclusa la campagna d’Africa, senza che ci si preoccupasse di un effettivo consolidamento del dominio romano sulla regione. La facilità con cui Belisario aveva sbaragliato i Goti nei primi anni di guerra gli fece (erroneamente) credere che un tempestivo afflusso di rifornimenti e di denaro avrebbe consentito ai Romani di liquidare sin d’allora la partita anche in Italia, risparmiando alla penisola altri dodici anni di guerra. Le conseguenze furono che Italia e Africa, devastate e impoverite, costituirono finanziariamente un peso gravoso invece di una fonte di nuovi cespiti per l’impero.

Quel che appare oggi chiaro, a distanza di secoli, è che le scelte strategiche di Giustiniano in materia di politica estera erano viziate da gravissimi errori di fondo, poiché trascuravano in tutto o in parte i due nodi fondamentali della sicurezza romana: la Persia a Oriente e il Danubio a nord.

Con la prima, l’atteggiamento di Giustiniano fu costantemente difensivo, scelta che non risparmiò comunque all’Impero una serie di gravi quanto inutili umiliazioni. La frontiera settentrionale, poi, divenne vulnerabilissima: Giustiniano costruì in profondità un gran numero di fortezze, soprattutto per garantire rifugi sicuri alla popolazione civile, ma anche in questo caso l’Imperatore scelse la via della condotta difensiva statica, che si rivelò inefficace e dannosa. La mancata difesa del Danubio fu obiettivamente un errore tatticamente grave, in quanto portò alla devastazione e allo spopolamento di province importantissime per l’Impero, facendo venir meno oltretutto anche cospicui introiti fiscali.

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La politica estera giustinianea ebbe naturalmente conseguenze importanti anche sul piano interno, soprattutto in materia di risorse finanziarie e demografiche. L’esercito, nonostante il largo impiego di mercenari barbari, faceva perno su “forze nazionali”, che erano braccia sottratte alla terra, dato che le leve erano principalmente contadine. Tutti i soldati aspiravano inoltre ad un trattamento economico adeguato, cosa che non sempre si verificò, poiché il governo poté contare in misura assai scarsa sui redditi delle nuove conquiste occidentali.

Per sopperire alla scarsità di effettivi, Giustiniano rese assai comune la pratica di “comprare la pace” offrendo denaro a barbari e Persiani. Come evidenzia il già citato Procopio, questa pratica non risolveva in forma definitiva alcun problema, ma anzi aumentava sempre più la cupidigia degli aggressori, incoraggiandoli a nuove richieste.

Ora, se è vero che ovviamente la politica imperiale non fu certamente responsabile dei terremoti che si succedettero con impressionante frequenza colpendo la stessa Costantinopoli o della peste che fece strage per circa un trentennio (dal 540 al 573 d.C.) in tutto il Mediterraneo, è anche vero che la politica fiscale di Giustiniano fu talvolta contrassegnata da grandi sprechi economici, basati su una assai ambiziosa politica edilizia, con la costruzione di un gran numero di chiese, fra cui la celeberrima Santa Sofia a Costantinopoli, che pesò sensibilmente sull’erario.

GLI ULTIMI ANNI DI GIUSTINIANO

Gli ultimi anni di Giustiniano furono caratterizzati da solitudine e difficoltà. Nel 548 d.C. era morta Teodora, e con la sua mancanza attorno all’Imperatore cominciò a farsi lentamente il vuoto; morto il cugino Germano, allontanati Giovanni di Cappadocia e Belisario, nell’ambiente di corte cominciarono ad accumularsi i risentimenti.

I tentativi di rappacificazione fra chiesa ortodossa e monofisita erano praticamente falliti, e anzi l’Imperatore aveva finito con l’alienarsi le simpatie di entrambi i campi, senza per questo approdare ad alcunché di concreto. L’arresto di Papa Vigilio, al fine di forzare il pontefice all’accordo, aveva provocato una levata di scudi in Occidente molto più pericolosa della stessa eresia monofisita. Giustiniano era in generale favorevole agli ortodossi, ma il seguito di massa di cui i monofisiti godevano in Siria ed Egitto, sconsigliava qualsiasi azione di forza.

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La repressione colpì semmai altri gruppi, come pagani, ebrei e samaritani. Il paganesimo era ancora forte presso le classi superiori, ma Giustiniano gli assestò un colpo mortale chiudendo l’università di Atene: uomini di cultura come Damascio, Simplicio e Isidoro preferirono emigrare in Persia, mentre numerosi aristocratici furono eliminati e i loro beni confiscati. Agli ebrei furono tolti i diritti civili. Riguardo i samaritani, già nel 528 d.C. era partito l’ordine di chiudere le loro sinagoghe e di trasferire i relativi beni alla Chiesa. Di fronte a questa regola, i samaritani avevano impugnato le armi, fino ad insorgere nuovamente venti anni dopo con furia terribile, uccidendo il governatore di Palestina e richiedendo un nuovo eccezionale spiegamento di forze per essere domati.

A tutti i ministri del culto, cristiani e non, Giustiniano richiese sempre un adeguato codice di comportamento, come ben dimostrato dal seguente esempio. Nel primo anno del suo Impero, due vescovi, Esaia di Rodi e Alessandro di Diospoli, erano stati deposti dalle autorità ecclesiastiche perché accusati di pratiche omosessuali: a Giustiniano, però, tale punizione non parve sufficiente, e quindi fece arrestare ed evirare i due prelati, facendoli poi sfilare con ignominia attraverso le vie di Costantinopoli.

Accumulandosi i rovesci militari ed aumentando le difficoltà economiche, Giustiniano, ormai più che ottantenne, fu costretto ad assistere al crollo di tutte le sue speranze. La morte lo colse improvvisamente nel novembre del 565 d.C.

La restaurazione dell’impero romano era rimasta un sogno inappagato: grazie alla sua opera, però, l’idea di Roma acquistò nuovo vigore, giungendo sino a Carlo Magno e, attraverso i secoli bui del Medioevo, all’Umanesimo e al Rinascimento.

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