La ferocia di Caracalla

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LA FEROCIA DI CARACALLA

Sulla base di una tradizionale leggenda, ciò che indusse l’imperatore Settimio Severo a ricercare per consorte Giulia Domna, la bella figlia di Bassiano, Gran Sacerdote del Sole in Emesa, sarebbe stata una profezia: gli oroscopi predicevano infatti che lo sposo di lei sarebbe diventato il padrone del mondo.

Settimio Severo era a quell’epoca uno degli ufficiali più in vista e più benvoluti dell’imperatore Marco Aurelio e, dato il suo carattere ambizioso e superstizioso, non è improbabile che ad influire sulla propria scelta fossero state, ancor più che le qualità fisiche e morali della bella donna siriaca, anche e soprattutto le promesse degli astri. In ogni caso, però, era evidente che, a prescindere da ogni dato astrologico, nessuna moglie potesse essere meglio di Giulia Domna per quel Settimio Severo che, da una oscura origine provinciale, aveva salito tutti i gradini del successo fino alle più alte cariche dell’esercito e dello Stato, e che aspirava in cuor suo alla suprema dignità imperiale.

Giulia era bellissima, molto intelligente, sfrenatamente ambiziosa ed avida, nonché naturalmente portata a tutti gli intrighi della politica: la sua origine, inoltre, la apparentava a quel lato del carattere che il futuro imperatore traeva dalla sua patria africana, con un’evidente tendenza alle arti magiche, alle evocazioni spiritiche, ai torbidi riti delle religioni orientali e ad una innata sensualità. Indubbiamente Settimio Severo avrebbe trovato in lei una compagna congeniale ed una valida collaboratrice per la realizzazione dei suoi intenti.

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LA FURIA DI CARACALLA

Mentre la coppia si trovava nella Gallia Lugdanense, di cui Settimio Severo era governatore, nacque a Giulia il primo figlio, al quale si decise di mettere il nome di Bassiano in omaggio al nonno materno, ma che in epoca moderna venne maggiormente conosciuto col nomignolo dispregiativo che gli venne affibbiato in seguito dai suoi sottoposti: Caracalla.

Caracalla non fu certamente il primo degli imperatori a macchiare la storia dell’Urbe con le proprie nefandezze: Commodo, ad esempio, riuscì probabilmente a fare ben di peggio, ma toccò a lui il triste privilegio di iniziare lo scardinamento della grande compagine dello Stato, abbassando l’autorità morigeratrice ed augusta del Senato in favore dell’esercito, che aveva acquistato alla sua causa con folli liberalità e con il rilassamento di ogni disciplina.

La prima della lunga serie di efferatezze che caratterizzarono la vita di Caracalla fu la maniera con cui comunicò a sua moglie Plautilla la morte violenta del padre di lei. Egli detestava in effetti il suocero Plauziano, grande favorito di Settimio Severo, ed odiava Plautilla che gli era stata imposta come consorte: pertanto, mentre la giovane donna non sospettava di nulla, le fece portare da un soldato la barba strappata al cadavere di suo padre, accompagnandola con queste crude parole: “Tieni, questo è quel che rimane del tuo Plauziano”.

In base alla narrazione di Cassio Dione, il suo secondo delitto fu il parricidio. Settimio Severo lo aveva associato sé nella autorità imperiale, insieme col più giovane fratello Geta, ma Caracalla, mal tollerando di dividere il potere, aveva tentato dapprima di sbarazzarsi di suo padre, fomentando una ribellione fra le truppe quando si trovavano entrambi a guerreggiare in Caledonia, per poi arrivare quasi ad aggredirlo alle spalle mentre Settimio Severo marciava alla testa delle legioni: le grida dei soldati fecero volgere la testa all’imperatore, giusto in tempo per scorgere il suo indegno figliuolo che con la spada sguainata stava per slanciarsi su di lui.

È lo stesso Cassio Dione a raccontare cosa accadde dopo questo sciagurato tentativo. Settimio Severo parve riuscire a dominarsi, non mostrando né collera né paura, ed anzi la sera stessa convocò Caracalla e gli porse una spada, dicendogli “Se sei tanto bramoso del mio sangue, e desideri la mia morte, toglimi ora la vita: questo è il momento opportuno. Sono carico di anni, di infermità, ed impotente a difendermi. Se poi non volessi imbrattarti le mani del sangue paterno, qui c’è Papiniano: ordina a lui di trucidarmi: egli ti ubbidirà: tu sei già imperatore”.

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LA MORTE DI SETTIMIO SEVERO

Una scena così teatrale e patetica, probabilmente, non fu quella prescelta da Caracalla per mettere fine alla vita del proprio padre, con il futuro imperatore che per tutta la sua esistenza preferì sempre maniere più spicce e brutali. Quel che è certo è che Settimio Severo non sopravvisse a lungo all’attentato che gli storici attribuirono a suo figlio, forse proprio a causa dello stato di prostrazione fisica e morale in cui egli era caduto dopo l’attentato: egli morì infatti a York nel febbraio del 211 d.C.

L’urna con le sue ceneri venne portata a Roma da un singolare corteo di persone accese da odi, ambizioni, contrasti, passioni inumane. Vi erano i due fratelli nemici, Caracalla e Geta, con i loro seguiti che condividevano le gelosie ed i furori dei loro padroni; vi era la vedova di Settimio Severo, Giulia Domna, ben decisa a non rinunciare in alcun modo alla posizione di prestigio e di autorità di cui aveva goduto mentre regnava suo marito; a loro si aggiungevano la sorella di lei, Giulia Mesa, un’altra arrivista senza inibizioni, con le sue figlie Semia e Mammea, che un giorno sarebbero diventate anche loro madri di imperatori.

Alla fine del lungo viaggio, Caracalla si installò sull’Esquilino, nei domini che erano stati di Mecenate, mentre Geta si insediò sul Gianicolo, dove possedeva celebri giardini famosi in tutta l’Urbe. Per porre rimedio ad uno stato di cose che avrebbe fatalmente portato ad una guerra civile, fu prospettata ai fratelli una soluzione, ossia dividersi fra loro il territorio dell’impero; ad opporsi con forza a tale prospettiva fu però Giulia Domna, che paventava e presagiva le conseguenze dello spezzettamento della compagine unitaria dello Stato.

L’ASSASSINIO DI GETA

Fu in questo esatto momento che Caracalla si decise a sistemare la questione nel modo che fosse più consono alla propria indole, ossia togliendo di mezzo suo fratello con la violenza. Con il pretesto di addivenire ad una riconciliazione, persuase sua madre ad invitare Geta nel suo palazzo, conducendolo nella propria camera, dove sarebbe avvenuto l’incontro e l’abbraccio della pace. Il misero Geta, inerme, fu assalito dai pretoriani che Caracalla aveva fatto nascondere dietro ai tendaggi, e trucidato barbaramente, fra le braccia stesse di sua madre che cercava invano di ripararlo e difenderlo, mentre Caracalla osservava impassibile la scena. Giulia Domna, che nello scontro rimase ferita ad una mano, venne ricoperta del sangue del suo figliuolo, che non era riuscita a sottrarre alla morte.

La belva era ormai scatenata, e nulla e nessuno potevano frenarne la ferocia. Caracalla si accanì anche contro il ricordo di Geta, la cui ombra sanguinosa, assieme a quella di suo padre, turbava i suoi sogni. Volle che nessuno lo nominasse e tantomeno lo rimpiangesse, e scatenò sul fratello defunto il supplizio della Damnatio Memoriae, ossia la condanna all’oblio, ben visibile sulla cancellazione di parte dell’iscrizione dell’Arco di Settimio Severo.

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Tutti coloro che gli erano stati in qualche modo legati vennero soppressi: solo sua madre ebbe salva la vita, ma solo a patto di non mostrare il minimo turbamento o dolore per quella morte. Giulia Domna, che pure aveva amato e prediletto quel figlio che le era stato assassinato fra le braccia, si adattò a questa efferata condizione: era troppo ambiziosa per non desiderare di accattivarsi la grazia del nuovo ed assoluto padrone del mondo.

Roma si ritrovò immersa in un bagno di sangue: le cronache raccontano che perirono ventimila fra amici, partigiani, clienti, liberti e soldati di Geta. Cassio Dione afferma che persino i poeti comici non osarono più usare quel nome per i personaggi delle loro commedie, e che vennero addirittura confiscati i beni di coloro che avevano nominato Geta nei loro testamenti.

Elvio Pertinace, poi, pagò con la vita una battuta di spirito. Poiché Caracalla amava fregiarsi con l’aggettivo tratto dal nome dei popoli sconfitti, e già si era attribuito l’appellativo di Allamanicus e di Parthicus, il troppo spiritoso Pertinace osò adoperare per lui anche quello di Geticus. In cambio, al posto di una sonora risata, ebbe dall’imperatore la testa mozzata.

LA MORTE DI PAPINIANO

Tutti questi eccidi e queste repressioni non bastarono a fugare le truci ombre che oscuravano la coscienza ed i sogni del fratricida; Caracalla pensò dunque che una qualche liberazione potesse derivargli dalla apologia del suo misfatto. D’altronde, come in passato Seneca aveva composto la lettera in cui Nerone aveva illustrato al Senato le buone ragioni che lo avevano indotto a far sopprimere la madre Agrippina, così il grande giurista Papiniano avrebbe dovuto fare nei confronti della soppressione di Geta.

Nella mente di Caracalla, l’illustre giureconsulto avrebbe certo trovato i validi pretesti che avrebbero fatto rientrare nella legalità il suo operato, e costretto il funesto fantasma del fratello a liberarlo definitivamente della sua vendicativa presenza. Papiniano, però, si rifiutò risolutamente di rendere il servigio richiesto dall’imperatore, pur sapendo quali sarebbero state per lui le conseguenze del suo rifiuto. “È più facile commettere un fratricidio che giustificarlo” affermò, andando incontro alla morte con serena fermezza.

CARACALLA AD ALESSANDRIA D’EGITTO

All’incirca un anno dopo la morte di Geta, Caracalla lasciò Roma e non vi fece più ritorno: l’Urbe gli sembrava infatti un teatro troppo angusto per le sue gesta. Lo seguirono in Asia Minore sua madre, sua zia e le sue cugine, una delle quali, Semia, sarà la madre dell’altrettanto efferato imperatore Eliogabalo.

Aveva combattuto come fosse un gladiatore, così come aveva fatto in passato il suo predecessore Commodo; aveva vinto alcune corse dei carri nel circo, come auriga; aveva fatto strangolare la moglie Plautilla, che Settimio Severo aveva relegato nell’isola di Lipari proprio per sottrarla alle sue ire ed ai suoi furori; aveva fatto seppellire viva la vestale Clodia Leta perché aveva rifiutato di soggiacere alle sue voglie, ed aveva punito anche altre Vergini Vestali con il medesimo supplizio, col pretesto che esse non avevano saputo salvaguardare la loro verginità.

Ad attirare Caracalla era però soprattutto l’Oriente, col misterioso richiamo delle origini, in un singolare miscuglio di amore e di disgusto. La religione, i miti, gli incantesimi ed i costumi di quei lontani paesi lo affascinavano ma, nello stesso tempo, sentiva il bisogno di combatterli, di tiranneggiarli e di schiacciarli sotto il suo piede. Il furore fratricida che lo aveva mosso contro Geta agiva ancora nel suo animo, con una forza oscura contro le regioni da cui i suoi avi traevano le origini.

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A Caracalla piaceva imitare i gesti e gli atteggiamenti di Alessandro Magno, col quale credeva di potersi identificare, al punto che fece uccidere il suo favorito, Festo, per poterlo piangere, come Alessandro aveva fatto con Efestione. In omaggio al suo eroe, volle visitare la città fondata da lui, Alessandria di Egitto, ma non si ebbe dagli alessandrini le accoglienze che si era aspettato: arguti e raffinati, portati alla satira ed al pettegolezzo, gli abitanti di Alessandria trovarono semplicemente ridicoli gli atteggiamenti e le scimmiottature con cui quel tozzo e rozzo atleta parodiava il solare Macedone. I commenti irriverenti degli Alessandrini si polarizzarono però soprattutto sui rapporti che intercorrevano fra quel tiranno e sua madre Giulia Domna, dalla quale a detta loro si lasciava dominare: addirittura, dando credito alle dicerie che volevano egli avesse sposato in seconde nozze la bella donna che gli aveva dato la vita, gli Alessandrini affibbiarono a Giulia Domna il nome della moglie-madre di Edipo, Giocasta.

Caracalla, però, non era tipo da lasciare siffatti scherzi impuniti. Col pretesto di voler comporre una legione col fiore della gioventù alessandrina, la chiamò a raccolta nella piazza davanti al tempio di Serapide, e quindi fece passare quei giovani inghirlandati a fil di spada, mentre egli godeva lo spettacolo dell’eccidio dall’alto del tempio.

CARACALLA IN ASIA MINORE

Compiute le sue vendette su Alessandria, Caracalla tornò in Asia Minore, dove voleva preparare la sua spedizione contro i Parti: una spedizione alla sua maniera, basata su inganni e violenze. Finse infatti di richiedere in moglie la figlia di Artabano, signore di quella nazione, inviandogli ambasciatori con lettere, doni e promesse di infrangibile alleanza. Dopo qualche tentennamento, Artabano si risolse ad accettare le offerte dell’imperatore: nella capitale Ctesifonte cominciarono i preparativi per le accoglienze a Caracalla e per le nozze fastose.

Tutto il popolo partico si era radunato festante nella pianura dove doveva avvenire l’incontro fra i due monarchi; come succede spesso in simili occasioni, tutti facevano a gara per conquistarsi i posti in prima fila, al fine di poter esprimere con applausi e grida di gioia il proprio entusiasmo. In quel preciso momento, Caracalla eseguì il suo piano, dando il segnale stabilito ai suoi i quali, spade alla mano, si lanciarono sopra i Parti che, credendo di essere venuti a nozze, avevano portato con sè soltanto i loro strumenti musicali.

Seguì una orribile strage, dalla quale, come narra Erodiano, Artabano riuscì a sfuggire unicamente per la prontezza e la fedeltà dei suoi che lo portarono via su di un cavallo.

IL SEGNO DELLE STELLE

Le imperscrutabili strade del fato crearono per Caracalla un finale decisamente inaspettato, rendendo questo “figlio di una combinazione astrologica” vittima a sua volta di un oroscopo.

Un astrologo africano, infatti, scoprì dalla congiunzione degli astri che Macrino, favorito di Caracalla e Prefetto del Pretorio, sarebbe dovuto succedere in breve a quest’ultimo come imperatore. Quando si sparse la voce di questa profezia, uno zelante prefetto di Roma volle immediatamente avvertirne lo stesso imperatore. Quando giunse il suo messaggio rivelatore, Caracalla era intento ai giochi del Circo: passò la lettera allo stesso Macrino perché la leggesse e gliene riferisse più tardi il contenuto.

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Macrino, naturalmente, si guardò bene dall’eseguire la seconda parte dell’incarico, perché se lo avesse svolto sarebbe certamente stato messo a morte. Sbigottito e al tempo stesso esaltato dalla insperata profezia, Macrino si decise quindi a rendere effettivi i pronostici degli astri: diede incarico ad un soldato, Marziale, di togliere di mezzo Caracalla e gli promise tutti i favori e le ricompense di cui l’alta carica alla quale in breve sarebbe assurto lo faceva garante.

Era la primavera del 217 d.C., una stagione propizia per riprendere la campagna contro il re dei Parti, Artabano, che anelava a vendicarsi della beffa atroce di cui era stato vittima. Caracalla mise in moto le sue schiere, ma trovandosi in Mesopotamia nei pressi di Carre, luogo celebre per il suo tempio al dio Luna (una di quelle misteriose divinità orientali che tanto lo affascinavano), decise di andarlo a visitare. Fu in questo momento di solitudine che Marziale assolse l’incarico che gli aveva affidato Macrino: avvicinatosi non visto da nessuno all’imperatore, lo pugnalò fulmineamente alle spalle.

L’oroscopo dell’astrologo africano si materializzò istantaneamente, ma le stelle non furono propizie alla mano dell’assassino: se da un lato infatti Macrino successe a Caracalla nella dinastia imperiale, colui che aveva materialmente determinato l’avverarsi della profezia, ossia il soldato Marziale, non poté godersi il frutto del suo operato, venendo ucciso a sua volta da una guardia imperiale mentre stringeva ancora nel pugno l’arma grondante del sangue del crudele imperatore Caracalla.

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