Baldassarre Peruzzi a Roma

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BALDASSARRE PERUZZI A ROMA

Tra i numerosi artisti toscani che confluirono a Roma agli inizi del Cinquecento, attratti dallo straordinario movimento culturale che si stava affermando e dalle prorompenti iniziative di rinnovamento edilizio volute da papa Giulio II, c’era anche un giovanissimo Baldassarre Peruzzi, nato a Siena nel 1481 ed all’epoca poco più che ventenne.

Forse allievo del grande architetto militare Francesco di Giorgio Martini, con alle spalle l’esperienza degli affreschi nella Cappella di San Giovanni nel Duomo di Siena, il giovane Baldassarre iniziò la sua attività romana assieme a Maturino da Firenze e Polidoro da Caravaggio, con i quali dipinse con ornati e storie a graffito le facciate dei palazzi della borghesia capitolina. Questo genere di decorazioni era realizzato sia in “monocromia di terretta” che in policromia, e furono così in voga nel XVI secolo che le vie di Roma sembravano perennemente in festa, adorne di arazzi dai vivaci colori.

BRAMANTE E SAN PIETRO

Le aspirazioni artistiche del Peruzzi, rivolte ben presto anche al campo dell’architettura, si accentuarono allorché iniziò il tirocinio presso il celebre architetto Donato Bramante, che si avvalse della sua opera, assieme a quello di Raffaello e dell’architetto Antonio da Sangallo, per la progettazione della nuova Basilica di San Pietro, il tempio più importante di tutta la Cristianità. Grazie anche a Bramante ed ai suoi tre giovani collaboratori, il classicismo iniziò progressivamente ed inesorabilmente a trionfare a Roma, divenendo un punto di riferimento nel linguaggio artistico dell’epoca ed arrivando ad influenzare tutto il mondo civile.

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Quale migliore ateneo della scuola bramantesca poteva accogliere ed ispirare la mente del Peruzzi? Infatti, come nella simbolica Scuola di Atene dipinta da Raffaello nelle Stanze Vaticane, l’ampio spazio del cantiere di San Pietro fungeva da vera e propria aula per continui aggiornamenti professionali, mentre come materie di studio erano praticati il rilievo ed il disegno dei monumenti antichi, oltre ovviamente alla lettura critica del De Architectura di Vitruvio.

Nella scarna biografia di Giorgio Vasari c’è solo un breve accenno su come Baldassarre Peruzzi “si dilettò misurare le antichità di Roma et cercare d’intenderle”. In realtà, l’artista vi si dedicò con grande passione e dedizione, non solo iniziando un libro sulle antichità di Roma ed un commento a Vitruvio (che servirono come base all’architetto Sebastiano Serlio, per il IV libro del suo Trattato), ma anche lasciando ai posteri numerosi taccuini di schizzi, dei quali quello conservato nella Biblioteca di Siena ha anche la dedica: “Fu di me Baldassarre Perucio e ‘l donai a messer Jacopo Melighino e a messer Pierantonio Salimbeni”.

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VILLA FARNESINA

La villa trasteverina della Farnesina (dal nome della famiglia Farnese, che la acquistò nel 1579) fu la prima grande opera commissionatagli nel 1505 dal suo amico e conterraneo Agostino Chigi il Magnifico, “magnum mercator christianus”.

Situato alle pendici del Gianicolo in un luogo ameno e circondato da un vasto giardino ornato da fontane, l’edificio era completato dalle scuderie e da una loggia isolata sul Tevere (opere entrambe perdute): la villa era utilizzata per sfuggire alle calure estive e per intavolare sontuosi banchetti, tra i quali resta celebre quello imbandito per Leone X il 10 agosto 1518, in cui Agostino Chigi fece persino gettare nel fiume le ricche stoviglie d’oro, per poi recuperarle con delle reti nascoste.

La Villa Farnesina si articola planimetricamente in un corpo centrale, con loggia aperta sul giardino e due ali contrapposte: le facciate, un tempo decorate dallo stesso artista con pitture a soggetto mitologico, si riallacciano a prototipi senesi, con una semplice scansione di paraste doriche su due ordini ed una cornice finale decorata con putti sorreggenti festoni. “Edificio non murato, ma veramente nato”, scrisse felicemente il Vasari, intuendo quel raro equilibrio tra natura circostante e fabbricato che ancora oggi può cogliersi visitandolo.

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La costruzione fu terminata nel 1509 e compiuta nelle decorazioni nel 1517. Al noto ciclo pittorico della Loggia di Galatea, commissionato a Raffaello, si affianca la finissima decorazione peruzziana della volta e delle lunette, raffigurante le costellazioni ed in particolare la situazione astrale di Roma verificatasi il 29 novembre 1466, data di nascita di Agostino Chigi.

Raccontano le cronache che persino il grande Tiziano Vecellio, accompagnato proprio dal Vasari a visitare la villa, toccò incredulo come un novello San Tommaso le architecturae pictae del Salone delle Prospettive al primo piano, uno stupefacente trompe l’oeil in cui le pareti sono come ampliate illusionisticamente da loggiati immaginati aperti sul panorama della Roma del tempo.

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GLI ALTRI PROGETTI

Ancora per il Chigi Peruzzi progettò a Porto Ercole, dove costui aveva lo scalo per la sua flotta mercantile, il Palazzo del Governatore e forse restaurò la rocca.

Nel 1518 gareggiò nel concorso voluto da Leone X per la costruzione della Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini a Roma, al quale parteciparono anche Raffaello, Antonio da Sangallo e Jacopo Sansovino: “veduto il Papa che ebbe i disegni di tutti, lodò come il migliore quello del Sansovino”, scrisse il Vasari, ma pur tuttavia il progetto del Peruzzi, seppur non prescelto, venne assai lodato per la sua evidente ispirazione ideale allo schema circolare del Pantheon e del Mausoleo di Santa Costanza, con numerose cappelle radiali.

Baldassarre Peruzzi fu un artista davvero completo. Domiciliato nei pressi di San Salvatore in Lauro, sposò Lucrezia d’Antonio del Materasso, dalla quale ebbe sei figli (tra i quali è noto quel Giovan Silvestro, divenuto anch’egli architetto). In questa vita assai densa, fra architettura e pittura, ebbe anche modo e tempo di occuparsi di scenografia, ideando e dipingendo la prospettiva teatrale per la Calandra, licenziosa commedia del cardinal Bibbiena, rappresentata in Campidoglio nel 1520 per volere di Leone X: quella scena colpì immensamente la platea, grazie a quell’intreccio “di vie, che con case parte vere et finte ingannavano gli occhi di tutti, dimostrandosi essere, non una piazza dipinta, ma vera”. R

Sempre in quell’anno, dopo la morte di Raffaello Sanzio, Baldassarre Peruzzi venne nominato coadiutore di Antonio da Sangallo nella costruzione della Basilica di San Pietro, con uno stipendio mensile di ducati 12,50, successivamente aumentato a 25 ducati da Papa Paolo III.

IL SACCO DEI LANZICHENECCHI

Durante il Sacco di Roma del 1527, il Peruzzi fu uno dei pochi artisti ad essere imprigionato dagli Spagnoli, che lo avevano scambiato per un ricco prelato o un nobile: oltre a versare una cospicua taglia, fu torturato e costretto dai suoi aguzzini a dipingere il ritratto postumo del Contestabile di Borbone, comandante dei Lanzichenecchi.

Fuggito da Roma col poco denaro scampato al saccheggio, si imbarcò per Porto Ercole, ma le sciagure di questa fase della sua vita non erano ancora terminate, considerato che sulla strada per Siena fu assalito e depredato dai banditi. In condizioni economiche decisamente complicate, ancora nel 1529 Baldassarre Peruzzi si ritrovava debitore di un prestito di 150 scudi d’oro per il riscatto versato: “residuum taglie eidem magistro in Urbe facte, per quosdam ex militibus exercitus imperialis, tempore adventus Borbonis in Urbem”.

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DA SIENA A ROMA

Tra il 1528 e il 1532, Peruzzi svolse la sua attività prevalentemente nella città natale, se si esclude la realizzazione nel 1529 del monumento sepolcrale di Adriano VI a Santa Maria dell’Anima a Roma. A Siena, infatti, progettò il restauro del Duomo, costruì sette bastioni per la vecchia cinta muraria ed ispezionò le fortificazioni di tutto il territorio della repubblica.

Chiusa la parentesi senese, il terzo decennio del Cinquecento fu particolarmente fecondo per il Peruzzi che, tornato a Roma, attuò uno stile più maturo e decisamente premanierista. Fu in questa fase, esattamente nel 1532, che egli produsse quella che molti critici gli riconoscono come la sua opera più geniale, ossia il Palazzo Massimo alle Colonne. Il Letarouilly, attento conoscitore degli architetti rinascimentali operanti a Roma, scrisse a tal proposito: “Come Raffaello, Peruzzi terminò la sua carriera con il suo capolavoro, e come Raffaello lo lasciò incompiuto. Il suo nome non divenne popolare e non divenne mai ricco”.

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Nella Roma sventrata dai Lanzichenecchi c’era davvero bisogno di un edificio che, contenuto nelle dimensioni, presentasse in egual misura originalità, armonia e euritmia. I caseggiati di Domenico Massimo, situati lungo il percorso della Via Papalis, laddove quest’ultima piegava all’altezza della Chiesa di San Pantaleo, furono saccheggiati e arsi dai Lanzichenecchi: i suoi figli Pietro, Angelo e Luca, però, vollero restaurare il palazzo ciascuno per la porzione spettante.

Pietro Massimo conferì l’incarico a Baldassarre Peruzzi il quale, rispettando lo spazio del preesistente cortile, sfruttò abilmente la curvatura della strada, ottenendo un prospetto ad effetto con un’evidente curva convessa, mentre progettò un atrio a colonne doriche arricchito all’interno da nicchie e statue contrapposte alle pareti.

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GLI ULTIMI LAVORI E LA MORTE

Paolo III lo confermò architetto alla fabbrica di San Pietro nel 1534, anno nel quale il Peruzzi progettò l’articolata fortezza di Rocca Sinibalda (Rieti), planimetricamente a forma d’aquila sulla base dei principi dell’ingegneria militare dell’epoca.

Per i Savelli, Baldassarre Peruzzi ristrutturò il palazzo arroccato sulle rovine del Teatro di Marcello, “et diede per Roma disegni di architettura a case infinite”, tra cui spicca l’attribuzione all’architetto di Palazzo Ossoli, autentica gemma rinascimentale.

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Negli ultimi mesi della sua esistenza, per conto del Sangallo, si dedicò a progettare alcuni archi trionfali provvisori da erigersi per la venuta di Carlo V a Roma: il tema gli era particolarmente congeniale, poiché già nel 1523 aveva apprestato gli apparati per l’incoronazione di Clemente VII. Il taccuino senese raccoglie buona parte degli schizzi di studio redatti per l’occasione: piante e prospettive di padiglioni con cupole, archi, fregi e festoni con l’ubicazione (Porta di Castello di Roma in Borgho, Porta Capena) e l’indicazione dei materiali costruttivi (“di legname vestito di vergina”, cioè di verghe di legno intrecciate).

Il 6 gennaio 1536 Peruzzi morì in povertà, tre mesi prima della solenne visita imperiale. Fu solennemente sepolto al Pantheon, assieme ai massimi artisti che resero più grande la fama di Roma. Le sue doti principali, ossia l’eleganza, la pulizia del suo linguaggio architettonico e quel raro equilibrio tra un ornato tipicamente toscano ed una romanitas in chiave bramantesca, non poterono essere replicate dai suoi allievi Lorenzo Pomarelli e Antonio Maria Lari.

Le poche opere portate a termine non sono dunque un limite alle potenziali capacità professionali del Peruzzi, ma rappresentano semmai il segno della potenza imprenditoriale raggiunta da quelle che all’epoca venivano soprannominate la “ditta bramantesca” e la “setta sangallesca”, che non lasciavano altri spazi d’inserimento negli ambienti pontifici.

Il Vasari, in fondo, ne descrisse la vita in poche righe assai accurate: “Le sue fatiche molto giovarono altrui, ma a sé poco, tanto la modestia del timido et discreto animo suo, quanto da la ingratitudine et da la avaritia di coloro, che di continuo si servirono di lui, i quali non gli diedero mai premio alcuno”.

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