Alarico e il sacco di Roma

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ALARICO E IL SACCO DI ROMA

Nel 395 d.C. l’Impero Romano aveva cessato di rappresentare un’unità inscindibile e compatta, consacrando una situazione che ormai perdurava da oltre mezzo secolo. L’Imperatore Teodosio aveva infatti diviso l’Impero in due parti, dando ai figli Arcadio ed Onorio rispettivamente l’Oriente e l’Occidente. Era soprattutto quest’ultima porzione ad attraversare una crisi disperata: ad una a una infatti, o perché erano insorte o perché erano state travolte dai barbari, quasi tutte le sue Province erano andate perdute.

La stessa Italia era in pericolo ed il generale imperiale, il vandalo Stilicone, dovette prodigarsi a difenderla affrontando i barbari sul campo o, quando possibile, ammansendoli con donativi o concessioni. Il suo prestigio e il suo crescente potere finirono però con il preoccupare Onorio e i suoi ministri che, nell’agosto del 408 d.C., fecero uccidere lui, massacrare gli ufficiali del suo stato maggiore, perseguitare e disperdere i suoi amici.

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ALARICO E I VISIGOTI

Il problema fu che, morto Stilicone da poco più di due mesi, un’orda formidabile cominciò a scendere da Oriente e ad invadere la penisola italica: erano i Visigoti, e li guidava il giovane re Alarico.

Nato nel 370 d.C. dalla nobile stirpe dei Balti, Alarico era cresciuto lungo le frontiere dell’Impero. Fin dalla nascita aveva sentito parlare con riverenza e timore di Roma, dei suoi imperatori e delle sue conquiste; diventando adulto e servendo sotto svariati generali romani, giungendo anche al comando di un reparto ausiliare goto, egli aveva compreso che il motivo della grandezza di Roma non stava solo nelle armi, ma soprattutto nella legge e nella disciplina, senza le quali l’Impero Romano non avrebbe mai ottenuto i successi raccolti.

La civiltà lo aveva sfiorato: il suo popolo, stanziato su terra romana, era considerato “federato” e lo stesso Alarico, come gran parte dei Goti, era cristiano, sia pure come membro della fede ariana. In lui s’era posta, ben chiaramente, una drammatica alternativa: o romano o barbaro, o con patria o senza patria. Capo di una gente bellicosa, alla ricerca dei propri mezzi di sussistenza, aveva invaso e depredato, nel 395 e nel 396 d.C., l’Epiro e la Grecia; affrontato e battuto da Stilicone, si era poi visto riconoscere da Arcadio il titolo di Governatore della Mesia.

Come funzionario imperiale, amministratore e comandante, la sua inquietudine barbarica si sarebbe dovuta placare, ma non fu così. Alarico, in quanto ariano, non riuscì mai ad integrarsi nel dominante ambiente cristiano; in quanto nomade e ansioso di trovare una patria definitiva per il suo popolo, poi, non poteva accontentarsi di un incarico burocratico che aveva sistemato lui, ma non la sua gente. Intelligente e forte, Alarico si riteneva degno d’aspirare a più alti incarichi, sempre tuttavia nell’ambito dell’Impero e delle sue leggi: l’idea della romanità era entrata nel suo sangue come un germe benigno, che potesse riscattarlo per sempre dalla sua condizione.

ALARICO INVADE L’ITALIA

I Visigoti lo acclamarono re nel 400 d.C., e la sua prima e grande impresa fu l’invasione dell’Italia, che venne messa a ferro e fuoco prima che Stilicone lo affrontasse, costringendolo alla ritirata. Mentre Onorio celebrava in Roma il trionfo, Alarico andava a porre il proprio campo appena fuori dai confini orientali d’Italia e di là, quasi si fosse definitivamente pentito delle sue imprese da barbaro, mandò a dire di essere pronto a servire l’impero, facendo guerra ai suoi nemici: chiedeva uno stipendio e, naturalmente, il riconoscimento da parte dell’Imperatore. Per ottenere l’uno e l’altro, sebbene ciò apparisse paradossale, egli contava proprio sul suo rivale Stilicone, che stimava e dal quale si sentiva a sua volta stimato e compreso. Stilicone, però, venne come detto sgozzato nel 408 d.C.: ogni trattativa in tal senso era da ritenersi chiusa.

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Alarico, a quel punto, non perse tempo: attraversata rapidamente la valle del Po, sfiorò Ravenna (dove Onorio si era rifugiato, al riparo tra le invalicabili paludi) e attraverso il Piceno puntò dritto su Roma. Non incontrò letteralmente nessun ostacolo sulla sua strada, se non gente sbigottita e città che si arrendevano senza combattere. L’unico che osò affrontarlo fu un eremita che, drammaticamente, l’ammonì a non sfidare l’ira di Dio minacciando Roma, ed al quale Alarico leggendariamente rispose: “Contro la mia volontà sono spinto a questo! Una forza irresistibile mi trascina e mi grida dentro di andare contro Roma e distruggerla!”.

Quanto appena raccontato è probabilmente un’iperbole, ma dimostra come Alarico sentisse confusamente che il suo momento era giunto: morto Stilicone, a chi il comando, se non a lui? E così, in un clamoroso mix di ambizione personale, avidità barbara, sogni di grandezza e desiderio struggente di una vita nuova nel nome dell’Impero, egli continuò a scendere verso la sua meta con il cuore in tumulto.

Era ormai dicembre quando i Visigoti si presentarono sotto le mura di Roma, dalle quali una gran folla li osservava incredula e sgomenta: erano infatti quasi 620 anni, dai remoti tempi di Annibale, che qualche nemico non giungeva alle porte dell’Urbe. Nessuno voleva credere all’irruzione dei barbari in città. Dell’ultimo sacco di Roma s’era quasi perduta la memoria: era stato 800 anni prima, ai tempi di Brenno e dei Galli, con le celebri oche del Campidoglio che riportavano le menti al tempo nebbioso della leggenda. Però, ora, quei Visigoti sotto le mura non erano leggenda, e tra essi e Roma non c’era alcun altro ostacolo.

Ad Alarico, in lontananza, Roma si era annunciata nella campagna deserta con le arcate grandiose degli acquedotti. Adesso la scorgeva, scintillante e meravigliosa, colma di ricchezze e memorie, ammantata della sua gloria millenaria. Forse il re dei Visigoti sentì al proprio interno un pizzico di commozione, un senso quasi religioso di riverenza e di timore: Roma era là, e forse sarebbe toccato proprio a lui distruggerla.

Per quanto da circa un secolo abbandonata dalla corte imperiale e dal governo, Roma era ancora mirabile, seppur caratterizzata da uno splendore decadente, come narrato da Ammiano Marcellino: “Da qualunque parte gli occhi del visitatore si volgessero, essi erano come abbagliati da innumerevoli prodigi. Qui era il tempio di Giove Capitolino, che sembrava superare tutto come le cose divine superano le umane, là le Terme, grandi come Province, e più lontano l’Anfiteatro, in pietra tiburtina, e del quale lo sguardo non riesce a misurare l’altezza. E poi la volta audace del Pantheon, le gigantesche colonne sormontate dalle statue dei consoli e degli antichi imperatori, e il Foro della Pace, il Teatro di Pompeo, lo Stadio e tutte le altre meraviglie…”. La città contava allora circa 46.000 case e 1800 palazzi, tra edifici pubblici e residenze private; la sua ampiezza era tuttavia sproporzionata alla popolazione, che si era via via ridotta nel corso dei secoli e che, sebbene non possa essere oggi conteggiata con numeri specifici, vantava probabilmente circa 300.000 abitanti, conteggiati per eccesso. Si trattava comunque di una grande metropoli che aveva conservato, e per certi versi persino accentuato, il proprio carattere cosmopolita.

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L’ASSEDIO DI ROMA

Più che per un assedio, Alarico dispose i suoi uomini per un blocco: fu posto un campo davanti a ciascuna delle dodici porte della città, e vennero controllate le strade e il Tevere. Dal suo accampamento, posto di fronte alla Porta Salaria, il re dei Visigoti si dispose ad attendere, e gli effetti del blocco non tardarono a manifestarsi: quando le razioni di pane diminuirono drasticamente, la plebe diede qualche primo segno d’inquietudine che aumentò, naturalmente, con l’ulteriore diminuzione della razione. I comitati di soccorso, che le matrone romane prontamente organizzarono, poterono funzionare fino a quando gli stessi patrizi non furono alla fame. Si ebbero rapide e violente epidemie, seguite da tempestosi tumulti che allarmarono il Senato.

Poiché non si aveva alcuna notizia di soccorsi da Ravenna, si pensò di sondare le intenzioni di Alarico: incaricato della pericolosa missione fu il senatore Basilio, che si presentò di fronte al re barbaro con un pizzico di arroganza, affermando che avrebbe accettato di parlamentare solo di fronte a condizioni onorevole. In caso contrario, affermò Basilio, soldati e cittadini romani avrebbero dato battaglia in un’unica grande massa. La tradizione racconta che a questo punto Alarico si sia messo sonoramente a ridere, sghignazzando: “Benissimo! Quanto più il fieno è fitto, tanto meglio lo si taglia!”. A quel punto, di fronte ad un allibito Basilio, dettò le sue condizioni: semplicemente, voleva tutto. Tutto l’oro, tutto l’argento, tutti gli oggetti preziosi; inoltre pretendeva la liberazione di tutti gli schiavi che fossero di origine barbarica.

Sbigottito, Basilio chiese: “Ma a noi, cosa resterà?”.

Alarico rispose caustico: “La vita”.

Basilio, tornato a Roma, enunciò quanto avvenuto di fronte ad un Senato in pieno stato di angoscia. Dalle mura sguarnite, le vedette annunciavano che nessun soccorso era in vista. Un attacco avrebbe fatto cadere la città, ed Alarico lo sapeva bene, ma paradossalmente non era questo che gli importava. Egli voleva infatti una concessione imperiale: Onorio, in quel di Ravenna, avrebbe presto saputo del pericolo che correva Roma e, per evitare alla città l’onta del saccheggio e la sciagura della distruzione, sarebbe probabilmente giunto alla resa o quantomeno ad un compromesso.

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E qui Alarico sbagliava, poiché pensava che Onorio rispettasse ed onorasse la passata grandiosità di Roma tanto quanto, in fondo, faceva lui stesso. Il re dei Visigoti non poteva sapere che, con sarcastica ironia, Onorio aveva addirittura battezzato con il nome di Roma una sua grossa gallina, autorizzata a razzolare liberamente per le sale del palazzo imperiale.

Il Senato, intanto, richiese la ripresa delle trattative, ed Alarico si dimostrò vagamente più accomodante: si sarebbe accontentato di “sole” 5.000 libbre di oro, 30.000 libbre d’argento, 3.000 libbre di pepe, 3.000 pezze di porpora e 4.000 giubbe di seta. I Romani, incapaci di reagire militarmente, accettarono: i Senatori si sottoposero a una tassazione straordinaria, alcuni templi vennero spogliati del loro oro, le matrone cedettero i propri gioielli. Quarantamila schiavi d’origine barbarica vennero posti in libertà: sarebbero stati altrettanti nemici in meno entro le mura.

A quel punto, mentre i Visigoti si mettevano lentamente in marcia per la Toscana, una delegazione del Senato partiva verso Ravenna, probabilmente su precisa richiesta di Alarico, il quale voleva che Onorio fosse informato sia del rischio corso da Roma, sia della moderazione che egli aveva mostrato nella richiesta del pagamento. Onorio ascoltò distrattamente ciò che i Senatori gli dicevano, divertendosi a gettar chicchi di grano alla gallina Roma, per poi infine domandare quali fossero le pretese del barbaro.

Alarico chiedeva innanzitutto il comando dell’esercito imperiale, con il relativo stipendio. Voleva inoltre un donativo annuo di denaro e di viveri per la sua gente che, con il riconoscimento imperiale, si sarebbe stanziata nelle terre della Dalmazia, passaggio obbligato verso l’Italia. Implicitamente, Alarico si impegnava in cambio a difendere la penisola. Mentre poteva essere flessibile sul dare oro e rifornimento, sulla prima richiesta Onorio fu irremovibile: non intendeva infatti porre l’Italia sotto la tutela dei Visigoti, a cui non sarebbe spettato nemmeno un singolo acro di terra imperiale.

Quando seppe della sprezzante risposta dell’imperatore, Alarico si rimise in marcia, piuttosto lentamente, verso Roma. Malgrado i consigli dei suoi ufficiali, che lo esortavano ad attaccare, il re si limitò a un nuovo blocco, spingendosi stavolta ad occupare Ostia, la principale fonte dei rifornimenti: Roma fu ben presto alla fame.

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Stavolta, un’ambasceria non avrebbe risolto nulla: i Senatori lo sapevano bene, e del resto non se la sentivano di pagare ancora di tasca loro. Alarico, d’altronde, voleva ben altro che l’oro, l’argento, il pepe e la seta. Dopo lunghe e confuse discussioni, si pensò di salvare la città consegnandola al più forte: Alarico venne così informato che Roma, considerandosi sciolta dall’obbedienza ad Onorio, era pronta a darsi “anima e corpo” ad un nuovo Imperatore, che avrebbe senz’altro accordato tutto ciò che Alarico richiedeva.

Alarico afferrò subito l’importanza dell’offerta, e la valutò appieno, comprendendo come questa proposta avrebbe potuto rappresentare un nuovo e potente mezzo di pressione su Onorio. Così, egli prese sotto la sua protezione un Imperatore fantoccio, il prefetto di Roma Attalo, debole e inetto, che dopo essere messo sul trono venne quasi subito deposto dallo stesso Alarico. Fu una sorta di commedia amara e grottesca, che si concluse con l’invio delle insegne di Attalo a Ravenna, come in un ultimo, generoso ed al contempo patetico tentativo di mostrare il suo lealismo a Onorio.

Ancora una volta, la ricompensa furono il cinismo e la durezza: un reparto imperiale assalì all’improvviso una colonna gota e la fece a pezzi. La misura fu colma. Ora, più che con se stesso, Alarico doveva fare i conti con il malcontento dei suoi ufficiali e con la stanchezza e la rabbia dei suoi soldati, ormai al limite e pronti alla ribellione.

Come avrebbe detto svariati secoli prima Giulio Cesare, il dado era tratto. Con una terza lunga ed estenuante marcia, i Visigoti tornarono a Roma e, il 24 agosto 410 d.C., irruppero nella città di notte, attraverso la Porta Salaria. Qualche storico ha parlato di tradimento, altri della ben eseguita operazione di un commando: a ogni modo non si ebbe alcun combattimento. Non appena entrati, i Visigoti appiccarono il fuoco alle case di legno più vicine, e da quei miserabili tuguri il fuoco iniziò a diffondersi con grande rapidità per quelle vie strette e immonde, giungendo al Palazzo di Sallustio, che fu la prima fiaccola che illuminò il Sacco di Roma.

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Alarico aveva fissato regole assai precise per l’assalto: egli aveva infatti lasciato i suoi uomini liberi di saccheggiare, ma non di distruggere la città o di compiere stragi indiscriminate. Chiunque si fosse rifugiato nelle chiese, ad esempio, sarebbe dovuto essere rispettato. Fu tutto inutile. Una cieca rabbia inondava gli animi degli invasori, affamati ed inferociti dalle lunghe marce; molti di essi, seguaci dell’eresia di Ario, uccisero anche per vendicarsi delle persecuzioni e degli oltraggi subiti da parte dei cristiani. I Visigoti erano indubbiamente impressionati dalla grandezza di Roma, ma disprezzavano quel popolo che senza difendersi fuggiva qua e là folle di terrore. Le donne, quanto più giovani e belle, pagarono naturalmente lo scotto più pesante; molti ricchi, accusati d’aver nascosto i loro tesori, vennero rapidamente torturati e uccisi.

Calcolare i morti è impossibile, ma alcuni testimoni narrano dell’angoscia dei giorni seguiti al Sacco, quando si presentò il problema di seppellire i cadaveri che si ammucchiavano ovunque e che si corrompevano sotto il sole ruggente di agosto. Quanto al bottino, esso dovette essere immenso: quando, qualche anno più tardi, Ataulfo, successore di Alarico, vorrà consacrare la pace con Roma, offrirà a Galla Placidia, la sua sposa romana, cento vasi colmi d’oro e di pietre preziose, che rappresentavano solo una minuscola parte del bottino.

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LA MORTE DI ALARICO

Dopo tre soli giorni di saccheggio, Alarico lasciò Roma. Qualche reparto si attardò in città, ma già alla fine di agosto, portandosi appresso colonne di prigionieri, i Visigoti erano in marcia verso sud. Giunto in Calabria, Alarico progettò di spostarsi in Sicilia o forse in Libia, ma fu colto da una febbre violenta e maligna che in pochi giorni lo portò a morte. I Visigoti gli diedero una tomba grandiosa nel letto del fiume Busento, la cui corrente fu deviata per permettere l’escavazione della fossa nella quale Alarico fu calato, a cavallo, armato di tutto punto. L’acqua venne poi immessa nuovamente nel greto, mentre gli schiavi che avevano compiuto i lavori furono massacrati, affinché nessuno potesse rivelare dove fossero i resti dell’uomo che aveva saccheggiato Roma.

Nel frattempo, a Ravenna, nel palazzo imperiale, un ministro irruppe nella sala del trono, urlando: “Roma è morta!”. Onorio, Imperatore Romano d’Occidente, lo guardò sconvolto: “Com’è possibile? Un minuto fa era qui, che beccava il grano dalle mie mani!”.

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