Il Concilio di Trento (prima parte)

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IL CONCILIO DI TRENTO (PRIMA PARTE)

Una delle caratteristiche salienti nella storia del Concilio di Trento è costituita dalle interminabili lungaggini e dai continui ostacoli che ne intralciarono la convocazione: dopo averne parlato per oltre un quarto di secolo, infatti, la data d’apertura subì un numero incredibile di rinvii, e persino nell’estate del 1545, ossia quella che precedette l’inizio dei lavori, mentre i legati pontifici erano già a Trento e i prelati ci stavano arrivando, si ebbero ancora dei tentativi di “insabbiarlo”. Sembra quindi possibile affermare che il mancato raggiungimento totale degli obiettivi del Concilio, ossia l’eliminazione dell’eresia luterana e la riforma della Chiesa, sia avvenuto anche a causa di quest’incredibile spreco di tempo.

Quando finalmente si giunse all’apertura, a quasi trent’anni dall’inizio della ribellione di Martin Lutero, i rapporti tra cattolici e protestanti si erano d’altronde inaspriti a un punto tale che ogni speranza di conciliazione cadeva davanti alla violenza delle polemiche.

Motivi politici e motivi religiosi concorrevano a rendere la situazione decisamente esplosiva. C’era una guerra europea in atto, ingaggiata fra le due maggiori potenze dell’epoca, la Spagna e la Francia: essa si trascinava praticamente dall’inizio del secolo, con tregue illusorie e improvvise recrudescenze di ostilità, travolgendo in disperate avventure le potenze minori, ed aveva preso un andamento più micidiale dopo che Carlo V, ad appena diciannove anni, aveva indossato la corona di Imperatore, riunendo nelle sue mani il più vasto dominio che si fosse mai visto dai tempi di Carlo Magno.

Al flagello della guerra sera aggiunto poi quello della ribellione religiosa, subito complicata da sottotrame politiche. Quella Riforma vagheggiata da molteplici membri della Chiesa fin dall’epoca di Savonarola si stava adesso attuando, ma non come desiderato all’interno della Chiesa, bensì al di fuori e persino contro di essa.

LE ESITAZIONI DEL PAPA

In realtà, fin dai primordi della rivolta luterana, molte voci chiesero con forza l’indizione di un nuovo Concilio. Papa Clemente VII, però, esitava: era salito al trono pontificio nel 1523, succedendo al fiammingo Adriano VI che aveva regnato per soli due anni, dopo la morte di Leone X nel 1521. Clemente VII era, come già lo era stato Papa Leone X, un membro della famiglia Medici, essendo figlio naturale di Giuliano, il fratello del Magnifico Lorenzo. Non gli mancava la tradizionale abilità diplomatica della sua famiglia, ma preferiva indirizzarla a finalità schiettamente politiche: all’auspicato Concilio “libero e cristiano” dei protestanti avrebbe voluto sostituire un “convegno riformatore” da tenersi in Roma, con la partecipazione dei vescovi delle varie nazioni. Una buona parte della Curia la pensava esattamente come lui e guardava con un certo sospetto all’idea d’un nuovo Concilio, preoccupata da una possibile menomazione dell’autorità papale.

Un simile timore non era destituito di fondamento. Effettivamente, nel corso del XV secolo, si era fatta strada in molti circoli intellettuali e nella stessa Università della Sorbona, famosa per i suoi corsi di teologia, una dottrina che affondava le sue radici nelle tesi di Marsilio da Padova e che sosteneva la superiorità del Concilio sul Papa: in caso di flagrante dissidio, l’assise ecumenica avrebbe potuto anche deporlo. Nello stesso Concilio di Costanza (1414-1418) venne addirittura approvato il seguente articolo: “Il sacro Sinodo di Costanza dichiara che, riunito legittimamente nello Spirito Santo, ha il carattere di ecumenico, rappresenta la Chiesa universale e riceve il suo potere immediatamente da Dio, perché ognuno, qualunque sia il suo stato e la sua dignità, compreso il Papa, deve obbedirgli in tutto ciò che concerne la fede, l’estirpazione dello Scisma e la riforma della Chiesa nel capo e nei membri”.

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Sebbene ciò possa sembrare un’iperbole, non bisogna dimenticare che il Concilio di Costanza si trovava in quel momento in una situazione decisamente eccezionale, dovendo giudicare fra ben tre Papi, ciascuno dei quali sosteneva di essere l’unico legittimo e lanciava scomuniche agli altri e ai loro sostenitori, con indicibile smarrimento e scandalo di tutto il mondo cristiano.

In ogni caso, pareva evidente che ci fosse chi volesse trasformare la nuova dottrina in una regola generale. Procedendo lungo le medesime linee, infatti, durante il Concilio di Pisa del 1511 (convocato da una minoranza cardinalizia senza nemmeno consultare il Papa e condotto da rappresentanti quasi esclusivamente francesi) si era giunti addirittura a proclamare la superiorità del Concilio sul Pontefice romano. Il fatto poi che il Concilio Lateranense, indetto da Giulio II nel 1512 in Roma, con partecipanti in prevalenza italiani e sotto il diretto controllo del Papa, fosse arrivato a conclusioni diametralmente opposte, non bastava a rassicurare né Clemente VII né la Curia sui possibili indirizzi che una nuova assemblea plenaria della Chiesa avrebbe potuto prendere.

L’insofferenza dell’autorità papale dipendeva in gran parte dal fatto che negli ultimi tempi le strutture delle Chiese nazionali si erano andate rafforzando in seno alla Chiesa cattolica. A Costanza, ad esempio, il Concilio era stato ridotto a una specie di confederazione delle Chiese nazionali, con la votazione che avveniva non “per testa” ma per nazione; all’interno delle varie delegazioni nazionali si votava a maggioranza, e gli abati, i canonici e i dottori venivano posti sullo stesso piano dei vescovi. Il voto così ottenuto veniva poi comunicato all’assemblea generale, dove le decisioni si prendevano per nazioni e secondo il principio della maggioranza, in un chiaro ed evidente risveglio di quelle tendenze nazionalistiche che si andavano manifestando tra i popoli, agendo come una forza centrifuga nei confronti dei grandi organismi di unificazione, primo dei quali la Chiesa universale.

Il Papato romano, dal canto proprio, concepiva in realtà l’auspicata riforma come un’azione da condursi dall’alto, di sua iniziativa e soprattutto senza ingerenze estranee che facessero temere una minaccia alla propria autorità. Era ancora viva la memoria (particolarmente bruciante per un Medici) dell’appello di fra Gerolamo Savonarola contro il regime mondano e dissoluto di Papa Borgia.

Lutero stesso, nel suo famoso “Manifesto alla nobiltà cristiana di nazione tedesca per la riforma della Chiesa”, redatto nel 1520, aveva auspicato la convocazione di un Concilio. L’assemblea sarebbe dovuta essere “libera e cristiana” e si sarebbe dovuta tenere in terra tedesca. La formula non lasciava adito a dubbi: si voleva un Concilio, ma sciolto dal controllo di papi e cardinali, ed anzi aperto ai laici, in ossequio alle teorie di Lutero che battevano con insistenza sul tasto del “sacerdozio universale e indifferenziato” conferito dal Battesimo a tutti i credenti.

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LE POSIZIONI INIZIALI

Indipendentemente dal contrasto sulle posizioni l’attesa del Concilio sortì comunque un effetto positivo: mantenere i luterani (in un primo tempo almeno) in una posizione aperta al compromesso. La preoccupazione di evitare un aperto contrasto è infatti percepibile nella Confessione Augustana, primo documento dogmatico del protestantesimo, compilato in modo moderato dall’umanista Filippo Melantone.

La premessa ricorda le continue e pressanti richieste circa l’indizione di un Concilio, reiterate più volte dall’Imperatore Carlo V, riconciliatosi con il Papa dopo il tragico dissidio politico che aveva portato al Sacco di Roma del 1527. Questo impegno era stato comunicato alla Dieta di Spira del 1529, e proprio in vista di tale Concilio venne preparata la Confessione Augustana, che poi i teologi cattolici dell’imperatore confutarono. Nell’impossibilità di giungere a una composizione del dissidio, Carlo V tornò ad appellarsi al Papa, perché la convocazione avesse finalmente luogo. L’appello urtò contro la consueta tattica temporeggiatrice degli ambienti romani, che evidenziava chiaramente come la Curia non avesse alcuna fretta di arrivare al Concilio.

Le difficoltà in cui si dibatteva l’Imperatore, posto di fronte alla ribellione religiosa dei suoi sudditi tedeschi, tornavano a tutto vantaggio del re di Francia il quale, dal canto suo, si dava da fare per creare ostacoli al Concilio, in modo da prolungare il dissidio fra luterani e cattolici.

I seguaci del monaco ribelle (definiti per la prima volta “protestanti” proprio alla Dieta di Spira del 1529) cominciavano a prendere coscienza delle proprie forze: riunitisi a Smalcalda, nello stesso anno della Dieta di Augusta, i rappresentanti della nobiltà luterana posero addirittura le basi di una “Lega difensiva e offensiva” contro l’Imperatore. Posto con le spalle al muro, Carlo V dovette cedere, sospendendo, nella tregua religiosa ratificata a Norimberga nel 1532, tutti i provvedimenti annunciati ad Augusta, rimandando le decisioni definitive al Concilio Ecumenico.

L’anno seguente l’imperatore, incontratosi col Papa a Bologna, Carlo V pose di nuovo sul tavolo la questione del Concilio, sollecitandolo con le più vive istanze: per Carlo V ormai era in gioco la pace dei suoi dominii dell’Europa centrale, con le conseguenze politiche e sociali che già la rivolta della piccola nobiltà e dei contadini aveva chiaramente indicate. Clemente VII promise nuovamente di convocare il Concilio, sanzionando tale accordo con un patto segreto fra il Pontefice e l’imperatore.

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Quanto alla sede, Carlo V fin dal 1525 aveva proposto l’antica città vescovile di Trento, in territorio imperiale tedesco, ma durante le trattative vennero nominate svariate altre sedi, come Mantova, Piacenza o Bologna. I protestanti della Lega di Smalcalda, consultati i loro teologi, declinarono però l’invito fatto dal nunzio: si erano ormai irrigiditi sulle proprie posizioni e la prospettiva di un Concilio “tradizionale” non dava, secondo loro, sufficienti garanzie di libertà. Il tutto avveniva mentre la Francia di Francesco I moltiplicava intanto i suoi tentativi d’intralciare e sabotare il grande progetto. Una volta di più, il Concilio Ecumenico fu rinviato a data da destinarsi.

DA UN PAPA ALL’ALTRO

Di lì a poco, nel 1534, Clemente VII moriva. La scomparsa del Papa Medici, dal punto di vista dei fautori del Concilio, non rappresentò però una gran perdita: le sue esitazioni e la sua eterna titubanza avevano pregiudicato non solo le possibilità d’intesa con i protestanti, ma la stessa possibilità del Concilio.

La situazione doveva mutare radicalmente sotto il suo successore, quel Cardinale Alessandro Farnese che il 13 ottobre 1534 i romani, riuniti in Piazza San Pietro, salutarono con il nome di Paolo III. Questo nuovo Pontefice non rispondeva molto alla tanto desiderata immagine di riformatore: la sua figura riproponeva difatti il cliché del Papa rinascimentale, mecenate e nepotista. Dopo una gioventù discretamente allegra, prima di accedere agli ordini sacri, era poi diventato uno di quei cardinali raffinati e pomposi che suscitavano lo sdegno dei moralisti; la sua principale preoccupazione, inoltre, sembrava essere quella di favorire e arricchire in tutti i modi la sua parentela, e specialmente il figlio Pierluigi, avuto in età giovanile prima di iniziare la carriera ecclesiastica.

In realtà, Papa Paolo III, pur essendo tutt’altro che insensibile alle cure terrene, ebbe una altissima coscienza della sua missione e fin dal primo inizio del suo governo proclamò l’urgenza improrogabile del Concilio. Nel 1535 annunciò che avrebbe inviato dei legati alle grandi potenze per sollecitare la loro adesione, e le trattative ebbero in effetti prontamente inizio, seppur intralciate come al solito da mille ostacoli. L’anno seguente, nella primavera del 1536, durante un soggiorno dell’Imperatore a Roma, si decise che la grande assemblea avrebbe avuto luogo a Mantova, e un paio di mesi dopo la bolla “Ad Dominici gregis curam” precisò addirittura la data di convocazione: 23 maggio 1537.

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Il Luteranesimo, nel frattempo, stava mutando rotta. Dopo aver reiterato gli appelli al Concilio nei primi anni della ribellione, adesso ci si rendeva conto che una condanna esplicita della dottrina luterana non avrebbe certo giovato al prestigio del movimento, specie nei confronti delle masse ancora incerte e disorientate. Una tattica dilatoria era in quel momento la più utile per loro e quindi, messi di fronte alla necessità di prendere una netta posizione nei confronti dell’invito di Paolo III, i protestanti risposero con due documenti: uno dei teologi, l’altro dei principi.

Il primo era stato redatto da Martin Lutero in persona, in termini intransigenti e non senza qualche effusione di grossolana retorica. Annunciava che avrebbe partecipato al Concilio, a patto che fosse tenuto “dal Papa e dai dignitari pontifici senza menzogna né frodi, in maniera verace, legittima e cristiana”. Dal canto suo, asseriva di desiderarlo non perché la Chiesa riformata di Germania ne avesse bisogno, ma perché “vediamo molte parrocchie del tutto deserte e vuote, così che dal dolore il cuore dell’uomo pio può facilmente scoppiare”.

I principi luterani, nella loro dichiarazione, a loro volta sollevavano mille riserve sulla “libertà” del Concilio, e inoltre si dicevano offesi del fatto che già nella bolla di convocazione le loro dottrine fossero definite eretiche. All’imperatore rinnovavano la preghiera di indire lui stesso un Concilio generale “libero e cristiano” in Germania, dove dei giudici scelti esaminassero le questioni controverse. In altri termini, il loro programma era mettere in stato d’accusa Papa e Vescovi, tacciandoli di falso dogmatismo e di condotta scandalosa, rifiutando in tal modo di dare ascolto a chiunque avversasse le tesi luterane.

IL CAMBIO DELLA SEDE

Anche il re di Francia, dal canto suo, manteneva immutata la sua politica d’ostilità al Concilio. Nei propri territori perseguitava i protestanti, ma al difuori dei confini del regno era prontissimo a sostenerli, se ciò andava a discapito del rivale. Nell’estate del 1536, l’interminabile conflitto fra lui e Carlo V si riaccese, e ciò fu l’occasione perfetta per rifiutare apertamente di prender parte al Concilio, allegando il pretesto che Mantova non offrisse sufficienti garanzie di sicurezza né per lui né per i vescovi francesi.

Paolo III fu quindi costretto ad abbandonare il progetto mantovano, anche perché il signore della città, Federico Gonzaga, pretendeva che il Papa provvedesse a proprie spese a creare una sorta di milizia difensiva che garantisse l’ordine durante lo svolgimento dei lavori del Concilio. La data d’apertura subì un rinvio al 1 novembre e, visto che Mantova non risultava adatta come sede, si tornò a parlare di Bologna, di Piacenza, di Padova e di Verona, mentre Carlo V, sperando ancora di riaprire il colloquio coi protestanti, tornava a proporre Trento.

Finalmente il Doge di Venezia, consultato in proposito, mise a disposizione dell’assemblea la città di Vicenza, e questa parve a tutti la soluzione migliore. Si fissò una nuova data d’apertura: 1° maggio 1538. I preparativi presero un ritmo sostenuto. Una commissione conciliare, composta da nove cardinali, prese in esame le questioni organizzative sul diritto di voto, sul metodo della votazione e sull’accoglienza da riservare ai protestanti. Presidente del concilio fu nominato il cardinale Campegio con l’assistenza di altri due prelati, che partirono di buona lena alla volta di Vicenza, nella primavera del 1538, solo per ritrovarsi ad essere le sole persone presenti. Nessun altro vescovo si presentò: il Concilio era stato sabotato un’altra volta.

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I COLLOQUI DI RELIGIONE E LA NUOVA DATA

Paolo III, rassegnato agli eventi, “aggiornò la seduta sine die” e rivolse ogni sua attenzione al convegno di Nizza, che egli stesso aveva preparato fra i due eterni rivali, Francesco I e Carlo V, in vista di una tregua armata. Era infatti ormai lapalissiano che il persistere delle ostilità fra le due massime potenze cattoliche avrebbe compromesso fatalmente ogni possibilità di riunire un’assemblea veramente ecumenica. A Nizza, finalmente, fu sancita una tregua decennale, ma le trattative per il Concilio fallirono nuovamente, con Francesco I che liquidò la proposta con una grassa risata.

Considerati che da ogni parte gli ostacoli, anziché diminuire, aumentavano, Paolo Ill tornò a rinviare la convocazione a epoca indeterminata. Un’ondata pacifista si andava intanto manifestando nel mondo cattolico, capeggiata dal cancelliere imperiale Granvella e dal Conestabile di Francia Montmorency: essi sostenevano che l’intesa con i Protestanti si dovesse raggiungere attraverso i negoziati e la discussione amichevole delle questioni controverse, e che un’eventuale condanna conciliare si sarebbe dimostrata controproducente non meno della repressione armata.

Si aprì così l’epoca dei cosiddetti “colloqui di religione”, iniziati ad Hagenau nel 1540 e proseguiti a Worms e a Ratisbona. Buona volontà e speranza non mancavano, ma i compromessi furono rigettati dall’una e dall’altra parte, ossia sia da Roma che da Lutero.

A questo punto, i cattolici tedeschi tornarono a invocare il Concilio: il 22 maggio 1542 il Papa, con la bolla “Initio nostri huius Pontificatus”, ne indisse la convocazione a Trento per il 1 novembre.

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LA SITUAZIONE IN EUROPA

L’orizzonte internazionale tornò però ad oscurarsi nel corso dell’estate, con Francesco I a rompere l’armistizio di Nizza e a riprendere le armi contro l’Imperatore. Paolo III ribadì vigorosamente la propria neutralità e procedette nei preparativi del Concilio, sollecitando, per mezzo dei nunzi, la partenza dei vescovi per Trento.

Di nuovo, però, la situazione non sembrò diversa dalle precedenti. Il 21 novembre i legati papali (ossia i cardinali Pier Paolo Parisio, Giovanni Morone e Reginald Pole) facevano la loro entrata nella città, ma ad attenderli non trovarono che il vescovo locale, Cristoforo Madruzzo, e il vescovo di La Cava, Sanfelice, commissario dell’assemblea. Sette mesi dopo, il numero dei vescovi presenti non superava la decina.

Ormai la sfiducia nel Concilio stava dilagando. Molti rifiutavano di affrontare le spese del viaggio senza esser prima ben certi che il Concilio si sarebbe fatto veramente. Francesco I, inoltre, non lasciava partire i vescovi francesi, mentre Carlo V, che era sempre stato un sostenitore del Concilio, adesso pretendeva che il Papa abbandonasse la sua neutralità per schierarsi al suo fianco contro la Francia: in caso contrario, avrebbe impedito ai vescovi spagnoli di partecipare all’assemblea.

Di nuovo Paolo III, consultati i cardinali, dovette rassegnarsi a sospendere l’apertura (6 luglio 1543).

Tuttavia la Pace di Crepy, sottoscritta fra i due sovrani rivali nel mese di settembre dell’anno successivo, apriva nuove speranze ai fautori del Concilio. Gli stessi firmatari dell’accordo, Francesco I e Carlo V, si impegnavano infatti a promuovere l’attuazione dell’assise ecumenica, gettando una luce favorevole sul Concilio.

Paolo III non sprecò un secondo di tempo. Il 19 novembre di quel medesimo anno, quel 1544 che sembrava aver restituito all’Europa la pace, riconfermò con la sua bolla “Laetare Jerusalem” la volontà di portare a termine il progetto del Concilio, così duramente contrastato, confermandone la sede a Trento e fissandone la nuova data di apertura: il 25 marzo 1545, festa dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria.

LA PREPARAZIONE AL CONCILIO

L’inverno trascorse in un’atmosfera di grande Speranza e di fervidi preparativi.

Il 23 febbraio del nuovo anno il Papa consegnò solennemente la croce ai tre legati in partenza per Trento: il Cardinale Del Monte (il futuro Papa Giulio III), il Cardinale Gervini (il futuro Papa Marcello II) ed il Cardinale Reginald Pole, già rappresentante pontificio a Trento nel novembre del 1542.

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Pole (di cui resta memoria a Roma nella piccola cappelletta nella foto sovrastante, a metà strada fra Via Appia e Via della Caffarella), come facilmente intuibile dal cognome, era di nascita inglese, sebbene il lungo soggiorno nella penisola lo avesse ormai quasi completamente italianizzato, tanto che i suoi colleghi lo avevano soprannominato con un pizzico di ironia “il cardinal Polo”. Era un uomo coltissimo e austero, dalla vita irreprensibile: la sua presenza al Concilio di Trento aveva qualcosa di simbolico, in quanto Pole era stato una delle prime vittime della Riforma protestante. Appartenente a una celebre famiglia inglese, il cui albero genealogico si innestava su quello dei vecchi re Plantageneti, Pole si vedeva ora precluso il ritorno in patria per la sua fedeltà alla Chiesa romana. Sua madre, la vecchia e indomita contessa di Salisbury, dopo una lunga prigionia che non ne aveva fiaccato lo spirito, era stata decapitata per ordine di Enrico VIII, nel maggio del 1541, alla Torre di Londra. Egli stesso si sapeva continuamente insidiato da agenti dei Tudor, tanto da aver ricevuto svariate minacce.

A precedere i tre legati pontifici c’era Angelo Massarelli, successivamente nominato Segretario del Concilio, il quale lasciò un diario di grande interesse sulle sue esperienze di quel periodo. Dal diario risulta che egli uscì da Roma, a cavallo, diretto alla volta di Trento, il 23 febbraio 1545. Era in compagnia di un certo Giambattista da Spoleto. Presero, sotto la pioggia, la via per Ronciglione e Viterbo, toccando successivamente il lago di Bolsena, Acquapendente e Siena. Da Firenze, attraverso Appennino, si diressero verso Bologna e di lì presero per Mantova e Verona. L’ultima tappa fu a Rovereto e finalmente il 6 marzo, dopo un viaggio di dodici giorni, entrarono in Trento.

Appena giunto, Massarelli si mise in contatto col vescovo della città, Cristoforo Madruzzo, imponente figura di aristocratico e di prelato. Madruzzo, grande protettore delle arti e coltissimo egli stesso (era stato compagno di Alessandro Farnese, il futuro Paolo III, all’università di Bologna) abitava accanto al vecchio castello del Buonconsiglio, in un palazzo magnifico: fu proprio qui che Angelo Massarelli venne a prendere accordi per l’allestimento degli alloggi dei legati, che furono preparati nel palazzo a Prato, purtroppo distrutto poi da un incendio nel 1845 proprio mentre si celebrava il terzo centenario del Concilio.

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I legati fecero la loro entrata in Trento il 13 marzo, sotto una pioggia torrenziale. Il Cardinale Madruzzo, a cavallo e in tenuta sfarzosa, li accolse al convento di Santa Croce, per poi condurli all’interno della città, che per l’occasione si era adornata di archi trionfali recanti gli stemmi degli ospiti. I cardinali erano rivestiti di cappe violacee, cavalcavano delle mule (secondo un uso comune fra gli ecclesiastici e le dame) ed erano protetti da un baldacchino, il che doveva essere provvidenziale, vista la pioggia che veniva giù fitta.

Trento, come si può vedere dalla mappa del 1562, contava allora fra i settemila e gli ottomila abitanti, distribuiti in circa 1500 case, ma per norma di prudenza si fece anche l’inventario degli alloggi disponibili nel territorio circostante. C’era una certa facilità di approvvigionamento per quanto riguardava la carne, il burro, il formaggio, la frutta e il vino, ma scarseggiava il grano (che fu ordinato a Ferrara) e l’avena per i cavalli. Il commissario conciliare, Giantommaso Sanfelice, stabilì anche un listino prezzi per l’affitto delle residenze e i generi di conforto in generale, onde evitare che gli speculatori approfittassero del momento straordinario per realizzare guadagni illeciti.

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Ovviamente tutto ciò fu del tutto inutile, ed i prezzi salirono immediatamente. Si conservano a tutt’oggi dei contratti d’affitto redatti in quell’epoca, con varie clausole e corredati da minuziosi inventari dell’arredamento. Al padrone di casa costretto a cercarsi un alloggio di ripiego, per cedere il proprio a un prelato, veniva corrisposto uno speciale indennizzo. Secondo i rapporti dei commissari, la città aveva modo di albergare convenientemente 2699 persone, e di provvedere stalle per 2746 cavalli. Si era pensato anche al problema sanitario connesso a un così grande afflusso di gente, molta della quale in età avanzata: pertanto, per ricoprire l’ufficio di medico capo del Concilio venne convocato a Trento uno dei più insigni e versatili studiosi dell’epoca, Girolamo Fracastoro.

Per il trasporto della corrispondenza fu organizzato un ottimo servizio, facente capo a Mattia Gerardo di San Cassiano, maestro delle poste pontificie. I corrieri ordinari (postae per cavalcatam) partivano per Roma due volte la settimana, il lunedì e il giovedì, ma vi erano anche dei cursores celeres per i casi urgenti. Solitamente le lettere erano cifrate, e nello stesso plicoc’erano spesso due messaggi, uno “ufficiale” ed uno segreto.

Nel frattempo, veniva allestita anche la Cattedrale che doveva ospitare le sedute del Concilio: si era infatti deciso di prolungarne il coro mediante un apposito palco, costruito in legno d’abete e ricoperto con drappi di seta e di raso. Il maestro delle cerimonie, Messer Pompeo, dovette precipitarsi a Venezia per acquistare stoffe e paramenti sacri, richiesti dalla circostanza. Oltre ai seggi dei Padri Conciliari, si dovettero preparare anche i posti distinti riservati agli ambasciatori principeschi che avrebbero assistito alle sedute, primo fra tutti l’orgoglioso hidalgo, Diego Hurtado de Mendoza, legato imperiale che alloggiava presso i Domenicani.

Intanto i prelati arrivavano, ma alla spicciolata e con stupefacente lentezza. Anche per questo motivo si decise di prorogare l’apertura dell’assemblea, dato lo scarso numero dei convenuti, ma la ragione principale era che si desideravano conoscere i risultati della Dieta di Worms, a cui Paolo III aveva inviato come suo rappresentante il coltissimo Cardinale Alessandro Farnese, al fine di stornare la minaccia di un Concilio nazionale tedesco.

Ancora una volta l’attesa sembrò cristallizzarsi, e più di uno dei prelati sembrò spazientirsi e cercare di organizzare il proprio ritorno a casa.  

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