San Michele a Ripa

San Michele a Ripa, San Michele a Ripa, Rome Guides

L’ISTITUTO DI SAN MICHELE A RIPA

San Michele non è un edificio e neppure un complesso di edifici: è un mondo a sé stante.

Per decenni è stato il mondo degli emarginati, confinati alla periferia di Trastevere, un quartiere a sua volta periferico rispetto alla Città Eterna, collocata per la maggior parte sulla riva sinistra del Tevere. La periferia della periferia, quindi.

Su un’area di quasi 27.000 metri quadri, sorsero progressivamente cinque enormi corpi di fabbrica, intervallati da vari cortili, trasformandosi in un enorme complesso che rappresenta ancor oggi la stratificazione di una precisa ideologia del potere. Dal XVII secolo in Europa, infatti, si affermano una nuova concezione e una nuova gestione degli emarginati ed è indifferente che l’emarginato sia un semplice povero, un malato o un delinquente: tutti gli emarginati (i pazzi, i malati cronici, gli storpi, i poveri, i vecchi, gli inabili al lavoro, gli orfani, i ragazzi abbandonati, le fanciulle “pericolanti” o già “traviate”, gli accattoni, i delinquenti di piccolo calibro) debbono essere reclusi, separati dalla parte sana e onesta della società, sul principio secondo cui la mela marcia può corrompere tutto il paniere.

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LA GESTIONE DEGLI EMARGINATI A ROMA

Paradossalmente, nel tanto diffamato Medioevo, l’assistenza a queste categorie di persone era infinitamente più umana e caritatevole rispetto a questa ideologia moderna della reclusione. Ancora nel XVI secolo, la Controriforma cattolica avviò tante opere di beneficenza (basti pensare, a Roma, all’opera di San Filippo Neri), che non avevano ancora un carattere coercitivo, anche se si cercava di reprimere l’accattonaggio.

Sarà solo a partire dal XVII secolo che inizieranno a diffondersi, in Europa, complessi di edifici atti a svolgere alcune delle funzioni di San Michele a Ripa (si pensi al napoletano Albergo dei Poveri, costruito per volontà di Carlo III di Borbone), ma proprio San Michele a Ripa fu l’unico complesso concepito e realizzato per riunire tutte le attività di assistenza e reclusione per donne e per ragazzi, eccezion fatta per le attività ospedaliere.

LA COSTRUZIONE DI SAN MICHELE

La storia del San Michele a Ripa è lunga e complessa. La sua costruzione, avviata da un alto prelato, venne proseguita dai Pontefici e si prolungò per un secolo e mezzo (1684-1834), rimanendo ancora incompleta. Il nucleo originario venne costruito con le ricchezze accumulate dalla casa Odescalchi, la famiglia di Papa Innocenzo XI: il nobile canonico monsignor Carlo Tommaso Odescalchi nel 1679 fondò un’opera assistenziale per gli orfani e i ragazzi abbandonati o vagabondi, cercando di impiegare a fin di bene parte della ricchezza della famiglia.

Nel 1684 avviò quindi la costruzione di un ospizio a Ripa Grande, presso l’orto dei Francescani. Questo primo insediamento assistenziale venne costruito nel 1686, e già nel 1689 vi vennero ricoverati molti orfani e ragazzi abbandonati, al fine di ricevere una buona istruzione di base ed un avviamento professionale a varie attività artigianali, prima delle quali rappresentata dal lanificio, successivamente perfezionato e attrezzato per tutte le lavorazioni.

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Il 13 giugno 1693 Papa Innocenzo XII istituì l’Ospizio Apostolico di San Michele dei Poveri Inabili, allo scopo di coordinare più attività assistenziali intorno all’originario edificio di Carlo Tommaso Odescalchi. L’attività dell’Ospizio Apostolico rimase comunque suddivisa in tre sedi: i vecchi (uomini e donne) all’ospizio di San Sisto, le ragazze o zitelle al Conservatorio di San Giovanni in Laterano, i ragazzi al San Michele a Ripa.

All’Ospizio Apostolico vennero devolute le rendite degli enti assorbiti, alcune delle quali particolarmente remunerative (l’ospizio di San Sisto, ad esempio, aveva una rendita di 10.000 scudi annui), 109.000 scudi di dote, vari beni immobili e il diritto di riscuotere ogni anno 100 rubbi (ogni rubbio pesava 217 Kg.) di grano e 60 rubbi di legumi dall’Arcispedale di Santo Spirito in Sassia.

CARLO FONTANA

L’iniziativa di Papa Innocenzo XII venne proseguita e razionalizzata da Papa Clemente XI, che il 31 gennaio 1708 affidò all’architetto Carlo Fontana la costruzione di una grande fabbrica, destinata a ricoverare tutte le attività dell’Ospizio Apostolico, dai vecchi dell’ospizio di San Sisto agli orfani e alle zitelle del Conservatorio di San Giovanni in Laterano.

Carlo Fontana venne incaricato di costruire anche un carcere minorile destinato a correggere gli adolescenti traviati: il popolo romano, con il suo classico sarcasmo, distinse subito il vero ospizio con il nomignolo “San Michele de’ buoni” dal carcere, denominato ironicamente “San Michele de’ cattivi”.

In una parte del complesso venne istituita una scuola d’arte e una scuola-officina di arazzi, quella che acquisterà grande fama come l’Arazzeria Albani, dal nome del Papa che la fondò, e che continuerà a produrre arazzi famosi fino al 1910.

Durante questa corposa ristrutturazione, si decise di inglobare nel complesso la precedente Chiesa di Santa Maria del Buon Viaggio, posta sul Lungotevere, dove ci si fermava a pregare prima di uscire da Porta Portese, dato che l’Agro Romano era terra di briganti e di malaria.

Al centro dei vari edifici, Carlo Fontana progettò anche la cosiddetta “Chiesa Grande”, a forma di croce greca amputata di un braccio, dedicata al Salvatore, alla Madonna e a San Michele; tale chiesa venne completata soltanto nel 1834 da Luigi Poletti, che creò un’abside al posto del braccio amputato. Per lungo tempo nei tre bracci della chiesa confluirono i tre grandi gruppi ospiti del San Michele (vecchi, ragazzi, donne), rimanendo letteralmente invisibili tra loro.

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L’EVOLUZIONE DI SAN MICHELE

Studiando i documenti del tempo, nel 1726, all’interno dell’Ospizio Apostolico, si trovavano ricoverati 500 vecchi (metà uomini e metà donne) e 350 ragazzi. Le donne, in particolare, erano divise in tre categorie: le inferme, le invalide e le faticanti, con queste ultime incaricate di aiutare le prime due categoria, svolgendo una serie di lavori comuni in tutto l’edificio.

Ognuno dei ricoverati (agli 850 del San Michele bisognava aggiungere le circa 250 zitelle del Conservatorio del Laterano) costava 30 scudi all’anno e le entrate (circa 34.000 scudi annui) permettevano di raggiungere il pareggio del bilancio, lasciando ai ricoverati parte dei proventi del loro lavoro.

Nel 1735 Papa Clemente XII riprese il progetto di Clemente XI, affidando all’architetto Ferdinando Fuga la costruzione del carcere femminile sul lato prospiciente Porta Portese, insieme alla caserma dei doganieri.

Questo fu certamente uno dei periodi di maggior splendore dell’Ospizio Apostolico, come dimostrato dal menu consumato all’interno del complesso, consistente nel 1779 in un pranzo a base di una pagnotta e mezza, una “fojetta” di vino, minestra di legumi con pasta o riso, tre once (meno d’un etto) di carne. La cena invece consisteva in una pagnotta, mezza fojetta, un uovo o un quarto di frittata, un’oncia di salame o di prosciutto, due once di formaggio fresco. Si trattava, come è ancor oggi facilmente intuibile, di un vitto abbondante ed equilibrato, impensabile per la maggior parte della popolazione romana non abbiente.

Nel 1790 Pio VI ordinò la costruzione di un nuovo edificio a tre ali, per ospitare finalmente le zitelle del Conservatorio di San Giovanni in Laterano, che erano rimaste in una sorta di “sede distaccata”. Il fabbricato venne completato nel 1794 da Nicolò Forti e comprendeva refettori, scuole, dormitori, officine, laboratori ed una chiesa riservata alle ragazze. Purtroppo, a causa delle ristrettezze economiche, la muratura venne innalzata con materiale assai scadente, risultando la porzione più misera del complesso.

San Michele sopravvisse alla bufera politica e sociale della fine del Settecento, resistendo alle spoliazioni delle truppe francesi. Fu la prima metà del XIX secolo a vedere il momento di maggior espansione dell’immenso complesso edilizio, che si articolava su un susseguirsi di cortili, da quello della Arti a quello dei Ragazzi, da quello dei Vecchi a quello delle Carrette, da quello delle Zitelle a quello degli Aranci.

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L’EPOCA MODERNA

Sul lungotevere la facciata del San Michele si estende per 335 metri ed è alta 25 metri, mentre la profondità è di circa 80 metri. Complessivamente, sui quasi 27.000 metri quadri di estensione, si innalzano circa 300.000 metri cubi di muratura, che respirano tramite i circa 13.000 metri quadri di cortili.

La mole di San Michele a Ripa supera quella dell’Arcispedale di Santo Spirito in Sassia e, assieme a quest’ultimo, è stato definito da numerosi studiosi“il monumento più grandioso ed eloquente della carità romana”. Era un coacervo di tipologie reclusorie diversificate, stratificatesi e modificatesi nel corso dei decenni. Dovunque si trovavano interventi decorativi in stucco, terracotta, legno, marmo, scolpiti o dipinti, tutti opera dei ragazzi della scuola d’arte.

Col passare del tempo, però, l’utilizzazione di questo gigantesco complesso iniziò a diminuire: solo nel 1844 esso tornerà per un breve attimo agli antichi splendori, con il lanificio a dare lavoro a 850 persone e l’Arazzeria Albani a fare meraviglie. Nel reparto degli orfani si iniziò a sviluppare un complesso di scuole professionali per tipografi, rilegatori di libri, sarti, calzolai, cappellai, sellai, falegnami, ebanisti, ferrai e fonditori: sarà proprio da questa fonderia che uscirà il gigantesco gruppo equestre del Vittoriano, maestoso elemento decorativo del monumento).

La presenza di tante attività lavorative, in un luogo di ricovero coatto o di reclusione, corrispondeva all’evoluzione moderna del concetto di detenzione assistenziale: i poveri andavano aiutati, ma il vero aiuto consisteva nell’insegnar loro un mestiere.

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Il fatto è che, però, la società stava cambiando, rapidamente e radicalmente. Alcune attività assistenziali iniziarono a decadere, anche perché il concetto di recludere i non delinquenti cominciò a ripugnare alla sensibilità comune. Seguendo il nuovo filone, Papa Pio IX dapprima sciolse la comunità dei ragazzi, per poi riaprirla destinandola ai soli orfani. Mentre gli edifici del San Michele cominciavano progressivamente a degradarsi, vi si infiltrarono botteghe e laboratori di artigiani ex-assistiti.

Il complesso edilizio venne interamente confiscato dopo la Breccia di Porta Pia, per poi rinascere nel 1871 come Istituto Romano San Michele, affidato al Comune di Roma. Nelle antiche carceri minorile e femminile venne creato il nuovo centro di reclusione minorile, in seguito intitolato al suo direttore e grande educatore, Aristide Gabelli.

Purtroppo però, dopo l’elevazione di Roma a Capitale d’Italia, la storia del San Michele fu una storia di continua decadenza e degrado. A parte il carcere minorile, il resto del complesso venne gravemente trascurato, fin al punto di essere liberamente utilizzato dagli artigiani per installarvi autonome botteghe.

Nel 1938, quando l’Istituto Romano San Michele trasferì a Tor Marancia i propri assistiti, iniziò il tracollo definitivo. Nel giro d’un trentennio gli edifici del San Michele, occupati e devastati nel periodo bellico e postbellico da militari, sinistrati e sfollati, decaddero fino al crollo dei tetti e degli impianti.

Soltanto nel 1969 ci fu la piena acquisizione da parte dello stato, che lentamente attuò un lento ed oculato restauro degli edifici, destinati a varie amministrazioni del Ministero dei Beni Culturali.

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3 pensieri su “San Michele a Ripa

  1. Giovanni Giacomo Pani dice:

    Non sono del tutto d’accordo con la parte iniziale dell’articolo, quando si afferma che ci troviamo alla periferia della periferia di Roma, Trastevere.

    Bisogna considerare che il San Michele fiancheggia il tratto del Tevere dove esisteva il porto di Ripa Grande, che costituiva l’approdo principale a Roma. Quindi si trovava presso la principale infrastruttura commerciale della città, come se fosse (considerando i mezzi di trasporto moderni) la Stazione Termini o l’Aeroporto di Fiumicino.

    • Vincenzo dice:

      Buongiorno Giovanni. Ha fatto un paragone azzeccato: “l’Aeroporto di Fiumicino”, ossia la periferia della città. In tal senso, mi sento di confermare, seppur ovviamente con simbolica analogia, il termine di “periferia” per Trastevere, pur concordando in pieno sull’importante del porto di Ripa Grande, vero e proprio scalo fluviale di Roma. Grazie comunque del commento, bel confronto 🙂

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