Gli schiavi nell’antica Grecia e nell’antica Roma

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GLI SCHIAVI NELL’ANTICA GRECIA E ANTICA ROMA

Nel mondo Greco, così come d’altronde in quello Orientale, l’origine della schiavitù risale a tempi antichissimi. La decifrazione della cosiddetta “scrittura minoica lineare B” ha accertato infatti la presenza di schiavi già nel periodo che va dal 1450 al 1200 a.C., periodo al quale risalgono presumibilmente le tavolette rintracciate a Pilo e decifrate dagli studiosi inglesi Ventris e Chadwick.

Già ben radicata appare inoltre l’istituzione della schiavitù nelle descrizioni omeriche dell’Iliade e dell’Odissea, che narrano avvenimenti collocabili tra il XIII e l’VIII secolo a.C.: il numero degli schiavi appare, sulla base dei resoconti deducibili da tali opere, piuttosto limitato e probabilmente destinato solo alle case dei ricchi, con il solo Ulisse, la cui ricchezza era da considerarsi eccezionale, a possederne un centinalo, tra cui una cinquantina di schiave di palazzo ed una trentina di guardiani d’armenti.

LA SCHIAVITU’ NARRATA DA OMERO

La fonte della schiavitù fu la violenza nelle sue varie manifestazioni, con la guerra in primo piano e le azioni di pirateria in secondo piano. Lo stesso Ettore, nell’Iliade, prevedeva con il cuore stretto dall’angoscia il triste destino incombente sulla diletta Andromaca nel caso in cui Troia fosse stata espugnata: “Tu te ne andrai in Argo a tesser la tela per un padrone, ad attinger acqua alla fontana, con il cuore pieno di amarezza, sotto il peso di un crudele destino”. Alcuni prigionieri di guerra, secondo Omero, venivano in realtà riscattati, ma gli altri erano venduti come schiavi in terre lontane, dando luogo ad un commercio regolare che aveva i suoi specialisti nei Fenici e nei Tafii.

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Basti in tal senso leggere il racconto narrato nell’Odissea da Eumeo, il fedele porcaro di Ulisse: suo padre, re di un’isola dell’Egeo, aveva comperato dai pirati una schiava di Sidone la quale un giorno, approfittando della presenza in porto di mercanti fenici, si accordò segretamente con essi promettendo in cambio della fuga molto oro, rubato dalla reggia, ed il figlio stesso del re, il piccolo Eumeo. Il giorno convenuto si presentò a palazzo uno dei mercanti col pretesto di vendere un monile d’oro e, mentre la regina era intenta a contrattarne il prezzo, la schiava, preso il piccolo Eumeo, lo portò a bordo della nave fenicia che prese subito il largo. Dopo sei giorni di navigazione i mercanti scaraventarono in mare la sciagurata schiava, che venne divorata dai pesci sotto lo sguardo atterrito del piccolo Eumeo il quale, giunto pochi giorni dopo ad Itaca, veniva venduto a Laerte, ossia il padre di Ulisse.

Tale pratica doveva essere assai diffusa e per niente infamante all’epoca di Ulisse, come comprovato dal fatto che quest’ultimo narrò orgogliosamente di aver spesso fatto man bassa di donne e bambini durante le sue spedizioni. Nel mondo omerico gli schiavi venivano usati quasi esclusivamente per i lavori domestici e talora, soprattutto nel caso di uomini, per la coltivazione dei campi e la custodia degli armenti. Sembra tuttavia che questo tipo di schiavitù rurale fosse non troppo sviluppato e ciò spiegherebbe il motivo per cui nelle guerre il numero degli uomini risparmiati era molto inferiore a quello delle donne. Esse infatti erano addette in prevalenza ai lavori domestici: cucinavano i cibi e li servivano in tavola, preparavano il bagno e le camere da letto, avevano cura delle persone dei padroni, tessevano, filavano e aiutavano le padrone nelle varie attività femminili e di governo della casa, oltre a servire talvolta per il concubinaggio nel caso esse fossero giovani e graziose.

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Risulta tuttavia necessario precisare che, nella stragrande maggioranza dei casi, le funzioni degli schiavi non avevano nulla di esclusivo, essendo infatti i medesimi lavori compiuti anche dai salariati e dagli stessi padroni. È frequentissimo infatti nei poemi omerici trovare padroni e padrone, e persino re e regine, intenti ai lavori più umili, fianco a fianco con i loro schiavi: la principessa Nausicaa, ad esempio, lavava i panni in mezzo alle sue schiave!

In un regime così frugale, anche la condizione materiale degli schiavi è tollerabile. Le relazioni tra padroni e schiavi sono molto più umanitarie di quanto lo saranno nei secoli seguenti, quando si svilupperà una schiavitù di tipo industriale legata alla necessità di una maggiore e meglio organizzata produzione. Sulla scia del principio del massimo sfruttamento possibile, freddezza ed impersonalità si sostituiranno al carattere di comunità di affetti e di interessi tipico del mondo omerico, in cui il trattamento degli schiavi era generalmente descritto come mite e generoso. Lo schiavo, una volta entrato in una casa, diveniva quasi parte della famiglia, e la convivenza ed il lavoro comune finivano per generare tra lui ed i padroni un’armonia che spesso raggiungeva una sorta di affezione reciproca. Così a poco a poco lo schiavo finiva per dimenticare la sua origine e cercava di meritare un miglioramento della sua condizione ed una vecchiaia esente da preoccupazioni, creandosi magari una famiglia: fu proprio il caso di Eumeo, il quale si ritrovò persino a possedere uno schiavo personale, acquistato con i propri risparmi.

Tutto ciò non significa che la schiavitù non fosse una grave menomazione ed un’autentica sciagura nella vita di un uomo, anche perché non tutti i padroni erano umani e temperanti, e lo schiavo era pur sempre una proprietà del padrone, il quale aveva su di lui tutti i diritti, compreso quello di vita e di morte. Una giovane schiava costituiva spesso il premio di un concorso sportivo o il perfetto dono di ospitalità e di rappacificazione, e ciò dimostra l’assoluto arbitrio del padrone nel disporre della destinazione dei servi: questi poteri, però, venivano usati (tranne alcune eccezioni) con una certa moderazione e per quanto riguarda il diritto di vita e di morte, applicato del resto solo in casi eccezionali, non bisogna dimenticare che al Paterfamilias esso competeva anche nei confronti della moglie e dei figli.

GLI SCHIAVI NELL’ANTICA GRECIA

Tra l’VIII ed il VII secolo a.C. accaddero nel mondo ellenico degli eventi che ebbero una profonda influenza su tutti gli aspetti della vita economica e sociale: la colonizzazione del litorale mediterraneo, introduzione della moneta negli scambi e lo sviluppo di alcune produzioni manifatturiere. Tutti questi mutamenti incrementarono in notevole misura la schiavitù e ne modificarono anche le caratteristiche.

A causa del vertiginoso aumento nella varietà dei bisogni da soddisfare, l’organizzazione familiare non poteva più essere sufficiente a fornire la quantità necessaria e la varietà di specializzazioni richieste sul mercato del lavoro, e per ovviare a questo problema i Greci si rivolsero in misura sempre crescente al lavoro schiavistico. Servivano più schiavi che in passato per il servizio domestico e soprattutto per la nascente industria manifatturiera, specialmente tessile; ogni casa si trasformò così in una sorta di laboratorio, in cui schiavi e schiave dedicavano i loro giorni e spesso le notti a filare, tessere e cucire.

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Fu soprattutto in Asia Minore che la schiavitù andò aumentando di pari passo con l’industria e Chio divenne in breve tempo il più grande mercato di schiavi. Sia Teopompo che Posidonio imputano ai Chioti, primi tra i Greci, l’uso di schiavi non greci ottenuti per acquisto. I Greci ridotti in schiavitù provenivano tendenzialmente dalle tristi schiere dei debitori insolventi, dei bimbi rapiti o esposti e delle giovinette vendute e venivano generalmente avviati verso gli harem di Susa con le funzioni di eunuchi e di concubine.

La maggior parte degli schiavi era dunque di origine straniera: Siriani, Traci, Sciti, Illiri, Lidi, Maltesi, Persiani, Arabi, Egiziani e Libici. I prezzi di acquisto variavano, come è ovvio, a seconda delle capacità ed anche della provenienza: di fronte a prezzi medi di 180-200 dracme, si registravano punte di oltre 300 dracme per ghi schiavi siriani, considerati particolarmente forti di corpo e svegli di mente.

Le vendite degli schiavi venivano annunciate pubblicamente da un araldo o per mezzo d’affissione, onde dar modo agli eventuali possessori di diritti di far opposizione. In ogni città esisteva un luogo apposito in cui avvenivano le compravendite, e sembra che queste potessero svolgersi solo nel primo giorno di ogni mese. Le malattie gravi dello schiavo, come la tubercolosi e l’epilessia, dovevano essere dichiarate dal venditore sotto pena di multa, mentre l’acquirente per assicurarsi che lo schiavo fosse sano ed atto al lavoro, prima di pagarlo lo faceva correre e saltare e spesso lo palpeggiava attentamente.

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L’incremento della schiavitù iniziato nell’VIII secolo a.C. andò via via estendendosi ed il periodo del massimo splendore ateniese (V-IV secolo a.C.) corrispose anche al massimo sviluppo dell’istituzione in Grecia. La schiavitù poteva capitare in sorte ad ogni individuo per i più svariati motivi: nascita da genitori schiavi, cattura in guerra o in azioni di pirateria, esposizione di infanti, condanna e gravi rovesci economici. Al solo fine di offrire una vaga quantificazione del fenomeno, basti dire che nell’Attica la popolazione schiava si aggirava circa attorno ad un quarto della popolazione totale.

LE CATEGORIE DI SCHIAVI

Gli schiavi si dividevano in tre categorie: pubblici, privati e schiavi dei templi. Gli schiavi pubblici, paragonabili a dei piccoli burocrati, si distinguevano nettamente dagli schiavi privati per il fatto che essi percepivano una piccola paga giornaliera di tre oboli e godevano di una notevole libertà di movimento. Acquistati a spese dello Stato, venivano impiegati in vari servizi pubblici come attendenti degli alti funzionari, agenti di polizia per il mantenimento dell’ordine e l’arresto dei criminali, guardiani delle prigioni, gabellieri e così via.

Per quanto riguarda gli schiavi dei templi, ossia coloro che prestavano attività nei santuari, è bene ricordare un’istituzione singolare abbastanza in uso nel mondo greco ed etrusco, ossia la cosiddetta prostituzione sacrale. Essa veniva praticata da giovanette ad esclusivo vantaggio dei templi cui appartenevano e generalmente si svolgeva con una determinata ritualistica, specialmente durante feste tradizionali: anche in questo caso, al solo fine di offrire una generica quantificazione del fenomeno, secondo Strabone il tempio di Afrodite a Corinto contava un totale di mille cortigiane sacre.

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Il maggior numero di schiavi era però di proprietà privata, ed essi erano destinati alle mansioni più variegate. Una fondamentale divisione esisteva tra douloi, ossia gli schiavi lavoranti alle dipendenze dirette del padrone, e douloi misthophorountes, che vivevano separati dal padrone al quale versavano totalmente o parzialmente gli introiti delle attività esercitate. Queste attività erano le più disparate: fabbri, mobilieri, pellettieri, filatori, tessitori, fornai, pescivendoli, cordai, barbieri, venditori di sesamo e di incenso, fruttivendoli, carrettieri, minatori e agricoltori per gli uomini, mentre le attività più frequenti per le schiave erano quelle di domestica, sarta, nurse e suonatrice di kithara.

Come già accennato, le schiave più giovani e graziose avevano, come una delle funzioni principali delle loro giornate, quella di procurare svaghi ai padroni o agli amici dei padroni. In Atene, città particolarmente libera di costumi, tali funzioni ricevettero uno sviluppo e persino un’organizzazione fuori del comune: oltre alle “intrattenitrici” in pianta stabile nelle case dei più ricchi, che avevano la funzione di ravvivare ricevimenti e festini, esistevano delle organizzazioni specializzate che in occasione di feste inviavano presso le case dei ricchi delle schiave in funzione di “ragazze squillo ante litteram”.

Le funzioni degli schiavi non si limitavano però solo a questi servizi di manovalanza e di scarsa responsabilità. Nei documenti dell’epoca troviamo anche medici, pedagoghi, banchieri e architetti, come dimostrato dalla vicenda di Demetrio, schiavo del VI secolo a.C. al quale veniva attribuita la costruzione del tempio di Artemide ad Efeso.

LA POSIZIONE GIURIDICA DEGLI SCHIAVI IN GRECIA

Nella Grecia classica, uno schiavo non possedeva, almeno in teoria, individualità né personalità giuridica separata da quella del padrone. Come era solito dichiarare Aristotele, lo schiavo era un oggetto al pari di un bene mobile, e come tale non doveva avere alcun diritto.

In realtà, sia dall’ordinamento che dalla pratica quotidiana, ad uno schiavo erano riconosciute alcune salvaguardie. Innanzitutto, sebbene non esistesse alcun limite alle punizioni, chi uccidesse uno schiavo veniva sottoposto a procedimento penale. Inoltre, per proteggersi dalle sevizie arbitrarie ed eccessive, lo schiavo poteva rifugiarsi presso i templi, sotto la protezione della Divinità, ed ingiungere al padrone di venderlo. Infine, sebbene in teoria lo schiavo non potesse avere alcuna proprietà, spesso era lo stesso padrone a permettergli di accumulare una piccola parte dei suoi guadagni, da utilizzare successivamente per il riscatto dello schiavo stesso. A questo proposito è interessante notare come, non avendo lo schiavo capacità giuridica per effettuare il proprio riscatto, in molte città greche si ricorresse ad una curiosa finzione. Lo schiavo o il padrone consegnavano ai sacerdoti di un tempio l’ammontare necessario all’affrancazione ed i sacerdoti comperavano lo schiavo per conto degli Dei del tempio, lasciandolo poi libero.

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In alcuni casi gli schiavi raggiungevano addirittura l’agiatezza, come appare da alcuni episodi narrati dagli autori classici. Quando uno schiavo veniva comperato era introdotto nella casa con una festicciola, durante la quale i padroni offrivano fichi, noci e dolci al nuovo venuto per dimostrare la loro buona disposizione ed il loro augurio.

Ciò non significa ovviamente che la vita dello schiavo greco fosse piacevole e che egli non dovesse sottostare a stridenti ed umilianti inferiorità nei confronti degli uomini liberi. Uno schiavo poteva, ad esempio, essere sottoposto a condanne implicanti pene corporali anche per le più lievi mancanze, ed in un processo la sua testimonianza poteva essere ottenuta con l’ausilio della tortura. Inoltre, lo schiavo fuggitivo veniva trattato con crudeltà inaudita e spesso mutilato o marchiato a fuoco: poiché le evasioni erano molto frequenti a dispetto delle punizioni, sembra che esistessero dei “cacciatori di taglie” professionisti che lavoravano allo scopo di recuperarli.

LA LIBERAZIONE DEGLI SCHIAVI

Un altro elemento importante da tener presente è la frequenza nel mondo greco, soprattutto a partire dal IV secolo a.C., delle manumissioni, cioè delle liberazioni di schiavi.

Esistevano due tipi di manumissio: quella collettiva di un gran numero di schiavi ad opera dello Stato e quella individuale da parte del padrone. Alla prima si ricorreva generalmente in caso di grave pericolo della Patria per assicurarsi il lealismo degli schiavi, come avvenne ad esempio in Atene nel 490 e nel 406 a.C.

Le manumissioni individuali erano molto più frequenti ed attraverso esse i padroni premiavano, spesso con disposizione testamentaria, gli schiavi fedeli e laboriosi: la procedura normale consisteva in una dichiarazione fatta in tribunale o sulla pubblica piazza. Secondo la testimonianza di Diogene Laerzio persino Aristotele, il più intransigente assertore dell’inferiorità naturale degli schiavi e della necessità di tale istituzione, sarebbe ricorso alla manumissio per testamento di tutti i suoi schiavi.

GLI SCHIAVI NELLA ROMA ANTICA

Se spostiamo ora l’attenzione dalla schiavitù greca a quella romana ci accorgiamo che accanto ad alcune costanti, comuni del resto a tutte le società schiaviste, esistono delle notevoli differenze.

Le prime notizie storiche relative all’antica Roma ci presentano un panorama molto simile a quello della Grecia omerica, con un numero molto limitato di schiavi e rapporti quasi amichevoli tra padroni e servi: secondo la tradizione, il celebre Attilio Regolo possedeva un solo schiavo ed altri importanti personaggi sembra non ne possedessero affatto.

Quando però Roma iniziò la sua espansione territoriale il numero degli schiavi, provenienti dalle catture in guerra, aumentò a dismisura ed anche i rapporti tra padroni e servi si alterarono profondamente. Nella seconda metà del III secolo a.C. centinaia di migliaia di prigionieri vennero riversati sui mercati romani e negli anni successivi tale fenomeno andò sempre più espandendosi sino a creare la proporzione approssimativa di uno schiavo ogni tre persone libere. In base a questi dati si può affermare che nel I secolo a.C. (corrispondente agli ultimi anni della Repubblica ed ai primi dell’Impero) la schiavitù raggiunse in Roma uno sviluppo mai raggiunto in passato.

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Oltre all’immenso stuolo dei prigionieri di guerra un’altra fonte ricchissima di schiavi fu la pirateria, che raggiunse in questo periodo una organizzazione mai conosciuta in precedenza. Delo in particolare divenne per la sua posizione geografica il cuore dell’infame commercio, ed i pirati cilici vi costituirono un vasto deposito per le prede provenienti dalle loro scorrerie terrestri e marittime: secondo Strabone, il movimento di arrivi e partenze di schiavi nell’isola di Delo raggiungeva anche le diecimila unità giornaliere.

Accanto ai cacciatori di schiavi vi erano poi gli importatori all’ingrosso, chiamati mangones, i cui agenti seguivano le legioni romane sui campi di battaglia per comprare direttamente i prigionieri, per poi condurli nei vari porti del Mediterraneo e del vicino Oriente e smerciandoli al minuto in appositi mercati e in giorni prestabiliti. Nell’Antica Roma i principali mercati erano in Campo Marzio, sulla Via Sacra e lungo la Via Tusculana, mentre la vendita delle schiave da concubinaggio avveniva solitamente nei pressi di un non identificato Tempio di Venere. I mercanti decantavano ad alta voce la merce cercando di valorizzarla al meglio, depilando gli schiavi e lucidandoli con olio d’oliva: per far fronte agli imbrogli sempre più frequenti le autorità imposero che ogni schiavo recasse appeso al collo un cartello con la descrizione dei dati anagrafici, delle qualità e dei difetti, mentre sempre più spesso i compratori solevano farsi accompagnare da un medico in qualità di consulente.

Certe attitudini e specializzazioni degli schiavi ne facevano aumentare sensibilmente il prezzo. Se si trattava di uomini, una buona cultura e conoscenze nel campo della medicina, della filosofia e delle lingue costituivano ottimi titoli; per le donne, canto, recitazione e danza, oltre beninteso la giovinezza e certi attributi fisici, erano gli ornamenti più richiesti. La nazionalità degli schiavi era spesso sinonimo di tali qualità ed influiva conseguentemente sui prezzi: le giovani palestinesi ad esempio, proverbiali per la loro bellezza e focosità, potevano essere valutate anche 10.000 sesterzi.

Oltre a queste vendite di “pezzi singoli”, vi era talvolta lo smercio in lotti di schiavi non specializzati da aggiogare ai lavori anonimi e massacranti dei campi e degli opifici: in tal senso, una gran massa di individui, uomini e donne, veniva comprata in blocco e avviata verso un duro destino. In questi sterminati latifondi tutto il lavoro veniva compiuto da migliaia di schiavi che lavoravano raggruppati in squadre sotta la sorveglianza di guardiani quasi sempre spietati e brutali: il trattamento che questi servi rustici ricevevano era veramente inumano e fu da essi che nacquero quasi tutte le rivolte schiavistiche che insanguinarono l’Italia.

Accanto agli schiavi rustici esistevano quelli urbani, quasi interamente addetti ai servizi domestici e a una serie di attività improduttive tendenti a favorire il lusso e la vanità dei padroni.

IL RUOLO DEGLI SCHIAVI

Mentre nel II secolo a. C. quattro o cinque schiavi erano sufficienti anche ad una persona molto ricca, in seguito non ci si accontentò più e il bisogno del superfluo, un più elevato tenore di vita e l’abitudine al fasto contribuirono a diffondere e moltiplicare la schiavitù anche nella vita cittadina. Strabone colloca l’inizio di questo fenomeno nel periodo dello sviluppo della pirateria cilicia, dopo la distruzione di Cartagine, ma il vero boom nell’uso degli schiavi di lusso addetti ai servizi non produttivi si verificò negli anni che vanno dalla fine della Repubblica all’inizio dell’Impero. È in questo tempo che nacque l’uso di chiedere informazioni di una persona con la frase “Quot pascit servos?” (Quanti schiavi mantiene?).

A custodia dell’ingresso delle case patrizie vi era sempre uno schiavo che ricopriva contemporaneamente le funzioni del cane da guardia e del campanello. Alle arti culinarie era poi dedicato un vero stuolo di servi: sguatteri, cucinieri, impastatori di pane, cantinieri, cuochi, coppieri, valletti e maggiordomi. Vi era il triclinarchia, sorta di maître della sala da pranzo, che sovrintendeva ai lectisterniatores, coloro cioè che adagiavano i banchettanti sui triclinii. Vi erano i flabelliferi, con funzioni di ventilatori e scacciamosche, e spesso era anche presente un horarius, l’orologio di famiglia, che doveva annunciare le ore. A questi schiavi domestici sì aggiungevano schiavi fabbri, barbieri, giardinieri, bagnini, medici, copisti, segretari, cassieri, suonatori, letterati e cantanti.

Un gruppo di servi particolarmente robusti costituivano il corpo di guardia del padrone: questi dovevano trasportarlo in lettiga attraverso la città preceduti da un collega detto anteambulator, il quale fendeva la calca urlando per farsi spazio tra la folla. Esisteva poi il nomenclator, conoscitore dei nomi di tutte le persone che potessero salutare il padrone; egli si poneva accanto alla lettiga del padrone e gli bisbigliava i nomi di tutti coloro che, specie in tempo di elezioni, era opportuno salutare con particolare calore. Quando il padrone usciva poi di notte, alcuni schiavi muniti di torce lo precedevano per rischiarargli il cammino.

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I GLADIATORI

Una categoria tutta particolare di schiavi era quella dei gladiatori. I giochi dell’Anfiteatro divennero così caratteristici della vita romana da costituire il divertimento nazionale, aumentando grandemente il numero di questi schiavi. Durante tali cerimonie, le lotte fra i gladiatori e le cacce alle fiere potevano durare giorni interi, necessitando quindi di un gran numero di atleti.

Sino ai tempi di Augusto, qualsiasi schiavo poteva essere condannato dal padrone a battersi in veste di gladiatore: se il disgraziato mostrava di non voler affrontare l’avversario o la fiera che gli veniva opposta, lo si poteva pungolare con sbarre roventi. In breve però ai condannati vennero affiancati degli schiavi specializzati al mestiere di gladiatore, e talvolta questa attività venne intrapresa anche da individui liberi. Il gladiatore divenne così una specie di atleta, addestrato in scuole specializzate all’uso delle armi, ed alcuni di essi godettero di una popolarità ed ammirazione paragonabile a quella degli odierni calciatori.

Quando poi venne introdotto negli anfiteatri l’uso delle scommesse, l’importanza dei gladiatori crebbe ancora di più, ed alcuni padroni, detti lanisti, finirono per specializzarsi in questo tipo di attività economica, trasferendosi con le loro troupes da una città all’altra e percependo lauti in gaggi dagli organizzatori di spettacoli.

Tutto questo portò come conseguenza un particolare riguardo per gli schiavi gladiatori ed un notevole miglioramento nelle loro condizioni di vita: essi ricevevano infatti cure speciali e vitto ed alloggio di prima qualità, oltre a ricevere cure mediche fornite da esperti di primo livello, spesso i medesimi che si occupavano di accompagnare le legioni romane in battaglia.

DIRITTI E DOVERI DEGLI SCHIAVI

Nell’Antica Roma, la vita degli schiavi doveva quindi essere particolarmente infelice: gli schiavi dei latifondi ed i servi domestici non specializzati erano sottoposti a tutti i capricci del padrone. Tuttavia i numerosi esempi di lealtà e devozione di schiavi tramandatici dalla letteratura del tempo stanno ad indicare l’esistenza di padroni comprensivi e non brutali.

Nel calendario romano, vi erano anche delle ricorrenze nelle quali le norme relative al lavoro ed alla condotta degli schiavi erano soppresse o mitigate, come ad esempio i Saturnalia, durante i quali gli schiavi venivano festeggiati e trattati da pari a pari dai propri padroni, ed i Matronalia, alle calende di marzo, in cui era tradizione che fossero le padrone a servire le proprie schiave.

La legge romana, al pari di quella greca, considerava lo schiavo un oggetto, con tutte le conseguenze già esaminate che questo fatto comportava. In linea di principio il matrimonio, detto connubium, non era ammesso tra schiavi ed era sostituito da una semplice unione di fatto, il contubernium, visto assai di buon occhio dai padroni per la nuova manodopera schiava che esso generava. I figli di schiavi infatti erano automaticamente schiavi, mentre nel caso di unioni miste i figli recepivano lo status della madre.

Sotto certe condizioni gli schiavi potevano avere dei beni propri che tuttavia il padrone poteva in ogni momento confiscare. Tale proprietà veniva chiamata peculium e talvolta, nel caso di schiavi intraprendenti e di padroni generosi, esso poteva raggiungere un’entità abbastanza ragguardevole, sufficiente per il riscatto.

Nonostante questi palliativi e le molte eccezioni ricordate, nella Roma repubblicana la schiavitù mantenne un carattere di estrema rigidità. La legge conferiva infatti al dominus il completo controllo sugli schiavi, ed anche le punizioni erano lasciate alla sua discrezione. Gli schiavi dei latifondi, poi, venivano considerati e trattati come semplici strumenti di lavoro e di produzione, senza alcun riguardo per i loro bisogni materiali. Questo concetto appare evidente nel De Agricultura di Catone, in cui ogni suggerimento e discussione sull’impiego degli schiavi è in funzione della loro utilità e resa economica: vi si legge, fra le altre cose, che l’alimentazione degli schiavi deve essere dosata a secondo delle fatiche richieste, riducendola al minimo vitale in caso di malattie, e che al sopraggiungere della vecchiaia o dell’invalidità gli schiavi devono essere venduti o abbandonati al loro destino, il che sembra che fosse attuato trasportando gli infelici nell’Isola Tiberina, dove venivano lasciati morire di fame.

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LE PUNIZIONI DEGLI SCHIAVI

Gli ergastola erano i luoghi, talvolta sotterranei, in cui venivano rinchiusi gli schiavi spesso incatenati. La più piccola mancanza da parte di essi era punita con castighi crudeli: tortura, mutilazioni, squartamenti, frustate e feroci esecuzioni capitali. Al collo del giustiziato, la cui agonia era solitamente lunghissima, veniva appeso un cartello che indicava la causa della condanna, che poteva andare dalla rivolta alla fuga, dal ferimento all’uccisione del padrone.

Le malelingue di Roma affermavano che persino Giulio Cesare avesse sottoposto al martirio uno schiavo che aveva servito a tavola del pane scadente e che Catone punisse con la tortura le più piccole distrazioni dei suoi servi. Secondo la testimonianza di Cicerone, poi, Domizio fece crocifiggere uno schiavo accusato di avere ucciso un cinghiale, e il senatore Lucio Quinto Flaminio fece persino uccidere uno schiavo per mostrare lo spettacolo ad un amico che non aveva mai assistito ad un’esecuzione. Pollione, amico di Augusto, faceva gettare gli schiavi in pasto alle murene, mentre Ovidio e Giovenale riferiscono le crudeltà e le sevizie inferte alle ancelle da alcune matrone romane, che tenevano a portata di mano degli acuminati stiletti con cui pungolavano le schiave pigre o distratte.

LE RIVOLTE DEGLI SCHIAVI

Questi esempi, tratti dagli scrittori dell’epoca, confermano la particolare asprezza della vita degli schiavi romani, almeno nei secoli del massimo splendore di Roma: è proprio in questo contesto che nascono e si giustificano le numerose rivolte schiavistiche avvenute a varie riprese nella storia romana.

Le prime rivolte risalgono alla fine della Seconda Guerra Punica. Nel 196 a.C. una seria sommossa scoppiata in Etruria venne soffocata con l’invio di una legione e la crocifissione dei capi della sollevazione, ma nel 134 a.C. una nuova violenta rivolta esplose in Sicilia a causa dell’esasperazione diffusasi tra gli schiavi di un ricco latifondista di Enna che usava la marchiatura a fuoco e la tortura per i più futili motivi. Circa quattrocento furono gli iniziatori della rivolta, a capo della quale si pose uno schiavo siriano di nome Euno: quest’ultimo, dopo aver messo a morte l’ex padrone ed averne consegnato la moglie all’ira delle schiave, entrò in Enna dove si abbandonò ad una serie di violenze. In capo a pochi giorni i rivoltosi divennero seimila, quindi trentamila ed infine settantamila, grazie all’adesione degli schiavi di gran parte della Sicilia. Euno venne eletto re con il nome di Antioco e la capitale di questo effimero regno venne posta ad Enna.

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Per ben tre anni le bande degli ex schiavi tennero in scacco le legioni inviate da Roma, ma nel 132 a.C. il Console Rupilio con un grande spiegamento di forze riuscì ad entrare in Enna. Euno, rifugiatosi in una carbonaia, venne scoperto e, dopo essere stato flagellato pubblicamente, fu rinchiuso nella prigione di Morgantina dove morì. Bande superstiti di rivoltosi continuarono tuttavia a vivere alla macchia per lungo tempo, finché nel 103 a.C. la rivolta scoppiò nuovamente violenta in tutta la Sicilia e fu necessaria una spedizione di diciassettemila uomini comandati dal Console Mario per affogarla nel sangue.

La più famosa rivolta servile, ossia quella chiamata “dei gladiatori”, avvenne però dal 73 al 71 a.C. ed ebbe per protagonista il celebre Spartaco, un gladiatore trace. Alla testa di settanta gladiatori di Capua, fuggiti nottetempo dopo aver sgozzato i guardiani, Spartaco si diede alla macchina con l’intenzione di raggiungere le Alpi e da lì la Gallia. Durante la marcia verso nord, però, ben 120.000 schiavi si unirono a lui, suscitando immediatamente il vivo allarme di Roma che si vide direttamente minacciata.

Il Console Lentulo ed altri comandanti romani inviati contro gli ammutinati furono duramente sconfitti e Roma si vide allora costretta a ricorrere ad un esercito di otto legioni affidato al comando di Marco Licinio. Lo scontro terribile avvenne nel 71 a.C. a Silano, ed in esso persero la vita, oltre a numerosi legionari romani, 12.000 schiavi tra cui lo stesso Spartaco, senza contare quelli che si suicidarono per evitare terribili punizioni, come la crocifissione di oltre seimila schiavi lungo la Via Appia, fra Roma e Capua.

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GLI SCHIAVI NELL’IMPERO ROMANO

Quella di Spartaco fu l’ultima grande rivolta schiavistica e senza dubbio contribuì a richiamare l’attenzione dei governanti e dei cittadini romani sul grave problema della schiavitù. La situazione servile andò sensibilmente migliorando a partire dall’instaurazione dell’impero, e lo Stato si preoccupò sempre più di proteggere gli schiavi emanando una serie di leggi contro gli abusi dei padroni. I giureconsulti vennero via via riconoscendo che lo schiavo era non una res (una cosa) bensì un individuo, come tale dotato di alcuni diritti naturali propri dell’essere umano.

Questo nuovo atteggiamento, sintetizzabile nella formula favor libertatis, si espresse da un lato nella volontà di favorire in ogni modo l’acquisizione della libertà da parte degli schiavi e dall’altro nello scoraggiare nuovi assoggettamenti in schiavitù, anche grazie all’evoluzione di quel Cristianesimo che, sia pure fra molteplici difficoltà, porterà a concetti di eguaglianza fra gli uomini.

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