Il Conte Tacchia

Il Conte Tacchia, Il Conte Tacchia, Rome Guides

IL CONTE TACCHIA

Tiepida giornata autunnale, la classica “ottobrata romana”, nel 1904.

Immaginate di passeggiare in carrozzella lungo Via del Corso: d’un tratto, sul marciapiede del Caffè Aragno, notate una gran folla ammassata attorno ad una “20 cavalli” (una dei primi macinini a benzina che circolano a Roma) che ha appena causato uno dei primi incidenti stradali di Roma, urtando ed abbattendo uno dei lampioni della via.

Chi è stato ad aver provocato questo disastro, che ha riempito di confusione e schiamazzi il marciapiede nella tranquilla ora pomeridiana? Non c’è da sbagliarsi, è sempre lui: il Conte Tacchia, che è ormai un membro ufficiale della grande famiglia della Città Eterna, con quella sua aria al contempo aggressiva e guascona, presuntuosa e strafottente.

Il personaggio in questione, all’anagrafe, si chiama Adriano Bennicelli ed è “conte” grazie a Papa Pio IX, che aveva conferito questo titolo al padre Filippo, per i servigi resi dopo l’esodo da Gaeta. Al titolo si aggiunge però, cosa ben più rilevante, una cospicua fortuna ammassata con il commercio dei legnami: ecco perché, con il consueto sarcasmo, il popolo romano chiama il Bennicelli “Conte Tacchia”, poiché “tacchia” in romanesco significa pezzo di legno.

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Le avventure di questo leggendario personaggio romano potrebbero riempire un intero romanzo, o fare da copione per un corposo lungometraggio, come accaduto nel celebre film interpretato da Enrico Montesano, che ha dato gloria imperitura al nostro uomo. Alto, elegante, galante, bombetta, tight, il Conte Tacchia ama visceralmente i cavalli, e proprio da questo dettaglio deriva la maggior parte della sua popolarità: esce infatti ogni giorno per le vie di Roma, tra il Pincio e Villa Borghese, in fiammanti carrozzelle Tilbury, con due cavalli attaccati a tandem, che talvolta possono arrivare anche a quattro o a sei.

La passione per i cavalli lo travolge con una potenza inaudita: se un cavallo gli passa accanto per la strada e lo interessa, lo accosta per chiede informazioni, bloccando il traffico e creando spesso un vero putiferio, verbale e talvolta fisico, costringendo le forze dell’ordine ad intervenire. Alla fine, con calma olimpica, il Conte Tacchia rimette a posto il suo monocolo, guardando tutti altezzosamente dall’alto in basso, e con fare teatrale chiude l’improvvisata gazzarra con frasi argute, liquidando ogni rancore.

Anche al circo è sempre in prima fila, ad ammirare gli equilibristi sui cavalli, arrivando persino a trascurare le seducenti acrobate per accarezzare le bestie, prodigandosi in doni di dolciumi e zuccherini.

Il luogo in cui però il Conte Tacchia si scatena maggiormente sono, ovviamente, le corse di cavalli. Famoso, fra questi suoi interventi, è quello alle corse al trotto del giorno di San Pietro e Paolo del 1908, quando era già sindaco di Roma Ernesto Nathan: il Conte Tacchia si misura amichevolmente con un noto professionista romano, e la cronaca registra, oltre alla sconfitta sua e della cavalla Stella, anche paradossalmente il suo trionfo, concessogli dal proprio rivale. Ed eccolo, con una sciarpa dai colori di Roma al collo, che fa due giri di rappresentanza sulla pista, impettito come un tacchino, fra l’urlare festoso della folla, con un caso che solo a fatica viene sedato dalla forza pubblica.

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Durante i festeggiamenti del carnevale del 1907, il Conte Tacchia arriva sul Piazzale del Pincio guidando due magnifici cavalli, quando d’improvviso un gruppetto di ragazzi in maschera circonda schiamazzando la carrozza, all’indirizzo della quale lancia non solo coriandoli e stelle filanti, ma anche sassi e parolacce di ogni sorta, colpendo in pieno anche l’auriga di Adriano Bennicelli, seduto a cassetta. I due uomini reagiscono per le rime, menando colpi di frusta e scudisciate a destra e a manca. I colpiti sporgono querela contro il Conte e il suo cocchiere, che verranno assolti dal Pretore di Roma, il quale si premurerà persino di deplorare pubblicamente l’aggressione subita.

Le beghe giudiziarie del Conte Tacchia, d’altronde, sono ben note a Roma. Nell’agosto del 1904, ad esempio, il Conte sta transitando con le sue aitanti cavalle per Piazza della Libertà, quando un cantoniere stradale che sta innaffiando le aiuole allunga per sfizio lo schizzo d’acqua fra le gambe della cavalla Rosa che, imbizzarrita, scaraventa il tiro fino a Ponte Margherita. Il Conte Tacchia, indispettito, torna indietro e molla una frustata al cantoniere: la questione finisce sul tavolo del Procuratore del Re, che stavolta condanna il Bennicelli a cinque lire di ammenda.

Su quello stesso tavolo, tanto per raccontarne un’altra, Il Conte Tacchia finisce anche per le sue intemperanze nei confronti di un vetturino che ha preso a schiaffi, ma stavolta la condanna è di cinquanta lire. A quel punto, visto il sorriso trionfante dell’avversario, il Conte si affretta a depositare sul tavolo del magistrato un biglietto da cento lire, mollando all’improvviso sulla faccia del vetturino un altro schiaffo, affermando di averlo fatto “per fare conto pari”.

Torniamo però nuovamente all’incidente narrato all’inizio del nostro articolo: l’avvento dell’automobile, infatti, obbliga il Conte Tacchia ad alternare la vecchia passione dei cavalli con quella nuova del motore, su cui deve necessariamente soffermarsi per non restare indietro coi tempi. Acquista allora la già citata “20 cavalli”, sedotto dallo scoppio rabbioso del motore e da una resistenza a prova di bomba: resistenza che verrà meno nell’impatto con il lampione…

Ad un certo punto, nella sua vita scapestrata, il Conte Tacchia sembra decidersi a voler entrare in politica: inizia a prendere contatto con il ceto medio-basso, offrendo soldi e bicchierate, fino a presentarsi ad un comizio di muratori a Trastevere, intervenendo con un discorso ispirato all’Apologo di Menenio Agrippa. II 2 luglio 1910 tutta Roma è tappezzata di manifesti con il suo nome per “una magnata e bevuta fori de Porta San Giovanni ai Cessati Spiriti”. Il Bennicelli raccoglie però soltanto 83 voti, ma ciò nonostante non abbandona questa nuova passione.

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Un bel giorno, alla Sala Pichetti al Bufalo, la cronaca registra l’ennesimo caso dell’arraffazzonata politica del Conte Tacchia. Il locale, trasformatosi fin da subito in un covo di schiamazzi e sberleffi, si appresta ad ospitare una discussione pubblica sul tema “Relazioni tra casa Savoia e gli Asburgo”; ad un certo punto, Bennicelli s’imbizzarrisce come una cavalla di razza, sparando una serie di offese degne del peggior scaricatore del Porto di Ripa Grande e mitragliando con una serie di bordate verbali presenti ed assenti. Da buon capocomico, il Conte Tacchia cerca di animare la discussione, proponendo di intonare le note di una canzone o di leggere un sonetto dialettale, ma in entrambi i casi viene sommerso da una bordata di fischi. A quel punto, se ne esce col suo miglior sorriso: ”Bbòni, bbòni, ve sentirete l’elenco dei personaggi che io vi leggerò. Non vi allarmate. Durerà fino a domani mattina”. Davanti a questa allucinante prospettiva, la sala si svuota. Il Conte attende che l’ultimo se ne sia andato, si volta verso il gestore del locale e mormora: “Brutti fij de ’na mignotta, era l’unico mezzo pe’ cacciavve via”.

Il Conte Tacchia muore il 21 dicembre 1925 nella sua lussuosa casa di via Giuseppe Pisanelli al Flaminio. Di fronte al portone, tantissimi cittadini romani lo piangono, commentandone le gesta e ricordandone la personalità, riconoscendolo come una sorta di primattore sul palcoscenico di una Roma che, senza di lui, sarebbe diventata certo più scolorita.

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