John Keats a Roma

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JOHN KEATS A ROMA

Non ci è dato sapere cosa pensasse il giovane poeta inglese John Keats della scenografia di Piazza di Spagna quando vi approdò nel 1820, in un’uggiosa giornata di novembre, dopo un massacrante viaggio intrapreso per arrestare il fatale processo della tubercolosi. Probabilmente, in cuor suo, sospettava che sarebbe stata teatro della sua morte, cosa che avvenne di fatto tre mesi dopo, nel febbraio del 1821, all’età di ventisei anni, dopo i fasti del Carnevale romano e la mestizia delle ceneri, nel mese più freddo dell’anno.

“Dicono che devo andare in Italia”, scrive Keats alla donna amata, tale signorina Fanny Brawne, con la forte consapevolezza di non poterla rivedere mai più. “Sono certo che non guarirò mai, se dovrò stare così a lungo separato da te”, aggiunse con un’incomparabile vena romantica. Così l’Italia, paradiso del Mediterraneo e luogo di culto proprio per i romantici, divenne un incubo nella fantasia premonitrice di Keats: “Questo viaggio in Italia mi sveglia tutte le mattine all’alba e mi ossessiona terribilmente. Cercherò di andarci, ma sarà con l’animo del soldato che marcia contro la batteria”.

Eppure Roma, col suo clima mediterraneo ed il suo cielo azzurro, “Roma la tragica, la meravigliosa, desolata ed affascinante, dove da per tutto risuona il cupo rombo della malaria”, come scrive nei suoi diari Lady Morgan (contemporanea di Keats), lo spinse a mentire a se stesso. La bellezza delle rovine e la nudità delle strade, simili a sentieri di campagna, avevano fatto dire a Percy Shelley, suo compagno di avventure: “Mai ci fu desolazione più sublime e più bella”. Era una città davvero “eterna”, caratterizzata da profondissimi contrasti tra gloria e decadenza, con il fasto del Barocco accostato alla miseria dei suoi cittadini.

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John Keats, però, non scrisse nulla a Roma. La malattia lo costrinse a stare in casa, una pensione al numero 26 della piazza, gestita da una certa signora Angeletti, a cui aveva provveduto il dottor Clark, medico di fiducia di Keats. Costui, così poco illuminato nei confronti di una malattia la cui origine era all’epoca un vero mistero, si limitò a consigliare delle semplici passeggiate a cavallo. Keats puntualmente ubbidì, recandosi con frequenza al Pincio insieme all’amico inseparabile Joseph Severn che lo aveva accompagnato dall’Inghilterra; alla coppia si aggiunse spesso il luogotenente Elton, un giovanotto di bell’aspetto, anche lui ammalato di tubercolosi, e che morirà nel 1823 in un sanatorio svizzero. La sua compagnia risultò molto gradita a John Keats fino a quando Paolina Borghese, sorella di Napoleone Bonaparte e nota per i suoi costumi decisamente libertini, appena ritratta da Antonio Canova in una splendida statua (oggi visibile alla Galleria Borghese), non gettò su Elton sguardi lascivi e civettuoli: Keats ne risultò turbato ed infastidito, inducendo Elton a deviare il corso delle proprie passeggiate.

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Il tepore dell’aria profumata presso il Colosseo e lungo le rive del Tevere accentuò in Keats la ribellione verso l’idea della morte. Lo scrittore conosceva perfettamente l’evoluzione della malattia: sotto i suoi occhi ne era morta la giovane madre quando lui era ancora un ragazzo e fra le sue braccia era spirato, a causa dello stesso male, suo fratello minore Tom poco tempo prima. Il suo pensiero, però, è sempre indirizzato a Fanny. “La convinzione che non la rivedrò mai più mi uccide. avrebbe dovuto essere mia quando stavo bene, allora non mi sarei ammalato. Posso sopportare di morire ma non posso sopportare di lasciarla. Dio! Dio! Dio!”, scrisse nella sua penultima lettera all’amico Brown. A quel punto, John Keats prese una decisione drastica: non avrebbe mai più letto le missive della sua amata. “La sua calligrafia mi spezzerebbe il cuore” svelò all’amico Severn, facendosi giurare da quest’ultimo di porre le lettere ancora chiuse, anche nel caso in cui fossero arrivate troppo tardi, accanto a lui nella tomba.

Durante le ore che lo separano dalla fine, Joseph Severn gli fu sempre accanto: suonava per lui, gli preparava il tè, leggeva a voce alta per cercare di distrarlo. I cibi caldi arrivano dal Caffè Greco, ai tempi una modesta osteria, che spediva il garzone di bottega con le vivande calde: il pollo era però troppo scotto e la pasta troppo speziata per il gusto anglosassone, tanto che spesso i due gettavano tutto fuori dalla finestra dopo pochi bocconi.

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La sofferenza, intanto, aumentava, fino al punto da invogliare Keats a proporre a Severn di ridurre le sue sofferenze aiutandolo ad ingerire il contenuto di una bottiglietta di laudano, acquistata per precauzione prima della partenza. Severn gliela negò, suscitando le ire di Keats che dapprima lo minacciò, poi lo supplicò, fino a cercare di convincere che fosse per il bene altrui: “Dato che la mia morte è certa, desidero solo salvarti dalle miserie dell’attesa” confidò un giorno a Severn, la cui fede cristiana gli impedì però di esaudire l’ultimo desiderio dell’amico.

Intanto il dottor Clark visitava il paziente ora più volte al giorno e, per ironia della sorte, arrivò a dimezzare la sua razione di cibo, perché egli credeva che il troppo nutrirsi danneggiasse il sangue. Puntualmente Keats gli rivolgeva l’imbarazzante domanda: “Quanto durerà questa mia vita postuma?”, mentre Severn nelle sue lettere agli amici scriveva che anche se il poveretto fosse sopravvissuto alla tisi, sarebbe certamente morto di fame.

Era però un’altra l’angoscia che minava lo spirito del poeta, ossia quella di morire senza avere composto alcunchè di grandioso. Non poteva di certo immaginare che il suo nome sarebbe rimasto nella storia per le famose odi già composte nel 1819.

L’unica cosa che sembrava rasserenarlo e che arricchiva la sua fervida fantasia poetica: lo sciabordio dell’acqua che sgorgava dalla Fontana della Barcaccia del Bernini, posta proprio al centro della piazza. Dalla piccola finestra della sua stanzetta arriva il rumore rassicurante proveniente dalla marmorea imbarcazione, che gli ispirava una qualche metamorfosi del suo corpo.

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Nel decorso di questa sua “vita postuma” che lo vide già allontanarsi da sé, Keats si immaginava già interrato nello splendido Cimitero Acattolico presso la Piramide Cestia, dove poco tempo prima aveva spedito Severn per un sopralluogo a contattare il posto per una semplice tomba. Sentiva già “i fiori spuntargli dalla testa e il profumo delle violette bagnate dalla pioggia ricoprirlo come un lenzuolo fresco”. Pregò l’amico di far incidere sulla sua tomba non già il suo nome, ma la semplice iscrizione: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua”. La stanza in cui vennero pronunciate quelle parole esiste ancora, e sul suo soffitto ci sono ancora i fiori dipinti, assieme ai frammenti di manoscritti di Keats, dipinti e disegni dell’amico Severn assieme al ritratto che proprio Severn eseguì sul letto di morte di Keats “per tenermi sveglio”, come recita una dicitura scritta con mano tremante in fondo al disegno.

La stanza si trova oggi in una casa consacrata alla sua memoria e a quella di Shelley: è un edificio color ruggine, la ex pensione della Angeletti, una donna senza scrupoli che non esitò ad avvertire la polizia che presso di lei risiedeva un tubercolotico, pretendendo quindi, in accordo con le leggi dell’epoca, che le carte, la mobilia e le suppellettili “appestate” venissero bruciate. A fatto avvenuto Severn, che nel frattempo aveva trasportato nottetempo il corpo dell’amico al cimitero della Piramide Cestia per fare in modo che almeno le sue ceneri non venissero disperse, esplose di rabbia: “Questi brutali italiani…Avevo appena finito di pagare la vergognosa richiesta della padrona di casa che questa donna irragionevole mi mandò a cercare affinché pagassi anche le stoviglie rotte che avevamo adoperato”.

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Nel 1903 un piccolo gruppo di scrittori americani ed inglesi si riunì a discutere il progetto d’acquisto della casa di John Keats mediante una sottoscrizione pubblica in Inghilterra e in America, ben sapendo quale contributo avrebbero dato alla cultura. Henry Nelson Gay, che con Sir Rennell Rodd e Robert Underwood Johnson fondò la Casa di Keats e la sua collezione, disse nel suo discorso inaugurale: “Mentre possiamo sopportare la perdita dell’India, un possedimento esotico ed essenzialmente straniero, non possiamo sopportare la perdita del minimo frammento della fama di Shelley, di Keats e di Byron, o di qualunque cosa connessa con loro e la loro opera”.

È un discorso straordinario, tanto quanto straordinaria è ancor oggi l’atmosfera che si respira all’interno della Keats & Shelley Memorial House, nelle cui stanze si respira, sulle copertine dei libri, un odore per così dire più inglese che italiano, alla luce soffusamente offuscata dalla pesante tenda rosso amaranto davanti alle finestre del salotto.

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