Le paghe dei legionari romani

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LE PAGHE DEI LEGIONARI ROMANI

Gli storici dell’Impero Romano, in particolare a partire dal III secolo d.C. in poi, furono “ossessionati” dall’entità della spesa militare, fino a considerarla come la causa principale, talvolta addirittura l’unica, delle difficoltà dello Stato. Cassio Dione, ad esempio, in un supposto discorso indirizzato ad Augusto, attribuì a Mecenate un piano strategico per una soluzione indolore del problema: l’imperatore doveva vendere l’immenso demanio fondiario e impiegare il ricavato in prestiti di favore agli acquirenti dei terreni affinché fossero valorizzati, il che avrebbe allargato la base contributiva e consentito, con l’accresciuto gettito tributario, di coprire l’onere per le forze armate.

Lo storico Cassio Dione, in realtà, più che ricostruire metaforicamente il passato, voleva enunciare un programma politico per l’epoca severiana in cui viveva, affrontando le due maggiori questioni del momento, quelle cioè della messa a coltura delle terre abbandonate, in larga misura nelle mani del fisco, e del reperimento dei mezzi per l’apparato bellico: programma non privo di logica, ma anche coerente alle vedute dei grandi proprietari, gli unici dotati delle disponibilità liquide per profittare delle vendite, dato che postulava la smobilitazione del latifondo imperiale a vantaggio di quello privato.

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Furono in realtà molti gli autori classici che puntarono criticamente il dito su quegli imperatori i quali, per ignoranza o per colpevole condiscendenza alle pretese dei soldati, agirono come “apprendisti stregoni”, aumentando il loro salario ed avviando così un meccanismo che si riflesse sulla caduta del valore reale della moneta: da qui infatti si generarono sempre nuove richieste, fino a determinare un movimento a spirale che scardinò la produzione e l’assetto della società romana.

Analisi più moderne hanno però riscontrato che le prime maggiorazioni della paga servirono soprattutto ad adeguarne il livello alla già avvenuta diminuzione del suo potere d’acquisto: seguirono insomma l’aumento dei prezzi, quale conseguenza dello stesso, e non lo precedettero. In aggiunta a ciò, nella situazione in cui si poneva in termini prioritari la difesa delle frontiere e dell’ordine pubblico, non appariva possibile addossare l’onere dell’equilibrio monetario all’apparato militare, perché l’esercito doveva essere mantenuto quieto, senza spingere i militari alla ribellione a cause delle ristrettezze economiche. In altre parole, l’inflazione ebbe la genesi nelle contraddizioni dell’assetto strutturale: la spesa per le forze armate operò, semmai, da acceleratore di un processo messosi in moto per proprio conto.

SPESE MILITARI E LIMITI LEGALI

Il giudizio sarebbe ben più puntuale e preciso se fosse disponibile una documentazione quantitativamente attendibile del fenomeno; purtroppo, i documenti antichi non hanno tramandato alcuna seria statistica completa, e molti dati risultano oggi incompleti e talvolta addirittura enigmatici.

Per l’alto impero sono state tentate alcune valutazioni sul costo annuo dell’organismo bellico, arrivando a cifre comprese fra i 240 e i 280 milioni di sesterzi. Secondo ipotesi più riduttive invece, al tempo di Augusto e di Tiberio, tutte le uscite statali non superavano, all’anno, 300 milioni di sesterzi, arrivando più o meno in pareggio con le entrate. Si tratta ovviamente di stime congetturali, attinenti a una fase relativamente breve sotto il profilo militare, che non forniscono alcuna indicazione sull’effettiva onerosità di esso.

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Quel che in realtà appare abbastanza verosimile è che le forze armate rappresentassero la voce passiva di gran lunga più cospicua del bilancio statale, con una percentuale superiore alla metà: ciò però derivava anche e soprattutto dalla minima consistenza degli esborsi per altri titoli e stava a sottolineare che, fin dall’inizio, l’Impero vivesse praticamente in funzione dell’esercito.

La spesa bellica però non costituiva soltanto un agente patogeno di distruzione della ricchezza, e l’organismo militare era una realtà assai più complessa di una semplice macchina mangiasoldi. Indubbiamente, esso sottraeva un grosso volume di risorse materiali e di servizi agli impieghi produttivi e civili e imponeva ai contribuenti oneri in denaro, in beni e in prestazioni di lavoro; inoltre, la presenza di ingenti reparti pesava sulle aree di stanziamento, tanto più che parecchi rifornimenti venivano sovente brutalmente acquisiti mediante sottrazioni forzose.

Tutto ciò è dimostrato, nel 103 d.C., dai consigli del filosofo Epitteto, evidentemente profondo conoscitore delle procedure connesse al comparto militare: “Se c’è una requisizione di mezzi di trasporto e un soldato prende il tuo asino, non resistergli e non brontolare, altrimenti sarai picchiato e perderai ugualmente il tuo asino»”.

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A tali situazioni si aggiungevano inoltre arbitrii e frequenti estorsioni illegali. Tacito, ad esempio, scrisse che in Britannia le requisizioni di grano venivano indette in mesi lontani dal raccolto, per cui gli abitanti, che avevano ormai finito le scorte, dovevano acquistarlo all’elevato prezzo corrente dei magazzini delle legioni, per poi ritornarlo agli stessi, in perdita: si creava così un margine destinato a integrare i redditi dei soldati e, ancor più, degli ufficiali. I militari, d’altronde, come facilmente immaginabile, non facevano eccezione alla regola di servirsi senza scrupoli del potere per scopi di arricchimento personale: lo storico Salviano osservò con amara ironia che “una volta ottenuta una carica, si acquisisce per sempre il diritto di rubare”.

La situazione era però enormemente più elaborata di così. L’esercito forniva infatti la maggioranza del personale amministrativo dell’Impero, rendendo così un importante servizio alla collettività. Innalzava le fortificazioni e i propri quartieri, dotandoli di terme e anfiteatri, e costruiva ponti e strade, anche di uso civile, in genere previo pagamento di pedaggi. Le legioni e le formazioni ausiliarie loro aggregate possedevano terreni, in parte dati in affitto o in enfiteusi contro canoni in natura, in parte gestiti direttamente, soprattutto per l’allevamento: numerose iscrizioni menzionano militari con qualifiche di pecuarii, addetti cioè alla sorveglianza della manodopera locale che curava il bestiame, e un paio ricordano un medicus pecuarius (il corrispettivo del nostro veterinario).

LO STIPENDIO DEI LEGIONARI

Tuttavia, l’insieme di tali apporti interni copriva soltanto un’aliquota modesta del fabbisogno: il grosso della fornitura di beni e servizi, necessaria alle guarnigioni, era reperito sul mercato a prezzi correnti. L’organismo bellico poi, ingoiava enormi quantità di denaro per le paghe. La coniazione delle monete, una delle più serie incombenze del governo, avveniva in prevalenza in opifici ubicati presso le frontiere o sulle strade adducenti, non di rado creati o riattivati appositamente in vista di speciali circostanze: ad esempio, in previsione della campagna orientale di Caracalla, in Siria gli impianti passarono da tre a una trentina.

Nel III secolo d.C., con il regresso degli scambi, le zecche servivano esclusivamente a produrre il numerario per i reparti, con emissioni in onore delle formazioni o delle divinità da esse venerate, e si spostavano al seguito delle armate.

Certo, il salario del legionario di livello più basso non era elevato. I 225 denari annui di un legionario in età augustea, portati a 300 da Domiziano (l’ausiliario percepiva i cinque sesti), non permettevano grandi spese o risparmi, una volta dedotte le trattenute per Il vitto, il vestiario e le armi, oltre alle “mance” da corrispondere ai centurioni per scansare i servizi più pesanti.

I soldati però, avevano vari modi per arrotondare le entrate: i donativi degli imperatori, la parte dell’eventuale bottino di guerra, le diarie per le frequenti missioni e soprattutto i guadagni e gli introiti più o meno illeciti per le attività svolte in proprio.

In seguito, la situazione migliorò: il salario arrivò a 500 denari con Settimio Severio e a 750 con Caracalla e, soprattutto, vennero abolite le trattenute, per cui l’intera disponibilità diventava spendibile. Gli ufficiali godevano di un trattamento di favore: il tribuno Tito Sennio Solenne che, secondo la cosiddetta Iscrizione di Thorigny (in foto) percepiva uno stipendio annuo di 25.000 sesterzi (e in oro, dettaglio di non poco conto in un periodo di svalutazione della moneta argentea), era senza dubbio un uomo dalle tasche ben fornite.

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Nel complesso, dunque, le forze armate rappresentavano un gruppo sociale relativamente benestante. Una parte del denaro finiva certamente nei consumi tipici dei soldati (vino, donne e gioco), ma ciò serviva proprio a rimettere in circolo le monete: non a caso, gli agglomerati, che spuntavano come funghi intorno agli accampamenti per aiutare la truppa a spendere il soldo, portavano l’emblematica denominazione di canabae, un termine derivato dal celtico con il significato originario di osteria, spaccio e luogo di ritrovo.

In ogni caso, i militari non erano gli incoscienti scialacquatori tanto spesso denigrati dagli autori classici: essi infatti tenevano molto al proprio decoro e benessere, acquistando vesti, elmi da parata e splendide armi, nonchè oggetti di lusso sui quali il possessore incideva talvolta il proprio nome. Abbiamo una lunga serie di “documenti amministrativi” relativi a pagamenti effettuati dai soldati in favore di sarti, armaioli o fabbri. In tal modo, si articolava un’importante domanda di mercanzie, sostenuta e regolare, che faceva lievitare l’economia e sollecitava la valorizzazione delle risorse. Non di rado, il legame con la clientela era tanto stretto che talune imprese seguivano gli spostamenti delle legioni.

LE CANABAE

Le canabae, dunque, non si esaurivano in un coacervo di spacci, taverne, bische e bordelli, un mix di lussuria e malavita a malapena tollerato dai comandi: esso erano anche centri di mercato di distretti rurali in espansione, sedi di manifatture, di produzioni correnti e pregiate.

Ovviamente, considerate le loro origini e la loro funzione di “svago per la truppa”, nonché l’essere spesso collocate in prossimità dei confini e quindi al di fuori del rigido quadro della società organizzata, esse restavano luoghi di traffici non sempre leciti, di contrabbando, di spericolate speculazioni, di imbrogli, di risse e di violenze; in esse affluivano operatori con pochi scrupoli, truffatori, piccoli e grandi avventurieri di tutte le risme.

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C’era però anche l’altra faccia della medaglia. Tali agglomerati fruivano del clima tonificante della frontiera, privo di paralizzanti convenzioni e idoneo a esaltare e premiare l’intraprendenza e la capacità: le canabae offrivano prospettive inusitate, grazie alle materie prime e alle risorse utilizzabili senza le preclusioni di posizioni precostituite, ma soprattutto grazie all’enorme volume di domanda solvibile, generata dagli approvvigionamenti delle guarnigioni e dalle spese della truppa, che stimolava le iniziative più audaci, le innovazioni nelle tecniche della produzione e dell’organizzazione del lavoro.

I militari partecipavano alacremente a questa frenetica vita, non solo con il ruolo passivo di consumatori. Compravano e vendevano merci e schiavi, prendevano in affitto appezzamenti di terreno per allevare bestiame o impiantare colture, diventavano costruttori edili o artigiani. Gli stessi regolamenti disciplinari tenevano conto della situazione, largheggiando nelle licenze, talvolta persino durante le evenienze belliche e prevedendo indulgenze per il soldato rientrato dopo la scadenza del permesso concessogli per ricercare uno schiavo fuggitivo.

Da parte loro, i comandi delle guarnigioni dovevano assicurare l’ordine pubblico, sovraintendere all’opera dei rudimentali organismi di autogoverno locale, fissare i giorni e i luoghi di mercato, stabilire le norme per gli acquisti dell’esercito e gli scambi fra civili e designare gli incaricati della sorveglianza sulle transazioni commerciali.

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Le canabae, in alcuni casi, furono in grado di modificare la composizione stessa della loro popolazione. Il tessuto economico in espansione attirava dalle aree interne capitali, competenze tecniche, energie umane, seri commercianti e ricchi coltivatori che acquistavano terreni e impiantavano aziende, banchieri e cambiavalute, uomini d’affari e spesso persino cittadini romani legati all’aristocrazia. Un fattore decisivo della trasformazione, poi, era l’insediamento dei veterani: sradicati dai luoghi di origine per effetto della lunghissima ferma, essi apparivano propensi a stabilirsi laddove avessero militato, intrecciato relazioni e, non di rado, avviato proprie attività grazie al premio di smobilitazione di 3.000 denari.

Le canabae mutarono anche la struttura urbanistica degli insediamenti militari. All’informe aggregato di casupole, capanne, villette e baracche disseminate sulle vie adiacenti al castrum, subentrava una città regolare con strade e piazze, con locande, botteghe e mercati, con le installazioni tipiche della civiltà urbana: terme, anfiteatri, templi e residenze ufficiali. Il processo culminava spesso con l’acquisizione dello status di Municipio o di Colonia. Canabae quali Vindobona, Carnuntum, Aquincum, Brigetio, Oescus, Siscia, Viminacium, Poetovium, Durostorum e tante altre divennero importanti centri economici, amministrativi e politici, arrivando spesso persino a rescindere i legami con i castra. Si pensi, solo per parlare della frontiera sul Reno, a Colonia e ancor più a Treviri, che debuttarono come un agglomerato intorno a un avamposto di ausiliari e che arrivarono al massimo splendore nel IV secolo d.C.

UNA MILIZIA A DOPPIO SENSO

Insomma l’apparato militare, se fagocitava (ed in parte sperperava) ingenti mezzi, d’altro canto operava anche alla stregua di un meccanismo di redistribuzione della ricchezza e del denaro.

In una società come quella della Roma Antica, caratterizzata dalla massima polarizzazione delle disponibilità liquide, dall’estraniazione dal mercato di grandi masse pressoché sprovviste di potere d’acquisto, dalle spiccate propensioni all’autosufficienza e al sottoconsumo, esso svolgeva una funzione positiva di fattore propulsivo, che innalzava la domanda effettiva e incentivava l’espansione della produzione mercantile, l’impiego delle risorse, l’intrecciarsi degli scambi.

È quindi possibile affermare, smentendo (in parte) l’opinione negativa, sotto il profilo economico, delle forze armate imperiali, che lo stanziamento di soldati arrecò invece intensi progressi produttivi e un sensibile incremento del benessere nelle Province che ne furono investite. La spesa bellica rappresentò la locomotiva del fiorire di attività agricole e artigianali nella fascia prospiciente la sponda meridionale del Danubio, attività univocamente in relazione agli approvvigionamenti degli eserciti acquartierati lungo il fiume; la trasformazione del panorama agrario nelle valli della Mosella e della Mosa, e quindi la creazione di un imponente complesso produttivo nella Gallia Settentrionale, scaturirono proprio dal bisogno di assicurare le forniture alle forze di presidio sul Reno.

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Del resto, tutta la vivace dinamica espansiva che caratterizzò le province galliche nei primi duecento anni dell’Impero, se venne sorretta in misura rilevante dall’abbondanza di materie prime e dai trasporti agevolati dalla rete di vie d’acqua navigabili, risultò pure trainata fortemente dalla domanda delle armate di confine. È in tal senso abbastanza significativo che le ceramiche di Banassac e Lezoux, che avevano conquistato tutti i mercati del Mediterraneo, trovassero un nuovo sbocco, durante la recessione del III secolo d.C., proprio nelle zone di frontiera.

Anche nel più ricco Oriente, la presenza dei militari contribuì a tonificare l’economia delle aree interessate: per esempio, gli scavi archeologici di Dura Europos sull’Eufrate attestano che la città, con il passaggio sotto il dominio romano nel 165 d.C., perse l’eccezionale prosperità che prima le derivava dalla posizione di centro carovaniero e di scambio dei pregiati prodotti esotici, ma che tuttavia essa conobbe vari periodi di autentico boom economico in coincidenza con le concentrazioni di armate durante le guerre contro la Persia.

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Indubbiamente, l’enorme addensamento del circolante sui confini doveva provocare alla lunga squilibri molto sensibili nei livelli territoriali. Nell’antichità, infatti, considerato l’altissimo costo dei trasporti, l’industria tendeva ad allocarsi quanto più possibile vicina agli sbocchi. Il fenomeno accelerò ancor più fra il III e il IV secolo d.C. quando, con il massiccio aumento della spesa bellica e la tecnicizzazione dell’esercito, divenne necessario creare fabbriche d’armi, officine di riparazione, zecche e magazzini accanto alle basi operative.

Se in Oriente la solidità delle strutture produttive e mercantili urbane riuscì comunque a conservare una vivace economia di scambio, attenuando le sperequazioni, la frattura si delineò invece in modo assai più netto in Occidente, polarizzandosi verso la frontiera con le già citate realtà di Colonia e Treviri ed offuscandosi nella fascia interna, con realtà come Augustudunum (Autun) o Lugdunum (Lione) che persero progressivamente la loro importanza.

Nella penisola italica, poi, alla crescita impetuosa di Mediolanum o di Aquileia si contrapponeva il regresso delle città peninsulari e meridionali, un tempo fiorenti. In altre parole, la spesa bellica accentuò lo spostamento del baricentro economico dal Mediterraneo, un tempo tradizionale cuore della civiltà antica, all’asse Reno-Danubio: si trattò di un evento di capitale importanza, che se anche non fu certamente la causa unica della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, altrettanto sicuramente contribuì a imprimere un nuovo corso alla storia.

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