La medicina nell’Antica Roma

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LA MEDICINA NELL’ANTICA ROMA

Si narra che l’imperatore Marco Aurelio, di ritorno nel 164 d.C. da una campagna danubiana, fosse stato colto da tremendi dolori di stomaco. Ai tre medici che si affannavano al suo capezzale egli impose di convocare Galeno di Pergamo, da poco arrivato a Roma, ma già celebre come chirurgo dei gladiatori. Costui, fatta la diagnosi, rivolgendosi all’imperatore, esclamò: “Dirò francamente che, se il paziente fosse un comune mortale, avrei già prescritto vino condito con pepe ma, trattandosi di così illustre persona, mi sento purtroppo obbligato a consigliare un rimedio meno energico, e cioè delle pezze di lana, imbevute di nardo caldo, che dovranno essere applicate sull’addome”. Naturalmente Marco Aurelio capi il messaggio, si curò col vino e guarì prontamente, dichiarando poi che Galeno era il più valente dei medici e il più saggio dei filosofi: iniziava così la fortuna del giovane greco che, dopo undici anni di studi a Smirne e ad Alessandria, avrebbe avuto a Roma il destino di ereditare, fondere e approfondire tutto il sapere medico del suo tempo.

Abbiamo già trattato, in un precedente articolo del nostro blog, la medicina dello sport all’epoca dell’Antica Grecia e dell’Antica Roma, ma specificandone per l’appunto la trattazione a tale argomento; in questo articolo, invece, esamineremo l’argomento dilatandolo al massimo ed esaminandone ogni singola porzione.

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Nel II secolo dopo Cristo la medicina romana era ricca di cognizioni derivate dalla tradizione e di conoscenze importate dall’estero, ed era inoltre sostenuta da una lungimirante serie di leggi e iniziative sanitarie. L’acqua abbondava: all’epoca, ben dieci acquedotti (mancava ancora l’Aqua Alexandrina, il cui acquedotto venne eretto attorno al 226 d.C.) ne trasportavano in città quasi un milione di litri al giorno per un milione e mezzo circa di cittadini, mentre terme pubbliche e private offrivano a tutti le delizie dei bagni e dei massaggi. La Cloaca Massima, di fondazione etrusca, provvedeva a disperdere i rifiuti; fin dai tempi di Augusto, inoltre, il Tevere era stato bonificato, e appositi magistrati erano stati incaricati della sua cura. Gli edili controllavano la qualità delle derrate offerte sui mercati e l’Annona provvedeva alla continuità degli approvvigionamenti per prevenire le carestie.

I SANTUARI DEI MISERABILI

Detta così, sembrerebbe che la Roma Antica fosse un’oasi di salubrità e di benessere, ma la realtà era ben diversa. Bastava allontanarsi di poco dai quartieri eleganti e, nelle depressioni paludose tra i colli, ecco i casermoni (insulae) del Velabro e della Suburra, fitti di mezzo milione di persone dedite per lo più a lavori precari, rose dalla fame, dall’artrite e dalla malaria. Qui l’acqua si prendeva alle fontane e, in mancanza di fognature, i rifiuti venivano vuotati nei fossati agli angoli delle strade, dove si esponevano anche i neonati.

Nelle abitazioni a più piani, sostenute da travi di legno, gli incendi e i crolli erano abituali. Dopo il rogo del 64 d.C., che sgombrò gran parte del centro di Roma, Nerone fallì nel tentativo di creare quartieri popolari più salubri; la malaria e gli altri mali endemici continuarono così a tormentare gli abitanti dei sobborghi più miseri che, non potendo permettersi la spesa di un medico, si rivolgevano ai santuari consacrati dalla tradizione.

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Secondo una leggenda, nel 292 a.C., mentre una violenta epidemia mieteva vittime, furono consultati i Libri Sibillini e venne inviata una missione a Epidauro, dai sacerdoti del dio Asclepio. Al ritorno a Roma, un serpente, fuggito dalla nave che risaliva il fiume, raggiunse l’Isola Tiberina e il contagio miracolosamente cessò: l’isola divenne dunque un santuario dedicato proprio ad Esculapio e le sue rocce furono successivamente scolpite e rivestite di marmo per dare all’isola forma di nave. Qui correva il popolo a domandare le grazie e qui lasciava come ex voto (ne sono state ritrovate in gran numero) delle tavolette o statuette di argilla riproducenti la parte del corpo guarita.

Ai tempi di Tiberio, poi, l’isola era diventata il raduno degli schiavi gravemente malati, di cui il dominus voleva disfarsi, e vi erano sorti portici per il ricovero dei poveretti e botteghe di ogni genere. Claudio, mosso a pietà da questi relitti di cui nessuno si occupava, forse un po’ anche per condivisione dei dolori, decise di regalare a tutti loro la libertà.

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Un altro luogo sacro alla salute dei Romani era l’Esquilino, dove avevano il santuario la dea Febris, l’Apollo delle pestilenze e la Minerva Medica. Al Tempio di Priapo, poi, le donne, matrone e popolane, si recavano velate e invocavano la grazia della fertilità sedendo sull’enorme fallo della statua.

L’ambiente doveva essere decisamente poco salubre: l’Esquilino era infatti un gigantesco cimitero a inumazione, ma poi già al tempo delle Leggi delle XII Tavole si impose, per ragioni igieniche, di seppellire i corpi fuori delle mura. Come ricorda Orazio, i puticola dell’Esquilino rimasero a ospitare i cadaveri degli schiavi, dei condannati e degli accattoni. In questo luogo malfamato, di notte i becchini, riconoscibili per il capo rasato a metà, bruciavano su roghi improvvisati i miseri resti, mentre tra le pire si aggiravano cani famelici e le prostitute si offrivano per pochi soldi.

Questo luogo, decisamente nefasto e pericoloso, venne “bonificato” da Mecenate, che lo fece sparire rialzando il terreno di cinque metri con terra di riporto e piantandovi sopra i famosi Horti Maecenatiani che da allora in poi furono la delizia della città.

TRA CIARLATANI E SAPIENTI

Oltre che ai templi, il popolino per curarsi poteva ricorrere a una folla di ciarlatani, barbieri e flebotomi che, come ricorda Cicerone, a ogni ora del giorno intasavano i crocicchi esibendo i loro unguenti e le loro sanguisughe. Il ceto medio-basso però ricorreva soprattutto ai rimedi tradizionali, come il lauro, panacea di tutti i mali, o gli unguenti di pioppo e frassino, accompagnati da formule di scongiuro, diete ed esercizi fisici. Catone ad esempio, criticando la moda di ricorrere ai medici greci, ricordava al figlio Marco, come patrimonio culturale di ogni buon Paterfamilias, la foglia di cavolo per tumori, lussazioni e malattie nervose, o la radice del melograno per eliminare i vermi parassiti. Nel suo perduto De Medicina Domestica, considerato una sorta di enciclopedia del sapere medico tradizionale dei Romani, mescolando formule magiche e conoscenze empiriche, egli magnificava le virtù delle erbe e del vino, e si occupava anche di veterinaria.

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Ai tempi di Catone però, ossia nel II secolo a.C., i medici greci erano già arrivati nella Città Eterna. Anche prima, in effetti, c’erano medici a Roma: nelle famiglie nobili c’era difatti l’usanza di tenere un servus medicus, ossia uno schiavo un po’ più “pregiato” degli altri, che si occupava della salute della gente. Cominciarono però adesso ad arrivare i i medici liberi, quelli che avevano studiato nelle scuole di Marsiglia, Antiochia ed Alessandria, o che avevano raccolto ad Atene il sapere del mai dimenticato Ippocrate. Se è vero che tendenzialmente essi giunsero a Roma perché attratti dalla possibilità di guadagno che la grande città offriva, è altrettanto vero che i migliori fra essi si meritarono persino la cittadinanza romana, attribuita da Cesare nel 46 a.C.

Asclepiade di Prusa, ad esempio, medico di Cicerone e Marco Antonio, sostenitore a oltranza dell’idroterapia, si procurò fama immortale con un episodio, riferito molti anni più tardi da Apuleio: trovandosi un giorno il medico sulla Via Sacra, vide passare un corteo funebre e l’aspetto del morto, disteso sulla barella, non lo convinse troppo. Interrogati i familiari sulle circostanze del decesso, Asclepiade fece portare il cadavere in una casa vicina e qui, con poche manovre, lo “resuscitò”!

LA MEDICINA GRECA

La medicina greca era decisamente molto più complessa di quella romana tradizionale, essendo basata sugli studi di Ippocrate e sull’uso di farmaci spesso complicati da produrre e costosissimi da acquistare. Per due secoli i medici greci si contesero i favori della corte e dell’aristocrazia, mentre il popolo continuava ad affollare i santuari o a consultare i più economici ciarlatani dei quadrivi, secondo le testimonianze di Apuleio e Petronio.

I medici facevano parte di “scuole” differenti. Il già citato Asclepiade, ad esempio, avendo studiato ad Alessandria, fu il profeta della Scuola Metodica, che sosteneva che gli atomi si muovono per il corpo attraverso canali o pori e la malattia è dovuta a un perturbamento del loro movimento, che va corretto soprattutto con terapie fisiche. Fu altrettanto celebre, ma non necessariamente in senso positivo, anche il suo allievo Temisone, che guadagnò fama eterna nei versi di Giovenale come quello che “aveva ucciso tanti malati in un solo autunno” coi digiuni e con le micidiali applicazioni di sanguisughe.

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Stando a Svetonio, ebbe mano più felice Antonio Musa che, chiamato nel 23 a.C. al capezzale di Augusto, malato di sciatica e artrite e con disturbi di fegato, l’avrebbe guarito con bagni caldi e freddi e decotto di lattuga. Da liberto che era, Augusto lo fece cittadino ed eques, lo ricompensò con la somma di 400 sesterzi e gli eresse addirittura una statua nel Foro. Qualche tempo dopo Musa curò allo stesso modo il giovane nipote dell’imperatore, quel Marcello che però morì tra il compianto di tutti, eternato nei versi di Virgilio: la fama di Musa però non ne soffrì, perché Augusto rimase convinto che Marcello fosse stato avvelenato.

Molti di questi medici, comunque, suggerivano spesso una terapia fisica basata sulla dieta e sui bagni freddi, a cui si sottopose anche Orazio per curare la gotta; lo stesso Plinio riferì di aver visto vecchietti tremanti immersi senza pietà in acqua gelata. Da allora furono più che mai di moda le acque termali: si andava alle Thermae Caeretanae (oggi Bagno del Sasso), a Vicus Aurelii (oggi Vicarello), a Ischia, a Stabia, a Pozzuoli, ma soprattutto a Baia, dove spesso la cura era integrata da ricevimenti e mondanità che incontravano la disapprovazione del sobrio Augusto.

GLI AMBULATORI MEDICI

A quei tempi non c’era ancora per la medicina un’organizzazione statale, ma l’iniziativa privata aveva sviluppato una rete di luoghi per la cura della salute: nei grandi fondi suburbani non mancavano mai i valetudinaria, ampi edifici a portici che raccoglievano gli schiavi malati affidati alle cure del servus medicus, coadiuvato da infermieri e ostetriche. Ne parlano Seneca, Tacito e Celso, anche se non abbiamo notizie del tipo di medicina che vi fosse esercitato. Si trattava probabilmente del perpetuarsi delle cure empiriche di tradizione catoniana che il Paterfamilias dispensava in antico ai suoi dipendenti.

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La città era invece disseminata di Tabernae Medicatrinae, ossia una specie di botteghe annesse alla casa dei medici; esse, stando a Plauto, Plinio e Varrone, erano insieme ambulatori per le cure immediate, farmacie, ritrovi, scuole mediche e cliniche provvisorie per seguire il decorso dei casi più gravi. In antico avevano cattiva fama, ma poi ottennero una discreta reputazione per l’insegnamento della medicina, che per i primi secoli dell’Impero rimase sempre privato: gli allievi seguivano sulle pergamene le lezioni teoriche del maestro e lo accompagnavano a far pratica nella sua Taberna o a casa del malato. Non sempre ciò era di giovamento al paziente, come ironicamente narrato da Marziale: “Non mi sentivo bene e tu sei venuto da me, o Simmaco, accompagnato da cento discepoli. Cento mani gelate mi hanno palpato: non avevo la febbre, ora ce l’ho!”.

Queste scuole non rilasciavano però alcun attestato di studio, e Plinio lamentava che chiunque potesse improvvisarsi medico ed esercitare, senza passare per omicida. Solo a partire dal IV secolo d.C. fu lo Stato a controllare l’insegnamento e a istituire addirittura, nel Codice di Teodosio, gli archiatri popolari, una sorta di medici condotti, stipendiati con denaro pubblico e a disposizione gratuita dei pazienti dei vari rioni. È comunque certo che, nonostante le lamentele di Plinio, solo i medici bravi o reputati tali avevano clienti illustri e si arricchivano grazie a parcelle astronomiche.

GLI STRUMENTI MEDICI

Gli scavi di Ercolano e Pompei ci hanno restituito un tesoro di sofisticati strumenti: bisturi, rasoi, forbici, flebotomi, scalpelli per la trapanazione del cranio, seghe, forcipi per togliere corpi estranei dalle ferite, con branche curve, dentate e persino a cucchiaio per strappare piccoli polipi. Sono state trovate addirittura sonde per la pulizia delle orecchie, aghi per sutura e trapani per cranio, con il rivoluzionario meningophylax, che si introduceva sotto la breccia cranica per difendere le meningi dai traumi di un intervento.

La medicina nell'Antica Roma, La medicina nell’Antica Roma, Rome GuidesCon questi strumenti i chirurghi dell’epoca erano in grado di asportare tumori solidi o acquosi, di suturare ferite, arrestando l’emorragia con gli impacchi freddi e con l’allacciamento di arterie e vene; nel caso di amputazioni avevano l’avvertenza di conservare una striscia di pelle di riporto. Sapevano eseguire la plastica al viso per scorrimento dei lembi (la descrive Celso), operavano ernie inguinali e ombelicali e, nelle ferite all’addome, dopo la riduzione dei visceri prolassati, suturavano prima il peritoneo e poi lo strato muscolo-cutaneo, servendosi di fili di seta o cotone. Le fratture, dopo essere state opportunatamente ridotte, erano immobilizzate con stecche e bendaggi induriti con albume o con cera mista a farina.

DISINFEZIONE E ANESTESIA

I due grandi problemi della chirurgia erano, com’è ovvio, la disinfezione e l’anestesia: non conoscendo i microbi, la pratica empirica aveva però portato i medici antichi a combattere la suppurazione con la pulizia e i liquidi alcoolici come vino e aceto, o con pomate astringenti al mercurio, all’argento e al verderame.

Le qualità anestetiche dell’oppio e della mandragora erano ben note ai Romani dai tempi di Plinio e di Dioscoride, il più grande farmacologo dell’antichità, ma non dovevano esser sempre impiegate se lo stesso Celso, parlando nel Libro VII di De Medicina dell’ottimo chirurgo, afferma che deve essere giovane, di mano sicura e capace di non commuoversi alle grida del malato.

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LA FARMACOLOGIA

La pratica in guerra e nell’arena (il posto di chirurgo dei gladiatori era molto ambito) aveva fatto rapidamente progredire non solo l’arte medica, ma anche la farmacologia, che derivava in parte dalla Grecia ed in parte dalla tradizione popolare, di cui conservava ancora molte vecchie superstizioni.

Il farmaco più ricercato e costoso in età imperiale era la teriaca, un contravveleno di cui ogni medico si vantava di aver messo a punto la variante più efficace. Quella di Andromaco di Creta, il medico di Nerone, il primo archiatra (cioè medico ufficiale dell’imperatore) era composta di 61 ingredienti; Galeno ne preparava per Marco Aurelio una di 73 elementi, compreso quello base, cioè la carne di vipera.

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Andava di moda anche la coproterapia di Xenocrate di Afrodisia, che curava i suoi pazienti con sostanze ributtanti come grasso d’impiccato o raschiatura di mummia e pratiche magiche e superstiziose. Non ci sono statistiche circa gli esiti delle sue terapie, ma difficilmente essere avevano un fondamento scientifico.

Negli stessi tempi, però, il già citato Dioscoride si vantava di conoscere riconoscere ben 600 piante medicamentose, come l’oppio, l’aconito e la felce maschio; in aggiunta a ciò, sfruttava le proprietà del tannino, del mercurio, del cinabro e del potassio e magnificava come contravveleno il silfio, una pianta rarissima, che cresceva in Cirenaica e sarebbe poi scomparsa nel IV secolo.

L’OSTETRICIA

La legislazione romana, fin dai tempi della Lex Cornelia (III secolo a.C.), puniva severamente l’aborto: solo in caso di pericolo per la vita della madre era legale l’uccisione del feto attraverso l’embriotomia.  

Tra gli strumenti trovati a Pompei, però, ci sono alcuni uncini chiaramente destinati ad aborti meccanici illegali; Ovidio inoltre testimonia che presso i ciarlatani e i farmacopoli era facile, per le matrone che non volevano rovinarsi la linea con troppe gravidanze, acquistare intrugli di erbe abortive.

Sorano di Efeso, il più grande ginecologo dell’antichità, vissuto alla corte di Traiano e di Adriano, aveva però del problema una visione più moderna: conosceva l’anatomia dell’utero e le teorie di un suo grande conterraneo, Rufo, che aveva studiato la formazione degli spermatozoi nell’uomo. Contrario all’aborto, egli consigliava alle donne come antifecondativo l’uso di un pessario fatto di lana imbevuta di sostanze grasse. Per le visite ostetriche, Sorano e i suoi colleghi disponevano dello speculum magnum (cioè una sorta di dilatatore vaginale), di fattura modernissima, di cui ci sono vari esemplari tra i reperti pompeiani.

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L’assistenza ai parti normali era cura delle ostetriche, come mostra il bassorilievo della tomba di una di esse, ritrovato nella Necropoli di Porto: la partoriente è raffigurata adagiata su una sedia da parto, mentre una donna che le sta alle spalle la tiene ferma con la sinistra e con la destra preme sull’utero verso il basso. Davanti alla paziente l’ostetrica controlla l’espulsione del nascituro. Il medico interveniva solo in caso di parto distocico, ossia di parto che si svolgesse in maniera diversa da quella fisiologica, e nello specifico Sorano conosceva tutte le manovre necessarie per favorire l’operazione.

ODONTOIATRIA E OCULISTICA

Sorano si preoccupava anche di insegnare alle madri i segreti dell’allattamento e dello svezzamento del bambino, e il controllo della dentizione. Anche l’odontoiatria era infatti particolarmente sviluppata: già gli Etruschi sapevano legare in oro i denti resi malfermi da un trauma, ed anche svariati musei italiani mostrano nelle loro teche veri e propri apparecchi dentari con ponti, anelli e palati d’oro.

Il mal di denti doveva essere un problema gravoso anche ai tempi dell’Antica Roma: Celso consigliava di lenirlo con infusi di papavero e mandragora, mentre le gengive ulcerate venivano trattate con frizioni astringenti. Se poi il dente dovesse proprio essere estratto, era bene provvedere prima a scalzarlo e a scuoterlo e, affinchè non si spezzasse se era cariato, a riempirlo di piombo.

Anche i disturbi visivi dovevano essere assai diffusi, se già Celso descriveva ben 23 interventi oculistici, compresa l’operazione della cataratta.

GLI OSPEDALI DELL’ANTICA ROMA

Le Tabernae Medicatrinae erano veri e propri ambulatori dell’antichità, che dovevano dunque esser ben fornite di strumenti, bende e preparati medicinali, per far fronte a una così varia casistica.

Se si eccettuano però queste Tabernae e i Valetudinaria dei grandi fondi o delle arene dei gladiatori, nell’Impero romano non c’erano luoghi di ricovero dei malati simili ai nostri ospedali. La previdenza di Augusto, dietro suggerimento di Antonio Musa, li aveva invece istituiti per l’esercito: ne sono stati trovati i resti, tra gli altri, a Baden (lungo il Reno), a Carnutum (vicino a Vienna, con tubi per l’acqua corrente) e a Vindonissa, in Svizzera, comprensivo di sessanta camere riscaldate con bracieri e di latrine con l’impianto idrico.

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Negli ospedali dell’esercito prestavano servizio i medici militari (i cui nomi sono ricordati in molte lapidi tombali per tutto l’Impero): avevano il grado di sottufficiali e, come appare nella Colonna Traiana, indossavano l’uniforme e le armi dei legionari, benché non combattessero. Nel caso in cui l’archiatra imperiale partecipasse alla guerra dipendevano da quest’ultimo; in caso contrario erano sottoposti direttamente al comandante, che però solitamente li teneva nella massima cura.

Nei Valetudinaria prestavano servizio anche massaggiatori e infermieri, detti capsari perché muniti di una tasca (capsa) per conservare medicinali e oggetti. In marina i medici erano chiamati duplicari perché ricevevano doppia paga per ricompensarli dei disagi e dei rischi a cui erano esposti.

GALENO

Tutto quanto finora raccontato è il panorama nel quale si trovò immerso, nel 164 d.C., Galeno. Diventato, come s’è detto, archiatra di Marco Aurelio, egli rimase sempre il medico di corte e della nobiltà, adorato dalla sceltissima clientela ma discusso dai colleghi coi quali magnificava eccessivamente i propri successi.

Galeno era certamente dotato di fervida scrittura, considerato che scrisse 125 libri, sebbene ne siano sopravvissuti solo 83, pubblicati nel 1823 a Lipsia nell’originale greco in 22 volumi: in essi Galeno racchiuse un tesoro di cognizioni che fecero di lui uno scienziato eccezionale. Galeno, che conosceva assai bene le tesi di Ippocrate e degli altri grandi medici dell’antichità, non faceva parte di nessuna Scuola in particolare, preferendo definirsi un Eclettico: l’acutezza di osservazione, unita al suo sapere, lo rendevano un grande diagnostico. Moderato nella terapia, conseguiva molti successi grazie alla convinzione che la cura dovesse essere basata sulla ragione e sull’esperienza.

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Facciamo un paio di esempi della sua sapienza. Un sofista persiano presentava una paralisi a due dita di una mano: Galeno, chiamato al suo capezzale dopo il fallimento di altri medici, venne a sapere che il filosofo era caduto su una pietra aguzza battendo la schiena. Intuì allora che si trattava di un’infiammazione al midollo spinale che guarì col riposo e con adatti medicamenti. Aveva anche spiccate doti di psicologo: è rimasto celebre il caso della moglie di Servio Paolo. Malata di malinconia, la guarì parlandole di un celebre mimo al cui nome il battito del polso della donna accelerava.

Galeno possedeva anche conoscenze anatomiche approfondite sul sistema muscolare e sul cervello: sperimentando su un maiale il taglio del nervo laringeo, scopri che il cervello era la sede della volontà e del pensiero. Il suo limite principale fu quello di voler dare alle proprie osservazioni scientifiche una struttura filosofica, convinto com’era che nella natura tutto avesse uno scopo, e ogni scopo fosse riconducibile all’onniscienza di un unico Dio. Il suo monoteismo lo rese naturalmente assai amato, nel Medio Evo, sia dai cristiani che dagli Arabi, che si appropriarono delle sue teorie quasi senza procedere alle necessarie verifiche.

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LA DECADENZA MEDICA

Proprio dopo l’avvento di Galeno, la medicina a Roma iniziò a decadere. Roma aveva avuto ampi meriti nel campo della salute pubblica: dalla legislazione igienica agli impianti termali e fognari, dalla disciplina dell’insegnamento e della carriera dei medici alla cura gratuita dei malati poveri.

I tempi, però, stavano cambiando: portate dall’intensificarsi dei traffici, le pestilenze cominciarono ad abbattersi sull’Impero, mentre la ricerca medica, schiacciata dal dogmatismo, non riuscì più a compiere significativi progressi. L’incendio della Biblioteca di Alessandria, nel 391 d.C., inferse un colpo tremendo, disperdendo gran parte delle opere scientifiche dell’antichità.

I barbari poi fecero il resto, mentre nel V secolo Sant’Agostino affermava che le malattie dei cristiani potessero essere dovute ai demoni: la religione stava iniziando a soverchiare la scienza.

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