La battaglia di Azio

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LA BATTAGLIA DI AZIO

Quando, nell’estate del 31 a.C., il consiglio di guerra convocato da Marco Antonio aveva stabilito di dare battaglia sul mare a Ottaviano, la decisione non era piaciuta ai veterani del suo esercito, convinti che Cleopatra avesse imposto ancora una volta il proprio volere al loro comandante.

Plutarco ci racconta che un vecchio soldato fermò bruscamente Antonio per dirgli “Perché poni le tue speranze sulle navi piuttosto che nelle lance e nelle spade? Lascia agli Egizi la battaglia sul mare, e a noi quella sulla terra!”, e tale domanda è diventata così celebre che Shakespeare fece proprio di questo motivo una delle scene famose del suo Antonio e Cleopatra.

LE PREMESSE

Il mondo romano non aveva pace da tredici anni, da quando Giulio Cesare era stato ucciso in quelle Idi di Marzo del 44 a.C.

Toccava a Ottaviano, figlio adottivo del dittatore scomparso, raccoglierne l’eredità, ma subito egli si era scontrato con Marco Antonio, il luogotenente favorito di Cesare, che aveva le medesime pretese. I due avversari avevano capito però che per il momento non conveniva combattersi, quando ancora bisognava eliminare i cospiratori che avevano ucciso Cesare: si associarono quindi a Marco Emilio Lepido e formarono un triumvirato per la difesa dello Stato.

Dopo aver distrutto il partito avversario, con la battaglia di Filippi del 42 a.C., i triumviri si erano divisi il governo di quello che, sebbene non ancora formalmente, ormai poteva già sostanzialmente definirsi l’Impero Romano: Ottaviano si era tenuto l’Italia, Antonio l’Oriente, Lepido l’Africa.

Esonerato a un certo punto dal suo incarico il debole Lepido, che si ritrovò a ricoprire il ruolo di Pontifex Maximus, il mondo romano rimase diviso fra il figlio adottivo e il luogotenente di Cesare. Lo scontro era inevitabile e, nel 32 a.C., i due avversari cominciarono a prepararsi per quella che sarebbe stata l’ultima guerra civile romana della Repubblica.

LA PREPARAZIONE ALLO SCONTRO

Con un esercito di oltre centomila uomini, Antonio arrivò sulle sponde dell’Adriatico ma esitò a passare in Italia e rimase inattivo per mesi, dettaglio che gli costò carissimo. Il suo esercito si era infatti accampato fin dalla primavera sulla costa meridionale del Golfo di Arta, grande baia dell’Epiro separata dal Mar Ionio da una stretta imboccatura, e anche la flotta si trovava nello stesso golfo, con le navi più piccole in secco sulla spiaggia e le navi più grandi alla fonda.

Da parte sua Ottaviano, di fronte all’inazione del nemico, era riuscito a portare il suo esercito dall’Italia sulla costa settentrionale del Golfo, in vista dell’avversario: la sua flotta stazionava in una baia dei dintorni, mentre una squadretta di poche navi sorvegliava che il nemico non uscisse in mare aperto.

Antonio era praticamente imbottigliato, ed il suo esercito cominciava ad accusare una certa scarsezza di viveri, date le poche risorse della regione. Aveva già perduto del tempo prezioso e permesso all’avversario di sbarcare in Grecia: non potendo ancora rimandare una decisione, convocò un consiglio di guerra per esaminare il da farsi. Appariva chiaro a tutti che occorresse fare una scelta definitiva: battersi o ritirarsi. Nel primo caso sarebbe stato necessario sconfiggere definitivamente l’esercito di Ottaviano, al fine di rimanere così padroni della Grecia per poi portare altrove la guerra; per sbarcare in Italia, però, bisognava battere anche la flotta nemica che in quel momento aveva il dominio del mare. Nel secondo caso ci si poteva sganciare, senza impegnare combattimento, e marciare verso oriente dove sarebbe stato possibile trovare una sistemazione migliore per le truppe, in attesa di riprendere le ostilità l’anno dopo.

Rimaneva però aperto il problema della flotta, che sarebbe rimasta bloccata nel Golfo di Arta. Fu certamente il pensiero delle navi, il solo mezzo per sganciarsi realmente dal vicolo cieco dove si trovavano, a suggerire a Cleopatra la soluzione più logica: forzare il blocco e ritirarsi in Egitto. Gli storici antichi hanno scritto che in quei giorni Cleopatra era impressionata dalle voci e dalle profezie sfavorevoli che circolavano a corte e fra le truppe, ed impose perciò di tornare in Egitto; in realtà, al di là delle superstizioni, il ragionamento strategico di Cleopatra non faceva una grinza e Antonio, che era pur sempre un ottimo tattico militare, anche se negli ultimi tempi sembrava essere diventato un po’ diventato abulico, lo capì subito.

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I DUBBI DI MARCO ANTONIO

La situazione era infatti molto più complessa di quanto non apparisse a prima vista. I due mezzi che Antonio aveva in mano, l’esercito e la flotta, sebbene fossero teoricamente poderosi, non gli davano in realtà il giusto affidamento. L’esercito romano agli ordini di Marco Antonio era un miscuglio di reparti romani ed orientali, in cui le diserzioni erano all’ordine del giorno: provati da una lunga e sterile inazione, con la prospettiva di un inverno a razioni dimezzate, molti soldati preferirono passare dall’altra parte, dove sapevano di essere bene accolti.

Si andava poi accentuando quell’ostilità, che era sempre stata latente, fra romani ed egiziani: i soldati e gli ufficiali delle legioni detestavano ormai Cleopatra, disgustati dal lusso, dalle mollezze e da tutte le abitudini della sua corte. Troppo fedeli e affezionati ad Antonio per capirne obiettivamente le responsabilità, molti preferivano addossare la colpa di tutto alla regina d’Egitto, ritenendo in buona fede che il loro comandante fosse un giocattolo nelle abili mani di Cleopatra. Tale informazione, seppur basata su un evidente fondamento di verità, non metteva però a fuoco le responsabilità dello stesso Marco Antonio, che era tutt’altro che una semplice marionetta nelle mani della Regina d’Egitto.

Antonio intanto cominciava a dubitare anche delle qualità belliche dei suoi soldati: c’era stato qualche scontro fra reparti di cavalleria in ricognizione, schermaglie certamente di poco conto ma tuttavia sufficienti a far comprendere all’occhio esperto del condottiero che, in caso di battaglia, non ce l’avrebbe fatta. In aggiunta a ciò, l’esercito di Ottaviano sorvegliava così strettamente ogni sua mossa che l’idea, patrocinata da qualcuno dei suoi generali, di sganciarsi verso oriente appariva problematica: in tutti i casi, lo scontro sarebbe stato inevitabile.

Non era migliore la situazione della flotta. Prima di mettersi in guerra, a detta di Plutarco, i luogotenenti di Antonio erano riusciti a radunare 500 navi, ma per armare un così gran numero di imbarcazioni si era dovuto arruolare tutti i perdigiorno trovati per le strade della Grecia, che il mare, spesso, l’avevano visto solo da lontano. Di fronte c’era invece la flotta romana, inferiore per numero ma efficientissima, comandata da quel Marco Agrippa che, forte della sua pluriennale esperienza militare, ne aveva personalmente curato l’allestimento, formata da navi piccole e manovriere e con marinai provetti. Anche nella flotta chiusa dentro il Golfo di Arta le diserzioni erano frequentissime, ed inoltre un’epidemia aveva mietuto parecchie vittime fra i già insufficienti marinai: insomma, l’armata navale di Antonio e Cleopatra era “raccogliticcia”.

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All’esperienza del condottiero Marco Antonio, seppur in parte obnubilato dall’amore per Cleopatra, non sfuggiva nessun particolare del quadro che aveva davanti: la sola via d’uscita era quindi quella suggerita dalla regina, ossia iniziare un combattimento in mare, non per arrivare a una battaglia decisiva (che sarebbe stata disastrosa), ma per forzare il blocco di Agrippa e rifugiarsi in Egitto, ove si sarebbe potuta tentare una migliore organizzazione.

MARCO ANTONIO E OTTAVIANO

La guerra civile interessava e preoccupava tutta l’Italia, dove buona parte della popolazione era favorevole a Ottaviano. Trovandosi sul posto, il figlio adottivo di Cesare poteva realizzare un vasto programma di opere utili alla città di Roma, accattivandosi così la pubblica opinione.

Fra i due triumviri era in corso da anni una vera e propria “guerra psicologica”. Le debolezze di Marco Antonio, il suo amore per la straniera Cleopatra, la passione per il lusso e lo smodato piacere per il vino erano state ampliate in modo da delineare una figura che non piacesse al popolo romano e distruggesse l’ascendente che il solo nome di Antonio ancora esercitava su migliaia di veterani delle guerre di Cesare.

Da parte loro, i seguaci di Marco Antonio mettevano in rilievo le scarse capacità militari di Ottaviano, la sua debolezza fisica e la sua eccessiva inclinazione per i molli piaceri della carne.

I due rivali, insomma, non si risparmiavano colpi proibiti, ma fra i due tendeva a prevalere Ottaviano, non solo perché si trovava a Roma, ma perché il suo freddo temperamento politico lo favoriva di fronte a un avversario impulsivo e troppo sicuro di sé, quale era Antonio. La fredda strategia calcolatrice di Ottaviano risulta ben evidente in un semplice gesto. Quando Antonio scrisse al Senato che intendeva rinunciare alla sua carica di triumviro e ridare i poteri che deteneva in Oriente al Senato ed al popolo romano, abile mossa che avrebbe costretto Ottaviano ad agire nello stesso modo, quest’ultimo si limitò a non divulgare la lettera di Antonio, che rimase così insabbiata all’interno di una stretta cerchia dirigente.

Altro esempio della lungimiranza politica di Ottaviano fu nella modalità della dichiarazione di guerra. Ottaviano ebbe infatti l’accortezza di far dichiarare dal Senato la guerra a Cleopatra e non ad Antonio, di far cioè figurare la guerra come un conflitto fra lo Stato romano e quello egiziano; in tal modo Marco Antonio, che si valeva delle armi egiziane, appariva come un traditore senza che lo si dovesse apertamente dichiarare.

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MARCO ANTONIO

Nella primavera del 31 a.C., alla corte di Cleopatra e fra i seguaci di Antonio circolavano presunti responsi di oracoli secondo cui Roma sarebbe stata sottomessa a una regina che dall’Oriente avrebbe portato la pace per tutto il mondo mediterraneo; è probabile, ovviamente, che si trattasse di voci abilmente diffuse da cortigiani adulatori al fine di aumentare la popolarità di Cleopatra. Quest’ultima, in effetti, con ogni probabilità non aspirava affatto ad impadronirsi di Roma: voleva, semmai, difendere il proprio regno dall’imperialismo romano con tutti i mezzi che le erano possibili, diventando prima l’amante di Cesare, poi l’amante e la moglie di Antonio.

Una volta deciso il da farsi, Marco Antonio si scosse dall’inerzia in cui era caduto fin dalla primavera e si preparò a realizzare il suo piano. Poiché le navi erano troppe e i rematori scarsi, fece bruciare sessanta vascelli e con gli equipaggi di questi riempì i vuoti degli altri, facendo sbarcare i malati e gli inetti che avrebbero rappresentato solo un peso morto da sfamare.

Da parte sua, Cleopatra provvide a fare imbarcare nottetempo il tesoro e tutte le cose preziose della sua corte dalle quali non intendeva separarsi. Andando in mezzo alle truppe ed arringandole, Antonio sostenne che prima avrebbero battuto in mare il nemico e poi lo avrebbero attaccato in terra: a chi non conosceva la reale situazione della flotta, tutto ciò apparve come la migliore strategia possibile perché, senza le navi di Agrippa a rifornirlo, l’esercito di Ottaviano non avrebbe potuto resistere molto tempo.

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Nei discorsi ai soldati e ai marinai, Antonio si dimostrò il valente condottiero che i veterani avevano imparato ad amare. Li lusingava e li incitava, vantando le loro virtù in combattimento e la potenza delle loro armi, dicendo che il nemico era più povero e loro più ricchi, dettaglio che obiettivamente corrispondeva al vero. Partiva poi il panegirico di se stesso: aveva l’età migliore per affrontare le grandi cose cui andavano incontro, un’età ricca di esperienza, lontana ormai dalla temerarietà della gioventù e allo stesso tempo lontana dalle debolezze della vecchiaia, e terminava con “e se il vostro valore di soldati è tale da saper vincere anche senza bravi capitani, il mio valore di capitano mi permetterebbe di vincere anche con soldati mediocri”.

Marco Antonio sosteneva anche che invece i nemici fossero comandati da un uomo debole e malaticcio, con poca esperienza militare. L’aveva visto alla battaglia di Filippi, alla prova della spada e del sangue, e poteva affermare senza ombra di dubbio che egli fosse un vigliacco. A dimostrazione di ciò, Marco Antonio evidenziava come Ottaviano avesse approfittato della sua permanenza a Roma per gettare fango e diffamarlo davanti al Senato e al popolo, perché voleva governare da solo, senza popolo e senza senato. “Io al contrario restituirò alle istituzioni di Roma le loro libertà”, dichiarava Antonio.

Le sue parole erano potenti e perentorie: “Il nemico non riuscirà a prevalere perchè le nostre navi sono più potenti ed i nostri reparti più forti. Egli spera solo nella nostra discordia per poterci battere”. Le truppe, ipnotizzate dal suo carisma, lo acclamavano.

OTTAVIANO E AGRIPPA

Se i soldati di Marco Antonio e Cleopatra ignoravano le reali intenzioni di chi li comandava, Ottaviano doveva esserne invece ben informato, perché fra i disertori che erano passati dalla sua parte in quei giorni c’erano anche ufficiali di grado elevato.

Con queste premesse, si fa fatica a comprendere perché Ottaviano abbia mandato in battaglia la maggior parte delle sue navi sprovviste delle vele necessarie a un inseguimento. È vero che, all’epoca, l’avvicinamento tra le navi veniva effettuato non con le vele ma tramite i remi, e che talvolta non si imbarcavano le vele sulle imbarcazioni per evitare alle proprie navi la tentazione di fuggire,  ma in quel caso specifico, conoscendo quasi certamente nei dettagli il piano di Cleopatra e Antonio, fa meraviglia che Ottaviano non abbia pensato a dotare dei mezzi atti a un veloce inseguimento almeno un certo numero di navi. Prevalse probabilmente il parere di Marco Agrippa, l’espertissimo ammiraglio di Ottaviano, che contava di distruggere completamente la flotta avversaria.

Secondo quanto riferiscono alcuni storici, Ottaviano suggeriva di presentare al nemico uno schieramento spezzato, in modo da lasciar libero il passaggio a Cleopatra e ad Antonio, e poi di inseguirli e batterli in alto mare, contando sul fatto che il resto della flotta, abbandonata dai capi, si sarebbe facilmente arresa. Agrippa, però, si oppose con decisione a questa tattica, proponendo invece uno schieramento continuo per dare battaglia totale: a mente fredda, sebbene esso non riuscì a raggiungere tutti i suoi scopi, il piano di Agrippa si rivelò il migliore, più preciso sotto il profilo militare, a dimostrazione i come egli sia stato senza alcun dubbio il maggior artefice delle vittorie militari nella campagna condotte da Ottaviano.

GLI SCHIERAMENTI

La grande flotta, pronta alla partenza, rimase bloccata nel Golfo per quattro giorni a causa di un fastidioso libeccio. Al mattino del quarto giorno, il 2 settembre del 31. A.C., il tempo si annunciò invece splendido: il sole brillava in un cielo senza nuvole, il vento era caduto ed il mare era calmissimo.

Le navi di Antonio e Cleopatra cominciarono a salpare e a imboccare il canale che le avrebbe portate in mare aperto. Dalle sponde del golfo, dalle alture circostanti, migliaia di soldati dei due eserciti nemici guardavano lo spettacolo straordinario: spiccavano in special modo le grandi poliremi asiatiche, alte di bordo e pesanti, mosse da oltre 400 rematori, con grandi torri a prora e a poppa dove stavano gli arcieri, i frombolieri e le piccole catapulte.

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Dalla ricchezza degli addobbi, dai colori delle vele, dalla dimensione delle torri gli spettatori distinguevano subito le navi che portavano la regina e la sua corte. I grandi vascelli erano sovraccarichi di cose e di uomini: Antonio aveva fatto imbarcare il fiore dei suoi reparti.

Agrippa, da parte sua, aveva schierato la sua flotta a un miglio di distanza dalla costa. Da buon ammiraglio, aveva resistito alla tentazione di avvicinarsi di più all’imboccatura del Golfo per battere i nemici a reparti isolati e sorprenderli nella delicata fase dello spiegamento: c’era il pericolo per le sue navi di finire in costa ed anche il rischio che il suo avversario tornasse a chiudersi nel Golfo, mentre Agrippa auspicava di poter affrontare la battaglia decisiva. L’inverno, infatti, si avvicinava e, anche se la situazione si mostrava nettamente sfavorevole per Antonio, nemmeno Ottaviano intendeva trascorrerlo con l’esercito accampato sulle attuali posizioni.

Mentre la flotta di Marco Antonio, ricca di navi di ogni genere, era assai eterogena, Agrippa aveva fatto della sua uno strumento compatto, con navi dello stesso tipo, le sottili liburne, classiche navi del mondo romano a uno o a due ordini di remi, dirette antenate di quelle che nel medioevo saranno le galere. La loro velocità in combattimento, spesso ampliata esageratamente dagli storici dell’epoca, era probabilmente di cinque miglia orarie, ed il loro rostro era un’arma micidiale, atta a sfondare i fianchi delle navi di ugual grandezza o rompere i timoni di quelle maggiori.

Le flotte si disposero una di fronte all’altra: quella di Antonio venne schierata su tre file, dietro le quali stava una quarta squadra, comprendente le navi della regina. Una volta faccia a faccia i contendenti esitarono perché, date le diverse possibilità di manovra delle rispettive navi, ognuno cercava di scegliere il campo migliore per combattere. Antonio, che si affidava alle sue lente e massicce poliremi, cercava di attirare il nemico il più vicino possibile alla costa; Agrippa, invece, con le sue agili liburne, voleva portarsi verso il mare aperto.

Si respirava una pesante aria di attesa.

L’INIZIO DELLA BATTAGLIA NAVALE

L’avvicinamento cominciò verso mezzogiorno. L’ala sinistra di Antonio attaccò per prima la squadra avversaria corrispondente, che manovrò per evitare l’urto frontale e portarsi sul fianco del nemico. Riuscita la manovra, che nel frattempo anche l’altra ala stava effettuando, i Romani attaccarono sui due fianchi lo schieramento avversario: mentre le grandi navi asiatiche cercavano l’abbordaggio, le piccole liburne sfuggivano velocemente alla stretta avversaria e, correndo lungo i fianchi delle poliremi, ne tranciavano le file di remi, troppo ingombranti per essere ritirati in tempo, o colpivano i timoni allo scopo di immobilizzarle.

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Intanto, dalle due parti, gli arcieri, i frombolieri e le catapulte, scagliavano le loro armi e i loro proiettili. Le tattiche impiegate erano molto diverse: gli uni, più statici, cercavano di arrivare subito all’atto culminante della lotta, ossia l’abbordaggio e il corpo a corpo, mentre gli altri, più rapidi nella manovra, si avvicinavano, colpivano, giravano intorno, colpivano ancora e poi si ritiravano, cercando di danneggiare il più possibile l’avversario prima di affrontare l’urto diretto dei soldati. L’esito della battaglia era assai incerto.  

La manovra di avvolgimento effettuata all’inizio dello scontro dalla flotta di Ottaviano e Marco Agrippa era riuscita a facilitare l’attacco, ma non era tuttavia riuscita a bloccare del tutto la flotta avversaria. Così, appena si levò l’atteso vento favorevole, la squadra di Cleopatra, rimasta fino allora inattiva dietro la linea di combattimento, passò a vele spiegate di poppa alle altre navi e prese il largo, senza che i Romani potessero inseguirla. Le sessanta navi della regina d’Egitto si allontanarono rapidamente, mentre i combattimenti reagivano alla visione delle vele rosse sempre più lontane con sentimenti contrastanti, dalla sorpresa alla gioia fino alla rabbia.

Al segnale dato da Cleopatra, Antonio aveva risposto con prontezza e poco dopo, con altre navi, si buttò anche lui a meridione, sfuggendo facilmente ai Romani. Qualche liburna riuscì in effetti ad inseguirlo ed a far partire un breve combattimento, ma si trattò di nulla più che deboli schermaglie: il piano di Marco Antonio appariva come perfettamente riuscito ed ora, assieme a Cleopatra, navigava verso il Mediterraneo, con destinazione Egitto.

L’ESITO DELLA BATTAGLIA

Anche le altre navi della flotta d’Oriente si prepararono ad abbandonare Il campo, ma non fecero in tempo ad alzare le vele e a smontare le sovrastrutture costruite per il combattimento, che erano di ostacolo alla navigazione. La flotta romana, ora superiore di numero, si abbatté sui nemici, che opposero una strenua resistenza: Agrippa ne rimase persino sorpreso, non comprendendo perché mai quei marinai stessero combattendo con tanto valore dopo essere stati abbandonati dai loro comandanti, ormai certi di esser tagliati fuori da ogni possibilità di vittoria o di ritirata, con la consapevolezza che solo arrendendosi in massa avrebbero potuto salvarsi.

La lotta fu talmente furibonda da costringere più volte le navi di Marco Agrippa ad indietreggiare, fino a quando l’ammiraglio non fu costretto ad adoperare il mezzo più letale, ossia il fuoco, lanciando dalle catapulte materiale incendiario e dagli archi frecce accese. I superstiti dell’armata di Marco Antonio cercarono di soffocare le fiamme con l’acqua del mare, con coperte, tende e vele, ma non ci fu nulla da fare.

Verso sera la battaglia era finita: i resti della grande flotta di Oriente bruciavano sul mare, mentre le poche altre navi che si erano rifugiate dietro il promontorio di Azio si arresero nella successiva giornata. I morti, alla fine, potevano essere quantificati in oltre cinquemila.

Nella notte seguente, anche l’esercito di Marco Antonio si arrese ad Ottaviano. La vittoria di quest’ultima era completa.  

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Quale fu l’errore più grave di Marco Antonio? Il suo piano strategico, a ben guardare, era riuscito in tutti i suoi particolari, ma in realtà quella che doveva essere una ritirata in Egitto si rivelò come una disfatta. Il fatto era che Marco Antonio combatteva per una causa ormai perduta: l’idea di riorganizzare le sue legioni in Egitto, resistendo ad Ottaviano in territorio africano, si rivelò un’idea assolutamente utopica perché tutti lo abbandonarono, quasi che sull’animo dei suoi seguaci pesasse l’infamia di aver abbandonato alla loro sorte l’esercito e la flotta in Grecia.

A mente fredda, è facile comprendere come la partita Antonio l’avesse perduta prima di Azio, quando non aveva impedito lo sbarco di Ottaviano e quando era stato interi mesi senza far nulla. Ecco perché, di fronte a tali errori, si diffuse a Roma un pensiero assai critico e cinico sullo stesso Marco Antonio: perdere per perdere, non sarebbe stato meglio morire con onore ad Azio, in battaglia?

Probabilmente, però, un ultimo abbraccio da parte di Cleopatra ed una flebile speranza valevano più dell’onore e della gloria.

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