Le catacombe di Roma

Le catacombe di Roma, Le catacombe di Roma, Rome Guides

LE CATACOMBE DI ROMA

Con le sue linee verdeggianti ed i toni pacato dei suoi panorami, la via Appia Antica è il naturale preludio a quella singolare esperienza emozionale e spirituale che è la visita delle catacombe romane. A salvare questa atmosfera quasi mistica è stata l’altra Appia, la via gemella moderna e profana, che sgorga tumultuosa da Porta San Giovanni e punta verso la Campania, brulicante di automobili, di pullman turistici e di gente irrequieta: questa sorella più al passo ci tempi frenetici della vita moderna ha in questo modo affrancato dalla profanazione del traffico il primo tratto dell’antica via consolare, soprannominata per l’appunto “regina viarum” proprio a ricordarne l’originaria magnificenza romana.

Già nell’antichità, la Via Appia era fiancheggiata da numerosi sepolcri, alcuni dei quali erano monumenti davvero illustri e di mirabili proporzioni, come l’ancor oggi straordinario Mausoleo di Cecilia Metella. Poi, col passare dei secoli, questa pompa imperiale è scomparsa, come cancellata dal soffio di devota umiltà nata dagli albori di un Cristianesimo povero di artifizi e di sfarzose decorazioni, ma certamente ricco di fede, carità e speranza.

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Fin dal primo tratto, che muove dal rudere della Porta Capena, l’Appia Antica corre stretta tra una doppia ala di muri alti e grezzi, sopra i quali si affacciano i rami degli olmi e dei lecci, oltre alle aguzze cime dei cipressi. Dietro i muri sonnecchiano ancor oggi delicate tombe pagane, dai meno rinomati Colombari della Vigna Codini ai ben più celebri Sepolcri degli Scipioni. Poi, oltre quell’Arco di Druso quasi mimetizzato nell’ombra dietro le Mura Aureliane, ed abbandonata la porta turrita ora nota come Porta San Sebastiano, ci si immerge dopo pochi chilometri in una mistica quiete diffusa.

All’antica legge romana delle Dodici Tavole, che vietava di seppellire i morti all’interno delle mura della città, obbedirono naturalmente anche le prime comunità cristiane, che per secoli inumarono i loro morti fuori dalla cinta urbana di Roma, creando interminabili cimiteri sotterranei all’interno delle cave di tufo e pozzolana, due pietre che ancor oggi formano lo scheletro vulcanico della geologia laziale.

In nessun altro luogo della periferia della Città Eterna, però, la presenza della Roma cristiana sotterranea è così manifesta e sensibile come tra il secondo e il terzo miglio della via Appia Antica: qui si trovano infatti, vicinissimi gli uni agli altri, i maggiori cimiteri romani con una rete di cunicoli che si sovrappongono, si intersecano e si diramano in tutte le direzioni per decine di chilometri. Ed ecco che proprio qui sorgono ancora oggi le grandi necropoli sotterranee di San Sebastiano, di San Callisto e di Pretestato, solo per citare le più note, nelle quali certamente sono state inumate più salme che in tutte le altre sparse intorno alla cinta muraria di Roma.

GLI AMBIENTI DELLE CATACOMBE

Quando si scende per la prima volta in una catacomba, la discesa dei gradini ha l’effetto di un’iniziazione. Mentre la guida adopera la sua luce per rischiarare un loculo o per rendere leggibile una epigrafe avvolta dall’oscurità, i cunicoli avvolgono i visitatori immersi in una latente oscurità, costringendoli ad avanzare silenziosamente in fila indiana, tra pareti grezze fatte di sporgenze e rientranze, con intervalli di cavità più buie e profonde. Quasi subito si incrocia un secondo corridoio, e poco dopo altri se ne aprono da lato e di traverso, talvolta sprofondando nelle tenebre: gli ultimi della fila arrivano spesso a pensare, mentre un leggero brivido percorre la loro pelle, che forse senza la Guida potrebbero persino arrivare a perdersi in quel labirinto, se tutti i cunicoli fossero accessibili. Nel frattempo, però, gli occhi si abituano progressivamente alla penombra, iniziando a discernere quasi tutti i particolari del luogo e permettendo persino un sommario orientamento all’interno di queste antichissime sepolture cristiane.

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Le catacombe sono reti di gallerie che i cristiani di Roma scavarono per seppellirvi i propri morti, nei primi secoli dopo la venuta di Cristo. In esse le salme erano composte dentro le pareti di ciascun corridoio in modesti scomparti detti “loculi”, ricavati anch’essi nella pietra vulcanica: essi erano lunghi circa due metri e sovrapposti gli uni agli altri, dal pavimento al soffitto, in numero di quattro o cinque ma, quando la compattezza del tufo lo permetteva, si poteva arrivare fino a file di sette o otto per sfruttare il più possibile lo spazio disponibile. I loculi, entro cui le salme per lo più erano deposte semplicemente avvolte in lenzuoli e sudari, venivano poi chiusi con mattoni piatti (tegulae) e con lastre di pietra o marmo (tabulae), sulle quali era inciso, in latino o in greco, il nome del defunto. Insieme col nome ne erano ricordati spesso l’età e più raramente la Provincia di origine, il mestiere svolto in vita e altri ricordi familiari, come per esempio gli anni del matrimonio.

Non di rado, su queste lapidi funerarie, lo zelo e la pietà dei superstiti incideva i segni e i simboli della Fede Cristiana: la colomba, l’ancora, la pecora, il pesce, la palma, la corona, la nave, il pastore o l’orante, solo per citare le più diffuse. Ognuno di essi aveva spesso un significato recondito: il pesce, ad esempio, richiamava l’acrostico ellenico ICHTHYS, che in greco significa “pesce”, ma che simbolicamente allinea nelle sue lettere le iniziali della frase sacra IESOUS CHRISTOS THEOU YOS SOTER (Gesù Cristo, figlio di Dio Salvatore). Anche altre decorazioni avevano ovviamente significati simbolici: l’ancora era l’emblema della speranza, la colomba era il simbolo dell’anima liberata dal corpo e dello Spirito Santo, mentre il pavone (simbolo originariamente pagano) era l’uccello dalla carne immarcescibile, assunto ad emblema dell’immortalità.

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Intanto, col passare degli anni e a dispetto delle ripetute persecuzioni, la comunità cristiana crebbe sempre più: nuovi adepti si accostarono alla fede cristiana e vollero essere sepolti insieme con i loro fratelli. I fossores, ossia gli scavatori cristiani, dovettero a quel punto scavare nuove gallerie e nuovi loculi entro strati sempre più profondi, e le catacombe cominciarono a svilupparsi sempre più, piano dopo piano fino ad un massimo di cinque, a molti metri di profondità, raggiungibili attraverso ripide rampe o malagevoli scale.

Ad essere onesti, è difficile riuscire a descrivere le catacombe in modo uniforme, proprio perché esse variano corposamente le une dalle altre. In alcune di esse, gli angusti loculi diventano a volte sepolcri ben più vasti, scavati anch’essi nelle pareti delle gallerie, ma ciascuno in forma di una sorta di nicchia sopra cui si incurva un arco a tutto sesto: questo tipo di sepoltura, spesso dedicata ai defunti più illustri o danarosi, era detta arcosolio, denominazione che prende spunto dall’arco e dal solium, ossia la tinozza da bagno di cui il sarcofago imitava la forma.

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All’interno delle catacombe, poi, alcuni stretti corridoi conducono a piccole camere quadrate o rettangolari, aventi anche in questo caso le pareti contrassegnate da loculi: si tratta dei cubicula, camere spesso decorate da affreschi e stucchi che tendono ad accogliere i defunti appartenenti alla stessa familia. Tale è, ad esempio, la (assai restaurata) Cripta di San Sebastiano, in cui venne sepolto il corpo del martire splendidamente ricordato da un busto marmoreo attribuito a Gian Lorenzo Bernini: era proprio in questo luogo che il popolo romano si riuniva a pregare, specialmente durante le solenni celebrazioni per l’anniversario del martirio del santo.

Le catacombe, infatti, non erano solo luoghi di sepoltura, ma anche di religiosi riti funerari. È invece errata la tradizione che le dice luoghi di abituali adunanze da parte delle comunità cristiane: chiunque percorra questi cunicoli non può non convincersi del fatto che in questi meandri non si sarebbero certo potute raccogliere le molte migliaia di cristiani che vivevano nell’Urbe e nei dintorni di essa. In aggiunta a ciò, la forte umidità e l’aria stagnante non avrebbero sicuramente consentito una lunga permanenza.

LE CATACOMBE DI SAN SEBASTIANO

Fu proprio nei luoghi adiacenti la via Appia che accaddero alcuni dei fatti storici e leggendari più notevoli dei primi secoli del Cristianesimo, e fu sempre qui che venne coniato il termine “catacombe”. Tra la collinetta di San Callisto e quella di Cecilia Metella, la via Appia si avvalla ancor oggi entro una piccola conca, dove esisteva fin dal I secolo d.C. una cava di pozzolana, in cui originariamente i pagani sistemarono un sepolcreto. Questa piccola depressione era indicata a Roma con un’espressione greca latinizzata: “Katà kymbas” ovvero “ad catacumbas”, cioè “presso la cavità”. Le sepolture cristiane sotterranee che vennero in seguito presero da questo luogo il loro nome, il quale finì per estendersi poi a tutte le necropoli cristiane scavate anche altrove, di cui esamineremo nei prossimi paragrafi solo le più celebri, senza alcuna pretesa di voler realizzare un elenco esaustivo delle stesse.

Questo primato del nome e il (controverso) privilegio di avere per qualche tempo custodito i corpi dei due supremi apostoli Pietro e Paolo, oltre ovviamente a quello del martire Sebastiano, inducono a scegliere questo splendido cimitero sotterraneo per cominciare la visita delle catacombe romane. Fu proprio sopra questo luogo di sepoltura che, nel IV secolo d.C., sorse la chiesa che originariamente fu chiamata Basilica Apostolorum e che solo a partire dal IX secolo prese l’intitolazione legata al santo trafitto dagli arcieri di Mauritania, feroci esecutori delle persecuzioni dioclezianee.

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Nella necropoli di San Sebastiano è inoltre ben documentato l’interessante trapasso dal paganesimo al cristianesimo. A tredici metri sotto il pavimento della basilica, tre notevoli mausolei mostrano con grande chiarezza di essere stati in origine costruiti da pagani e passati poi ai cristiani. Sopra queste tre tombe c’è la cosiddetta Triclia, un caratteristico ambiente coperta che girava attorno al luogo nel quale, secondo una tradizione ancora dibattuta, sarebbero state temporaneamente trasferite alla metà del III secolo d.C. le reliquie dei santi Pietro e Paolo per salvarle dai nemici pronti ad invadere Roma e saccheggiare le grandi basiliche.

Proprio in questo luogo di fondamentale importanza per il Cristianesimo si tenevano i pii banchetti in onore degli Apostoli, e sempre qui sono conservati molti tra i graffiti più interessanti dell’archeologia cristiana: si tratta di iscrizioni di gente spesso umile ed incolta, che scalfiva con una punta dura l’intonaco delle pareti per incidere preghiere ed invocazioni rivolte a Pietro e Paolo, frasi di grande spontaneità non certo destinate ai posteri.

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LE CATACOMBE DI SAN CALLISTO

Le vicine Catacombe di San Callisto vengono incontro al visitatore con un volto alquanto diverso da quello della necropoli di San Sebastiano. Sono le più frequentate, e spesso in alta stagione turistica sono affollate da gruppi multilingue, che attendono il proprio turno scandito da un piccolo altoparlante. I vari drappelli si incolonnano e scendono nel sottosuolo, facendo risuonare corridoi e stanze di molteplici voci che ripetono in differenti idiomi le medesime spiegazioni.

Eppure, se si potessero abbandonare le Gallerie Superiori quotidianamente percorse da frotte di turisti, e si potesse scendere di uno o due piani per ardue rampe di diroccate scalette millenarie, fino agli strati e nelle gallerie più profonde, il visitatore sarebbe riavvolto dal magico religioso silenzio della necropoli, fra i loculi che si susseguono, gli arcosolia e i cubicula.

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Nelle Catacombe di San Callisto c’era il cimitero ufficiale della Chiesa romana, dove vennero sepolti molti pontefici, numerosi martiri e svariati vescovi. Sempre qui si trovava anche la tomba di Santa Cecilia che oggi riposa beatamente in Trastevere, nella basilica che porta il suo nome, eretta sulle fondamenta della casa patrizia di suo marito Valeriano. Non sappiamo per certo dove Cecilia subì il martirio con i tre colpi di spada che, dissanguandola, la uccisero senza decapitarla, ma si sa per certo che quando, nel IX secolo, il papa Pasquale I fece aprire l’arcosolio dove essa era stata deposta, il corpo della giovane bellissima donna apparve ancora intatto, con le dita delle mani protese a formare il segno dell’uno e trino, per confermare fino al momento supremo la fede in Dio della martire. Nel 1599, durante una ricognizione della salma, anche lo scultore Stefano Maderno la rivide nella medesima posa, quasi incorrotta, realizzando la splendida statua ancor oggi visibile sotto l’altare maggiore della Basilica, di cui esiste una fedelissima copia proprio nella tomba in San Callisto.

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Le Catacombe di San Callisto sono però uno scrigno contrassegnati da molteplici altri inestimabili tesori. Qui si trovano alcuni dei più grandiosi cubicoli, fino a quattro intercomunicanti, illuminati da lucernari, stretti pozzi di luce destinati a rischiarare alcuni punti del cimitero sotterraneo e talvolta poeticamente rivestiti di felci e di capelvenere. Qui, presso la Cripta di Lucina, dove oggi si trova la tomba del martire Papa Cornelio, è possibile ammirare un soffitto finemente decorato, con il segno del pesce, il monogramma di Cristo e soprattutto una bella rappresentazione simbolica dell’Eucaristia, raffigurata dal pesce, ripetuto due volte, presso il quale sta un cestello con il pane e un’ampolla di vino. Qui è una famosa iscrizione del diacono Severo, nella quale la parola Papa (dal greco papàs, sacerdote) compare per la prima volta. Qui si conserva, infine, il sepolcro di Papa Sisto II che, nel 258 d.C., in pieno furore di persecuzioni, osò presiedere lungo l’Appia una grande assemblea di cristiani, e fu per questo immediatamente giustiziato con i quattro suoi diaconi.

LE CATACOMBE DI DOMITILLA

Non distante da San Callisto, lungo la via Ardeatina, è possibile accedere alle Catacombe di Domitilla, che non sono solo probabilmente le più estese di tutta la Roma sotterranea, ma che soprattutto offrono un patrimonio artistico fondamentale per la comprensione della prima arte figurativa cristiana.

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Le reminiscenze pagane sono qui riccamente documentate. Alle consuete immagini della colomba, del pesce e dell’ancora, se ne aggiungono molte altre, concettualmente riprese da temi pagani ma trasfigurate da una nuova interpretazione: è possibile quindi incontrare immagini raffiguranti Amore e Psiche, diventati simboli della vita dell’anima, oppure il mito d’Orfeo, accettato come una sorta di rappresentazione cristiana della predicazione di Gesù. In un altro ambiente, ossia l’Ipogeo dei Flavi, è possibile ammirare motivi ornamentali con genietti e fiori di pretto stile ellenistico, mentre immagini anche più classiche si trovano nel grande cubicolo detto di Ampliato.

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Più interessante è tuttavia la memoria della donna da cui prende nome l’intera necropoli, ossia Flavia Domitilla, proprietaria del terreno nel quale furono scavate le gallerie cimiteriali. Questa Domitilla era probabilmente la nipote diretta dell’imperatore Vespasiano, che era suo nonno, e la nipote collaterale dell’imperatore Domiziano, che era quindi suo zio. Nel 95 d.C., ormai obnubilato dalla sua sete di potere, Domiziano mandò a morte Flavio Clemente, marito di Domitilla, relegando quest’ultima a Ventotene con l’accusa di ateismo e di pratiche giudee, ossia le colpe che si attribuivano ai fedeli di Cristo.

L’anno seguente Domiziano moriva di pugnale e Svetonio, nel tramandare il nome del suo uccisore, lascia intuire che probabilmente si trattò proprio di un liberto di Domitilla. D’altronde anche i santi Nereo e Achilleo, qui sepolti, sulle cui tombe e nel cui nome fu eretta una basilica, erano (almeno secondo la leggenda) liberti o servi proprio della stessa Domitilla.

LE CATACOMBE DI PRISCILLA

Anche nella proprietà dell’altra patrizia romana Priscilla, forse figlia o discendente del console Acilio Glabrione, ucciso probabilmente perché cristiano, fu scavata una vasta necropoli all’altro estremo di Roma, sulla via Salaria, in gran parte nel sottosuolo della Villa Ada.

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Anche nelle Catacombe di Priscilla è possibile trovare loculi e cripte lungo corridoi senza fine, contrassegnati da epigrafi greche e latine, fino a sfociare nella cosiddetta Cappella Greca, affrescata con soggetti tratti dall’Antico e dal Nuovo Testamento e con una famosa immagine femminile orante. È in questa catacomba che si trova una preziosissima pittura: la più antica raffigurazione di Maria col Bambino, accanto alla quale un profeta, forse Isaia, addita una stella.

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