Marinai e flotta da guerra nell’Antica Roma (2/3)

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MARINAI E FLOTTA DA GUERRA NELL’ANTICA ROMA (2/3)

Si può iniziare a parlare di marina da guerra a partire dall’VIII secolo a.C., quando le navi divennero veri e propri mezzi di offesa, dotate di rostri per lo speronamento delle forze avversarie. Sempre a questo periodo risale l’ideazione delle triremi e si evidenziano chiari indizi di un avanzato progresso fenicio nel campo della cantieristica militare: già nel VI secolo, infatti, il tiranno Policrate di Samo disponeva di una cospicua flotta di triremi e ben cento 100 pentecontori (da pentekontoros, termine greco per “cinquanta”), grosse navi da guerra mosse da cinquanta remi disposti in un unico ordine.

Con ogni probabilità, a partire dal V secolo i Greci presero a modello le navi di Policrate, e fu in occasione della guerra contro i Persiani che vennero costruite 200 triremi, dotate a prua di un piccolo ponte sul quale opliti e arcieri erano in grado di fronteggiare i nemici, maestri nella tattica dell’abbordaggio.

Nel IV secolo Cartagine ideò la quadrireme, nave a due ordini di remi con due operatori per ciascun remo, e poco dopo coniarono la quinquereme, probabilmente una trireme con doppi operatori per i due ordini di voga superiori.

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Sfruttando questo sistema vennero costruite le navi da guerra dell’età ellenistica, fino all’enorme formato delle tessarakontereis (dal greco tessarakonta, ossia quaranta), con 40 rematori su entrambe le fiancate, probabilmente su due ordini di remi. Sempre in questo periodo furono adottati alcuni accorgimenti a protezione dell’apparato di voga, disponendo gli scalmi su ballatoi chiusi da cui uscivano i remi: questa tecnica di costruzione protetta, soprannominata “catafratta” (da cui il nome catafratti, i cavalieri corazzati tipici dei Parti), fu applicata anche dai Romani per i loro esemplari di navi da guerra.

In età tardo ellenistica si verificarono alcuni cambiamenti, che influenzarono profondamente la successiva cantieristica militare. Durante le guerre con la Macedonia, infatti, Roma era venuta a contatto con nuove unità di combattimento, di dimensioni contenute e buona manovrabilità: si trattava dei cosiddetti lémboi, costruiti a somiglianza dei vascelli dei pirati illirici: la loro peculiarità  era di avere la chiglia sporgente non solo a prua, ma anche oltre il dritto di poppa, dove si veniva quindi a determinare un secondo rostro che consentiva alla nave lo speronamento in ambedue le direzioni, fattore questo di evidente utilità nel caso di uno scontro navale. In base ad alcuni rilievi, le tipiche navi da guerra romane, le liburne, adattarono questo nuovo modello di nave, adattandola però alle specifiche esigenze della flotta.

Se quindi anche Roma, all’inizio della sua storia, combattè Cartagine con delle quinqueremi, successivamente anche la flotta romana passò a modelli più agili. In età imperiale è documentata solo una hexeres, cioè una nave a sei ordini, quale ammiraglia della flotta stanziata a Miseno, affiancata da triremi e liburne. Come già accennato nel procedente articolo, poi, Roma, al contrario della marineria punica e greca, preferiva il combattimento d’abbordaggio, in virtù del quale l’esito dello scontro veniva deciso dalle truppe di fanteria appositamente imbarcate, e messo in pratica mediante l’uso dei corvi.

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Il trionfo di Roma contro Cartagine

IL TRIONFO DI ROMA CONTRO CARTAGINE

La più celebre impresa marinara della Roma Repubblicana si cui si abbia documentata notizia risale al 338 a.C., quando gli Anziati, nel corso della Guerra Latina, furono costretti a consegnare le loro navi da guerra ai Romani. A parte questo evento, non risulta che prima delle Guerre Puniche, durante le quali si potè assistere al trionfo della marina romana, ci siano state da parte di Roma azioni di rilievo che videro impegnata la flotta.

Allo scoppio della Prima Guerra Punica (264 – 241 a.C.) Roma si trovò costretta ad armare una propria flotta; le navi degli alleati non erano infatti più sufficienti a garantire un rapporto di forza con Cartagine e così, nel 260 a.C., Roma pose mano alla costruzione delle prime navi. Polibio racconta che venne presa a modello una quinquereme nemica arenatasi sul litorale e che in sessanta giorni venne allestita una flotta di 100 quinqueremi e 20 triremi, mentre l’equipaggio ed i vogatori venivano istruiti a terra durante la costruzione delle navi.

Ben presto, però, ci si rese conto che, a causa della scarsa esperienza e del legname fresco adoperato, le navi procedevano in maniera lenta e niente affatto rispondente alle esigenze tattiche: per questo motivo venne ideato il già citato corvo, uno strumento d’arrembaggio che consentiva ai Romani di combattere con un sistema simile a quello terrestre.

I Cartaginesi, rimasti disorientati da questa nuova tecnica, furono sbaragliati ad opera del console Gaio Duilio presso Milazzo. Nel corso dello scontro fu addirittura catturata la nave ammiraglia di Annibale, a sette ordini di remi, che la tradizione voleva appartenuta un tempo a Pirro, Re dell’Epiro. Per commemorare la vittoria venne innalzata nel Foro una colonna ornata con i rostri delle navi nemiche (vedasi ricostruzione in foto), e sempre nello stesso periodo ebbe inizio l’emissione di una serie di assi (moneta romana in bronzo) ornati con una prora.

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Nel 256 a.C. Roma riportò un’altra vittoria, quella di Capo Ecnomo, sulla costa meridionale della Sicilia presso l’odierna Licata. La disposizione a cuneo della flotta, composta da 330 navi, e lo svolgimento della battaglia ci sono accuratamente descritti da Polibio, che la denomina “la più grande battaglia navale dell’antichità”: in prima fila si disposero l’una di fianco all’altra le due navi a sei ordini di remi dei consoli Marco Atilio Regolo e Lucio Manlio Vulsone, mentre dietro ciascuna di esse si schierarono in fila le navi delle due squadre, con un intervallo sempre maggiore man mano che si allontanavano dalle rispettive ammiraglie. Così disposte, con la prua rivolta all’esterno, furono seguite dalla terza squadra, allineata frontalmente con dietro le navi per il trasporto dei cavalli, e quindi dalla quarta squadra, quella dei triarii, similmente a quanto avveniva nello schieramento delle legioni. La formazione si presentava come un cuneo che, come affermato da Polibio, “era smussato in punta, ben compatto alla base, agile e robusto e assai difficile da rompere”.

Nel 255 e nel 253 a.C., durante alcune tempeste, andarono perse circa 450 navi, e molte altre andarono distrutte in seguito alla sconfitta di Drepano del 249 a.C. Ciò nonostante, Roma riuscì ad affrontare e a sconfiggere nuovamente la flotta cartaginese presso le isole Egadi. Al termine della Prima Guerra Punica, Roma aveva perduto 700 navi e Cartagine 500.

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A dispetto di questa vittoria, i Romani continuarono a non sentirsi marinai e progressivamente non si occuparono più della loro marina: questo fu uno dei fattori concomitanti al proliferare del fenomeno della pirateria, con punte anche particolarmente allarmanti, tanto da indurre il Senato Romano a conferire nel 67 a.C. a Pompeo un comando straordinario, in virtù del quale egli riuscì a debellare i pirati, servendosi però anche di un folto gruppo di navi fornite dagli alleati.

Battaglie navali si ebbero ancora nell’età delle guerre civili, che rappresentarono una seconda epoca d’oro per la marineria da guerra romana: si calcola ad esempio che, all’indomani della battaglia di Azio (31 a.C.), nonostante la distruzione in battaglia di un corposo numero di navi, Ottaviano ne avesse a disposizione ancora ottocento.

La flotta imperiale

LA FLOTTA IMPERIALE

In età imperiale la marineria esistente venne distribuita in tre flotte permanenti, stanziate a Miseno, a Ravenna e a Forum Iulii (antico nome di Fréjus, in Provenza): quest’ultima flotta, però, venne ben presto eliminata perché non si avvertiva più la necessità di mantenere tante navi da guerra. Rimasero invece le altre flotte, soprattutto con compiti di polizia e scorta a convogli: per questo motivo, a poco a poco, scomparvero le grosse navi e rimasero per lo più triremi e liburne.

A queste grandi flotte si aggiunsero quelle minori nelle Province, destinate alla difesa dei confini. Le fonti ricordano una flotta Alexandrina, una Syriaca, una Pontica, una Moesica, una Pannonica, una Germanica e una Britannica. Nel tardo impero si trovavano in Italia anche una flotta ad Aquileia ed una sul lago di Como, mentre altre ancora ne esistevano a livello fluviale sui grandi corsi d’acqua, come il Rodano o la Senna.

Nel Tardo Impero, Roma non era assolutamente in grado di armare grandi navi, tanto che risale al V secolo d.C un curioso progetto di propulsione, in base al quale, sostituendo la forza umana, si suggeriva di impiegare nelle liburne ruote palate azionate da buoi. Considerato la scarsezza di informazioni da parte delle fonti, risulta improbabile pensare che tale progetto fu mai collaudato.

Armi e armamenti

ARMI E ARMAMENTI

A differenza dei legionari, di cui esiste una moltitudine di rilievi, le immagini di marinai dell’Antica Roma sono decisamente più rare. Dalle poche informazioni a nostra disposizione, e basandosi anche sul buon senso, è facile desumere come il loro armamento fosse molto più leggero rispetto a quello dei fanti. La loro uniforme era solitamente di colore nero, non indossavano corazza (se non forse una giubba di pelle o una lorica di cuoio leggero) ed erano armati di giavellotto e spada, con alcuni studiosi che propongono anche una scure.

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Maggiori notizie si hanno invece per quanto riguarda le armi in dotazione alle imbarcazioni. A parte il rostro ed il corvo, di cui abbiamo già diffusamente parlato nell’articolo precedente, le navi tendevano a disporre di un’artiglieria pesante in grado di scagliare proiettili contro l’area di voga delle navi avversarie. Con le baliste, poi, potevano essere lanciati, anche a lungo raggio, dei ramponi d’abbordaggio che permettevano di agganciare ed avvicinare a forza la nave nemica.

È inoltre da ricordare l’esistenza di proiettili incendiari che pare risalgano all’invenzione del rodiese Pausistrato: nel 190 a.C. egli escogitò il sistema di sospendere un braciere colmo di materiale incendiario su un’asta sporgente al di sopra del rostro. Questi proiettili, simbolicamente chiamati “delfini”, potevano essere scagliati anche dall’estremità dei pennoni: una loro applicazione rimasta famosa è quella relativa alla battaglia di Azio in cui, dalle agili liburne di Ottaviano e del suo ammiraglio Marco Agrippa, tali “delfini” vennero scaraventati contro le pesanti e meno maneggevoli navi di Marco Antonio.

A partire dal I secolo a.C. è ben documentato anche l’uso di torri montate sul ponte prima della battaglia, allo scopo di proteggere uomini e artiglieria; le fonti parlano di navi che furono dotate anche di otto torri. Durante la Seconda Guerra Punica, poi, in occasione dell’assedio di Siracusa, i Romani unirono addirittura molte navi innalzandovi sopra enormi torri, per meglio colpire dal mare le mura della città. A questo proposito, il grande storico Livio narra: “altre quinqueremi unite a due a due, sopprimendo l’ordine dei remi nella parte che aderiva all’altra nave, spinte dal solo ordine di remi che rimaneva nella parte esterna come se fossero una nave sola, reggevano torri a parecchi piani ed altri strumenti da guerra destinati a far crollare i muri”.

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I marinai

I MARINAI

Ad Atene, nell’Antica Grecia, gli equipaggi delle navi da guerra erano reclutati tra i cittadini delle fasce di reddito più basse, tra i forestieri residenti e tra i mercenari. Lo Stato provvedeva alla costruzione delle navi, il cui costo era ripartito tra i cittadini delle classi elevate che, annualmente, esercitavano il comando di una trireme con il grado di trierarchi.

Nel mondo ellenistico, come pure a Roma, i trierarchi erano invece ufficiali di professione. Contrariamente all’opinione comune, raramente si faceva uso di schiavi per il servizio di voga, e solo in caso di stretta necessità. Roma all’inizio preferì impegnare equipaggi greci, già esperti in materia, mentre in seguito preferì rivolgersi a uomini liberi, assegnando loro questo compito in quanto facente parte del normale servizio militare.

Solo nella battaglia di Nauloco (località sulla costa siciliana a est di Milazzo), tenutasi nel 36 a.C., Ottaviano si vide costretto a mobilitare degli schiavi, ai quali comunque concesse la libertà prima della battaglia. Pare quindi evidente che, almeno nella prima parte dell’Impero Romano, il servizio di voga inteso quale condanna ai lavori forzati non fosse attestato e che lo si debba far risalire, fatto salvi casi sporadici, ad epoche successive, quando divenne impossibile reclutare manodopera libera.

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Le epigrafi dimostrano che la maggior parte dei milites classiarii, terminologia tecnica per definire i marinai, era originaria di Paesi di tradizione marinara come l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto, l’Illiria, la Pannonia e la Tracia.

In effetti, essere un marinaio non doveva essere chissà quale gran vanto: generalmente, infatti, il soldato romano preferiva combattere sulla terraferma, poiché considerava inferiori le truppe di mare. Ad ulteriore dimostrazione di quanto appena affermato, valga il fatto che per premiare un soldato di marina si usasse farlo passare nelle legioni di terra, mentre per punire un legionario lo si incorporava nell’esercito di mare.

Durante l’Impero Romano, comunque, il servizio nell’arma navale crebbe d’importanza. Così come i soldati, anche i marinai percepivano vitto (che comprendeva un pane speciale, simile ad una galletta, ed un’abbondante razione di vino forte) e vestiario, ed il loro salario veniva aumentato in caso di prolungamento del servizio. Un marinaio con 26 anni di anzianità era chiamato veteranus e quasi sempre era un duplarius, percependo cioè doppia paga; al momento del congedo, nel caso in cui ne fosse sprovvisto, riceveva la cittadinanza per sé e la sua famiglia.

Poteva anche succedere che marinai venissero impiegati in compiti civili: il caso più celebre in tal senso è dato da uno speciale distaccamento della flotta di Miseno, che era addetto alla manovra del grande velarium del Colosseo, ma ad esso se ne affiancano molti altri meno famosi, come ad esempio nel caso dei marinai che realizzarono il laborioso scavo dell’acquedotto sotterraneo di Saldae in Tunisia.

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Le superstizioni marinare

LE SUPERSTIZIONI MARINARE

Nell’Antica Roma il mondo dei marinai, ancor più di quello dei soldati, era permeato di religione e superstizione. Di solito sulle navi, a poppa, esisteva un altare in onore della divinità protettrice, da cui spesso la stessa nave prendeva il nome, indicato abitualmente sulla fiancata o sulla stylis, una sorta di tabella situata sul dritto di poppa.

Come dimostrato anche dalla splendida statua ospitata nel piccolo Museo di Ostia Antica, la dea egizia Iside era di solito la più venerata tra i marinai delle navi romane, perché si diceva che avesse compiuto un lungo viaggio in mare alla ricerca del suo sposo Osiride. In misura minore erano anche venerati i Dioscuri e Dioniso, ed in misura ancora minore Poseidone, dio dei mari.

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L’equipaggio, ad ogni buon conto, cercava di cautelarsi contro la mala sorte, dipingendo a prua grandi occhi apotropaici, piazzando una testa di Medusa con chiari fini di allontanamento della sfortuna, non prendendo a bordo donne o persone ritenute empie e ricorrendo nei momenti di estrema difficoltà ai riti sacrificali.

Basterà ricordare a questo proposito il celebre episodio relativo alla battaglia di Drepano (249 a.C.), nel corso della Prima Guerra Punica, avente come protagonista il console Claudio Pulcro. La mattina prima dello scontro, infatti, i polli sacri a bordo della nave ammiraglia non volevano saperne di mangiare: il console, ansioso di ingaggiare battaglia, dopo aver esortato gli àuguri a impegnarsi per far mangiare i polli, ma sempre con esito negativo, si fece saltare la mosca al naso, afferrò i polli e li scaraventò in mare pronunciando le fatidiche parole: “Se non vogliono mangiare, che bevano!”.

Inutile ricordare che, a Drepano, la flotta romana fu sconfitta da quella Cartaginese: gli dei, in tal senso, non scherzavano affatto…

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