Il Concilio di Trento (seconda parte)

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IL CONCILIO DI TRENTO (SECONDA PARTE)

Il presente articolo prosegue la trattazione delle vicende inerenti il Concilio di Trento. La prima parte dell’articolo può essere consultata sempre sul Blog di Rome Guides.

L‘estate del 1545 vide nuovamente in pericolo i programmi del Concilio e persino la sua stessa apertura. Come si è accennato nella prima porzione del presente articolo, la data dell’inaugurazione era stata fissata in un primo tempo al 25 marzo, ma poi era stato necessario procedere al rinvio, dato il numero esiguo dei convenuti e il desiderio di conoscere i risultati della Dieta di Worms, prima di stabilire la linea di condotta da seguirsi nei confronti dei Riformati.

Il mondo cattolico sembrava ormai pervaso da un profondo ed inesorabile scetticismo nei riguardi del Concilio. Carlo V e suo figlio Filippo, che pure si atteggiava a campione di osservanza cattolica, avevano limitato il contingente spagnolo a sette Vescovi, più un certo numero di teologi e di giurisperiti. Dal canto suo anche il viceré di Napoli, Pietro di Toledo, si rifiutava di lasciar partire più di quattro ecclesiastici per Trento.

Paolo III, a questo punto, reagì vigorosamente. Il Pontefice era senza dubbio un prelato mondano, tipico del clima rinascimentale, ma combattè con ogni sua energia per lo svolgimento del Concilio, senza mai scoraggiarsi dinanzi agli ostacoli che gli si frapponevano da ogni parte. In vista dell’apertura, rafforzò il Sacro Collegio con la nomina di tredici nuovi cardinali e prese persino le sue precauzioni per il caso che la morte lo sorprendesse a lavori non ancora ultimati, come difatti avvenne. Dichiarò in tal senso che la nomina del successore sarebbe dovuta essere di esclusiva competenza dci cardinali, e che il Conclave si sarebbe dovuto tenere a Roma, o anche in un’altra città fortificata, purché nei limiti dello Stato Pontificio.

Posto ora di fronte a tali remore e limitazioni, il Papa protestò quindi con veemente energia, sottolineando l’obbligo dei vescovi di partecipare personalmente al Concilio, pena la sospensione “a divinis”, chiarendo che le rappresentanze per procura sarebbero state dichiarate illecite e nulle.

L’ATTACCO DI CARLO V

In questa atmosfera, piombò come un meteorite dal cielo l’inaspettata decisione di Carlo V il quale, prima dell’apertura del Concilio, comunicò al rappresentante papale la propria intenzione di attaccare i Protestanti con le armi, per sconfiggerli e obbligarli così a presentarsi all’assise ecumenica in condizione d’inferiorità. A tale scopo, l’Imperatore sollecitava il rinvio dell’inaugurazione e l’appoggio (morale, finanziario e militare) del Papa al suo nuovo tipo di crociata; in cambio di tale appoggio, prometteva di sostenere un progetto di Paolo III, mirante a dare a suo figlio Pierluigi Farnese l’investitura del Ducato di Parma e Piacenza, territori della Chiesa su cui anche l’Impero accampava dei diritti.

In primavera il Pontefice acconsentì, promettendo un sussidio di 200.000 ducati, oltre a un corpo di spedizione di dodicimila uomini. A luglio, però, l’Imperatore annunciò di non essere ancora pronto per la sua guerra santa, e che motivi militari e di organizzazione consigliavano il rinvio delle operazioni alla primavera seguente. Si creò uno stallo, che venne risolto dallo stesso Carlo V: Sua Santità inaugurasse pure il Concilio, se lo credeva opportuno, limitandone però il programma di lavoro all’argomento della riforma della Chiesa, poiché circa le dottrine contestate dai protestanti si sarebbe discusso dopo l’intervento armato. Evidentemente Carlo V aveva più fiducia nella forza persuasiva dei suoi archibugi e dei suoi cannoni che in quella delle dissertazioni teologiche.

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Mentre quindi in quell’estate del 1545 i legati papali, insediatisi a Trento, dovevano faticare non poco per trattenere i pochi vescovi convenuti per il Concilio, che parlavano apertamente di rifare i bagagli e tornare alla propria sede, in seno alla Dieta di Worms si rilanciava l’idea dei “colloqui di religione”, considerando il raduno ecumenico praticamente arenato.

Il segretario del Concilio, Ludovico Beccadelli, fu allora spedito alla corte pontificia per sollecitare il trasferimento dell’assemblea a Roma, ossia lontano dal potere imperiale tentennante, ma Carlo V si oppose immediatamente. A quel punto la corte pontificia, soprassedendo sulla questione del trasferimento, decise di fissare senza più indugi la data definitiva per l’apertura del Concilio di Trento, e che esso avrebbe affrontato tanto il problema della riforma interna quanto la lotta contro l’eresia, comunque la pensasse l’Imperatore in proposito.

Il Concistoro del 30 ottobre 1545 stabilì che l’inaugurazione avrebbe avuto luogo prima di Natale, e specificamente nella la terza Domenica d’Avvento, che quell’anno cadeva il 13 dicembre. Un breve papale, sottoscritto il 4 dicembre, lo comunicava ai legati: esso giunse in Trento, portato da un corriere speciale, una settimana più tardi. Finalmente si faceva sul serio.

L’APERTURA DEL CONCILIO DI TRENTO

La bolla d’apertura fu letta la sera stessa, a lume di torce, da un pubblico notaio: a quel punto, in tutta la città e nel circondario, furono indetti digiuni e preghiere per invocare l’aiuto divino ai lavori del Concilio. In realtà, già un precedente bando aveva rafforzato il clima d’austerità nel territorio proibendo i balli e le mascherate, non tanto come incentivi al malcostume, quanto per le zuffe a cui spesso davano origine: “Sotto pena di 25 marchi d’argento in nessun luogo del territorio di Trento né nella città si balli, né si faccia alcuna sorta di ballo in nessuna festa o solennità come qui si costuma”.

L’inaugurazione non deluse le aspettative. Erano presenti quattro cardinali (i tre legati pontifici già rammentati e il cardinale Cristoforo Madruzzo che reggeva la diocesi di Trento), quattro arcivescovi (di Palermo, Aix in Provenza, Armagh in Irlanda e Upsala in Svezia), ventuno vescovi (sedici italiani, due spagnoli, un francese, un tedesco e un inglese) ed inoltre i Generali dei Carmelitani, dei Serviti, degli Agostiniani e dei due rami dell’Ordine Francescano. Vi erano inoltre un auditore della Sacra Rota, il promotore del Concilio Severoli, 42 teologi minori ed infine otto laici, dottori in diritto canonico e civile, e sette fra nobili e baroni.

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La rappresentanza era numericamente esigua, ma molto qualificata, e vi brillavano delle personalità di primo piano, come Pedro Pacheco (vescovo di Jaen in Spagna), Tommaso Campeggio di Feltre (che aveva espletato missioni diplomatiche di grande importanza) e Gerolamo Seripando (Generale degli Agostiniani, uomo di idee molto aperte e sostenitore di teorie che la maggioranza dei suoi colleghi giudicava arrischiate).

Alla vigilia dell’apertura, il 12 dicembre, ebbe luogo una solenne processione di tutti gli Ordini religiosi e furono indette preghiere pubbliche per la buona riuscita del Concilio. Il giorno seguente spuntò soleggiato, ma contrassegnato da un clima rigido.

Il grande corteo prese le mosse dalla Chiesa della Santissima Trinità. Lo aprivano i frati, i canonici e il clero cittadino; quindi i vescovi, i legati pontifici, i generali dei vari Ordini con il loro seguito di teologi e di giuristi; dopo di loro, i rappresentanti dell’autorità reale, i nobili locali e altri cittadini. Giunta la processione al bel duomo romanico, dove avrebbero avuto luogo le sedute, venne intonato il Veni Creator Spiritus, la solenne invocazione allo Spirito Santo.

A quel punto il primo legato pontificio, il Cardinale Del Monte, celebrò la Messa, mentre il discorso inaugurale fu tenuto in latino dal vescovo di Bitonto, il francescano Cornelio Musso, celebre per la sua eloquenza.

LA REAZIONE DI MARTIN LUTERO

Mentre i cattolici tiravano un sospiro di sollievo, da parte protestante la reazione al Concilio di Trento si manifestava in un libello scritto in tedesco dallo stesso fondatore del movimento, Martin Lutero: “Wider das Papsthum zu Rom vom Teufel gestiftet”, traducibile in “contro il Papato istituito a Roma dal diavolo”.

Furono le ultime parole del monaco ribelle, a cui non restavano che pochi mesi di vita (morì infatti ad Eisleben, sua città natale, il 18 febbraio 1546), ed esse apparvero subito come connesse alla grossolana violenza che ormai da tempo caratterizzava la sua polemica. Il frontespizio del volume recava un’incisione di Luca Cranach, rappresentante il Papa sul trono, rivestito degli indumenti pontificali, ma con una testa asinina e circondato da ogni parte da demoni. Tale raffigurazione ingiuriosa era ispirata dalle parole stesse di Lutero, alla chiusa del libro: “Vieni qui, papa asino, con le tue lunghe orecchie e la tua dannata bocca di menzogna. I tedeschi hanno ricevuto l’Impero romano, non dal tuo favore, ma da Carlo Magno e dagli Imperatori di Costantinopoli. Tu non ne hai dato neppure un capello. Ma ne hai rubato immensamente di più, con le tue menzogne, imbrogli, bestemmie, idolatrie, conducendoti come un diavolo verso i vescovi, con le bugie anzitutto, e poi con i pallii, i giuramenti, le tasse. Ma devo fermarmi qui. Se Dio vorrà, farò meglio in un altro libro. Se muoio prima, Dio voglia che un altro lo faccia mille volte più violento, poiché il papismo diabolico è il più gran flagello della terra e il più minaccioso che tutti i diavoli abbiano potuto mai fabbricare, mettendoci tutto il loro potere. Che Dio ci aiuti. Amen”.

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Tutto il libro era più o meno del medesimo tenore: le ingiurie sostituivano gli argomenti, e i vecchi rancori teutonici contro Roma tornavano a galla nella prosa di un Lutero ormai furente.

In Germania, d’altronde, la situazione era critica. I quindici anni dal 1530 al 1545 avevano visto una diserzione in massa dei cattolici. Gran parte della responsabilità ricadeva sui vescovi, provenienti quasi sempre dalla nobiltà, cadetti di famiglia che entravano negli Ordini senza ombra di vocazione, per pura avidità dei vasti dominii ecclesiastici che erano appannaggio degli episcopati. Sopravvenuta la riforma di Lutero, che fra gli altri mutamenti proponeva il matrimonio degli ecclesiastici, molti di questi vescovi indegni avevano immediatamente adocchiato la possibilità di rendere ereditari i propri possedimenti, sposandosi sul posto. Ci furono casi davvero clamorosi, come il Vescovo di Munster, quello di Merseburg e quello di Colonia i quali, in caso di aperto contrasto con l’Imperatore o l’autorità ecclesiastica, potevano sempre contare sull’appoggio della Lega di Smalcalda.

Era questa la situazione che Carlo V si proponeva di affrontare con le armi.

LE TEMATICHE DEL CONCILIO

Frattanto i lavori del Concilio procedevano a un ritmo piuttosto sostenuto. I primi ad essere affrontati furono, logicamente, i problemi inerenti all’organizzazione, che formarono l’oggetto dei dibattiti precedenti la seconda sessione. Fin dal 14 dicembre i legati annunciarono a Roma, dove le questioni conciliari facevano capo a una speciale congregazione cardinalizia, l’avvenuta apertura del Concilio, chiedendo nel contempo nuove istruzioni: a tale riguardo, il Papa confermò che le votazioni dovessero aver luogo non seguendo il vecchio sistema del “voto per nazioni”, ma computando i voti per testa.

Furono anche designati nuovi ufficiali: il canonista Achille Grassi come avvocato concistoriale, e come segretario il latinista Marcantonio Flaminio, il quale però non accettò l’incarico. Allora fu scelto, a richiesta dei Padri, nella seduta del 29 dicembre, Angelo Massarelli, che all’epoca era ancora laico e che, nonostante fosse dotato di cultura modesta, era noto per il suo zelo infaticabile.

La procedura dei lavori fu stabilita in tre fasi successive. Dapprima i legati determinavano l’ordine delle materie da discutere, che venivano studiate in riunioni preparatorie, alla presenza di teologi e canonisti minori; il risultato veniva quindi portato dapprima alle commissioni di teologi e canonisti maggiori e quindi discusso in sede di congregazione generale; infine la definizione avveniva in sessione solenne, per mezzo di decreti o di canoni.

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Risentite polemiche ebbero luogo fra i Padri a proposito della denominazione da darsi all’assemblea. Prevalse infine la formula “Il sacrosanto concilio di Trento legittimamente convocato nello Spirito Santo, sotto la presidenza dei legati della Sede Apostolica”. Le discussioni si accesero in particolare intorno all’aggiunta “rappresentante la Chiesa universale”, sostenuta a spada tratta dall’aggressivo e testardo vescovo di Fiesole, Braccio Martello, e contrastata con altrettanto dal cardinale di Trento, Cristoforo Madruzzo, che preferiva ometterla per non urtare i protestanti. Alla fine, prevalse questa seconda tesi.

Fra le sedute preliminari, quella del 7 gennaio fu una delle più memorabili. Il cardinale legato Reginald Pole fece leggere ad Angelo Massarelli un’esortazione in cui rammentava ai presenti il dovere di rivolgersi a Dio chiedendo i lumi dello Spirito Santo. Al commovente indirizzo seguì la lettura del regolamento conciliare, contenente varie esortazioni: ai laici, perché intensificassero la preghiera e la frequenza ai Sacramenti; ai prelati perché ricordassero di recitare l’Uffizio, di celebrare la Messa almeno la domenica, di digiunare almeno il venerdì. La sobrietà era raccomandata nei pasti, possibilmente accompagnati da letture edificanti ad alta voce; quanto al seguito dei prelati, si richiedeva la massima cura nel tenerlo lontano “dagli eccessi del vino, della cupidigia, della bestemmia, dei piaceri colpevoli”.

Il semplice fatto che una simile esortazione fosse necessaria dava la misura della rilassatezza a cui si era giunti all’interno della Chiesa Cattolica, non ultima causa della ribellione luterana.

LE QUESTIONI DOGMATICHE

Vennero inoltre nuovamente precisati i due scopi precipui del Concilio: “cacciare le tenebre dell’eresia e riformare le cose che han bisogno d’essere riformate”. Tuttavia erano presenti vivi dissensi a proposito dell’ordine delle materie da discutersi: s i sarebbe data la precedenza al dogma o alla disciplina, alla riorganizzazione teologica o alla riforma morale?

Il partito favorevole all’Imperatore insisteva perché si cominciasse con la revisione dei costumi, in modo da non provocare l’irritazione dei protestanti, mentre al Papa premeva invece che si affrontasse anzitutto il problema dottrinale. Nella seduta del 18 gennaio, il vescovo di Feltre Tommaso Campeggio, propose la seguente soluzione: “Censerem pari passu agendum de dogmate et de abusibus ac reformatione morum”. Quasi tutti accolsero favorevolmente questa idea di una trattazione simultanea, ed anche l’approvazione papale arrivò, a patto che passassero per prime le materie di fede. I legati, per mantenere il controllo della situazione, proposero di dividere l’assemblea in tre gruppi, ciascuno presieduto da uno di loro: questi avrebbero preparato ed elaborato i decreti dottrinali e di riforma, perché fossero poi ripresi in esame nelle congregazioni generali.

L’auspicata parità di trattazione ebbe inizio affrontando il tema del peccato originale: la tesi luterana sulla corruzione totale e permanente della natura umana fu condannata.

Di pari passo venne esaminata la questione dell’insegnamento delle Sacre Scritture, anch’essa scottante in un’epoca in cui i protestanti andavano predicando che la Chiesa avesse abbandonato la Bibbia. I Padri del Concilio si mostrarono solleciti non solo circa l’insegnamento delle scritture, ma anche dell’istruzione popolare in generale, con la prescrizione di aprire scuole gratuite per il popolo presso le chiese.

LA SITUAZIONE MILITARE

Mentre venivano definite le prime questioni, dalla Germania sopravvenivano intanto grandi avvenimenti. Carlo V, sempre cocciutamente attaccato al suo programma di una Crociata, prima di attaccare i principi protestanti convocò un’ultima Dieta a Ratisbona: anche questa si concluse con un nulla di fatto, e il sovrano intensificò i suoi preparativi di guerra. Nel giugno 1546, Carlo V firmò un trattato di grande importanza con il cattolico Duca di Baviera, che prometteva 10.000 fiorini d’oro e buona parte delle sue artiglierie per l’imminente campagna militare.

Il 22 del lo stesso mese, il Papa ratificò il trattato, a dispetto della vivissima opposizione dei francesi e dei veneziani: in virtù di esso, Paolo III concedeva 200.000 fiorini per la campagna contro gli Smalcaldici, oltre a un corpo di spedizione di 12.000 fanti e 500 cavalleggeri di cui si assicurava il mantenimento per sei mesi. In più cedeva all’Imperatore, per un anno, metà delle rendite delle chiese spagnole e 500.000 ducati da prelevarsi sui beni dei conventi.

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La principale clausola voluta dal Pontefice fu di impegnare Carlo V a non contrarre alleanze con i luterani senza consenso del Papa o portando pregiudizio alla Fede cattolica. L’Imperatore, però, voltò subito le carte in tavola, mettendosi senza indugio a cercare appoggi nel mondo protestante, in modo da dividere gli avversari fra loro. Davanti al duca di Sassonia e ai margravi di Brandeburgo egli presentò disinvoltamente la guerra come una semplice questione politica, una sorta di resa di conti imposta a dei sudditi disobbedienti, facendo leva sulle eterne rivalità dei grandi feudatari tedeschi per attirarne quanti potesse nel proprio campo. La Lega Smalcaldica, compresa l’antifona, prese essa stessa l’iniziativa dell’attacco.

Le notizie non tardarono a giungere a Trento dove proseguivano i lavori del Concilio. Nella prima decade di luglio si seppe che il duca luterano Schartlin di Burtenbach, conquistato il passo di Ehrenburg, puntava addirittura sulla città, e che i Protestanti dei Grigioni si proponevano di discendere in Italia. La costernazione si diffuse fra i Padri. Nella seduta del 15 luglio, molti parlarono apertamente della necessità di trasferire l’assemblea o di sospendere i lavori, ma in tal senso prevalse la volontà del Papa di restare a Trento. La tensione degli animi era comunque tale che il 17 luglio due presuli, Zanettini di Creta e Sanfelice di Cava de’ Tirreni, vennero addirittura alle mani.

L’arroventata estate continuò così, fra gli alti e bassi del conflitto diplomatico, nel riverbero lontano della guerra che si combatteva in Germania. Gli Smalcaldici non seppero sfruttare i loro vantaggi iniziali, quando l’Imperatore, assalito dalle truppe riunite di Burtenbach e di Hans Heideck, comandante dell’armata del Wurttemberg, aveva corso il rischio di vedersi tagliati i passi delle Alpi attraverso i quali gli arrivavano i rinforzi dall’Italia. Mentre però gli alleati luterani erano discordi, l’Imperatore riceveva il corpo di spedizione pontificio, guidato da Ottavio Farnese, il nipote del Papa. Carlo V, sentendosi più sicuro di sé, pubblicò allora il bando dell’Impero contro i feudatari ribelli ed il 26 agosto, con la conquista di una piazzaforte davanti a Ingolstadt, in Baviera, Carlo V si assicurò una delle posizioni chiave, trovandosi così virtualmente padrone della Germania.

LA PROSECUZIONE DEI LAVORI ED IL TRASFERIMENTO

Il Concilio intanto proseguiva i suoi lavori. Quando erano parse minacciose le prospettive della lotta contro gli Smalcaldici, il Papa aveva autorizzato il trasferimento della sede, dandone avviso all’Imperatore e al re di Francia il quale, vedendo di buon occhio il trasferimento su suolo francese, propose la città di Avignone, già antica sede papale. Considerato l’andamento favorevole delle operazioni belliche, però, si decise di soprassedere.

Nel corso dell’autunno si continuò a dibattere il problema della giustificazione. Ai lavori diedero grande contributo due gesuiti spagnoli, Laynez e Salmeron, classificati come “teologi secolari” poiché la Compagnia del Gesù non faceva ancora parte, ufficialmente, degli Ordini Religiosi riconosciuti. Il decreto finale proclamava la necessità assoluta della Grazia per raggiungere la salvezza, ma sosteneva anche, in opposizione alla tesi luterana, “l’esistenza del libero arbitrio e la realtà della sua cooperazione con le forze divine designate col nome di Grazia”.

La sessione seguente, secondo il programma enunciato dal cardinale Del Monte, avrebbe esaminato la dottrina sui Sacramenti e, nel quadro della riforma morale, i compiti dei vescovi.

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Frattanto, però, l’orizzonte politico si oscurava nuovamente. Venuto a scadere il trattato militare con l’Imperatore Carlo V, Paolo III annunciò il ritiro delle truppe pontificie dalla Germania e la sospensione dei sussidi, spiegando che i successi conseguiti rendevano ormai inutile il rinnovamento della lega antiprotestante. In realtà egli temeva che l’aumentato prestigio dell’Imperatore facesse sentire il suo influsso anche a Trento, limitando la libertà di un Concilio in cui il partito filo-imperiale era sempre molto forte, mentre i vescovi italiani, i più legati protestavano ad ogni momento per il prolungarsi del soggiorno tridentino, il freddo, i malsicuri approvvigionamenti e le difficoltà finanziarie.

L’allarme si diffuse a macchia d’olio quando, il 6 marzo, il vescovo Enrico Loffredo “morì di petecchie, con alienatione di mente et pessimi accidenti”. I legati, preoccupatissimi, insistettero per sapere se vi fosse possibilità di contagio, e la risposta fu possibilista. L’11 marzo, apertasi la ottava sessione conciliare con la consueta Messa solenne, il promotore Severoli fornì le prove della gravità del morbo e lesse poi l’abbozzo del decreto di traslazione a Bologna, “luogo più adatto, salubre e convenevole”.

Si passò alla votazione: di 56 Padri che erano presenti, 39 votarono a favore del trasferimento, 4 contro e gli altri rimasero neutrali. La sessione seguente fu quindi fissata a Bologna, per il 21 aprile.

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