Santa Francesca Romana

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SANTA FRANCESCA ROMANA

Nel 1384 Santa Francesca Romana nasceva in una casa del quartiere nobile di Parione, anche se non conosciamo il sito esatto: doveva probabilmente trovarsi nei pressi di Piazza Navona, perché la bimba venne battezzata nella chiesa romanica di Sant’Agnese in Agone, quando essa aveva ancora la struttura di una piccola basilica e la facciata su Via di Santa Maria dell’Anima.

Diventata grandicella, Francesca accompagnava la madre, Jacovella de’ Broffedeschi, nelle visite alle chiese del rione e spesso addirittura nella lontana Santa Maria Nova sulla antica Via Sacra, un tempo amministrata dai Benedettini di Monte Oliveto: Jacovella era solita infatti confessarsi e comunicarsi da loro. Possiamo immaginarci Francesca incantata di fronte all’icona della Madonna, attribuita al leggendario pennello di San Luca, o ai lastroni di pietra basaltica dove si erano impresse le orme delle ginocchia di San Pietro quando l’apostolo, secondo una pia e improbabile tradizione, vi si era raccolto in preghiera perché il Signore facesse precipitare Simon Mago che si era librato nel cielo per dimostrare i suoi poteri.

Francesca non sapeva ancora che quella chiesa sarebbe stata testimone di alcuni episodi della sua vita e avrebbe accolto sotto altar maggiore il suo corpo. Vi aveva trovato, grazie alla madre, il suo primo Direttore Spirituale, Padre Antonello di Monte Savello, che presto si era accorto della sua vocazione per la vita monastica. Ma fu proprio il benedettino a farle accettare, a dodici anni, il matrimonio con il nobile Lorenzo de’ Ponziani, che era stato combinato da suo padre, Paolo Bussa de’ Leoni, in quel momento Conservatore del Comune di Roma, per allearsi con un’altra famiglia nobile. I Ponziani, il cui capostipite fu un certo Romanus Pontianus Pelliparius, morto nel 1325, si erano arricchiti esercitando il mestiere di macellai e avevano comprato case e feudi nobilitandosi. Risiedevano in un palazzo di Trastevere, al n. 61 dell’attuale via dei Vascellari, che nel Medioevo si chiamava Contrada dei Boccalari a Ripa, toponimo che ricordava i vasai e i barilai della zona. La casa è stata pesantemente rimaneggiata nel corso dei secoli, cosicchè dell’antico palazzo restano soltanto le cantine e, al pianterreno, l’ambiente quattrocentesco con il soffitto a cassettoni.

Non era stato facile inserirsi in quel nuovo ambiente per Francesca, che già soffriva per essere stata costretta ad accettare il matrimonio, su consiglio del proprio confessore, come atto di obbedienza alla volontà di Dio: cadde quindi malata, forse colpita da anoressia. Ogni tentativo di risollevarla da quello stato di prostrazione fu inutile fino a quando, all’alba del 16 luglio 1398, le apparve in sogno Sant’Alessio dicendole: “Tu devi vivere. Il Signore vuole che tu viva per glorificare il suo nome”. Da quel giorno Francesca cominciò ad accettare la sua condizione: avrebbe messo al mondo tre figli, il primo a sedici anni.

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LA VOCAZIONE DI FRANCESCA

Chi si aspettava una normale padrona di casa fu però presto sorpreso. Nel 1401 il suocero Andreozzo Ponziani, dopo la morte della moglie, le consegnò le chiavi delle dispense, dei granai e delle cantine non immaginando quel che sarebbe successo. Francesca, che già con la cognata Vannozza dedicava il tempo libero dagli impegni familiari a soccorrere poveri e malati, non aspettava altro: in pochi mesi dispense e cantine furono svuotate per distribuire i generi alimentari ai poveri. Che fare con quella sconsiderata, se non levarle le chiavi e tenere in casa lo stretto indispensabile per la famiglia?

I poveri però continuavano a bussare alla sua porta. Francesca non si rassegnò: aiutata da Vannozza e da una serva fedele, cominciò a chiedere l’elemosina per poter donare ai poveri il poco frumento ottenuto. A quel punto, avvenne un miracolo: pochi giorni dopo, i granai divennero nuovamente colmi di frumento e lo stesso avvenne per il vino. Grazie a quell’episodio, di cui venne a conoscenza tutta Trastevere, Andreozzo restituì le chiavi a Francesca. Il suocero d’altronde non era sordo alla carità: nel 1391 aveva fondato l’ospedale del Santissimo Salvatore utilizzando la navata destra di una chiesa non più officiata, Santa Maria ad pineam, oggi chiamata Santa Maria in Cappella. Costruita nel secolo XI, era caduta in abbandono finché motivi statici ne avevano consigliato la chiusura delle navate laterali. La chiesa venne restaurata, verso la meta del XIX secolo, dall’architetto Andrea Busiri Vici nella primitiva struttura a tre navate, riportando la facciata all’aspetto medioevale, conferendole l’aspetto attuale: tutte le pitture andarono perdute, mentre un protiro, sopra il quale vi fu posta una statua marmorea della “Madonna con Bambino fra due pini“, inquadra il portale di accesso.

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LE OPERE DI BENEFICENZA

I primi decenni del XV secolo furono drammatici per Roma: lo scisma d’Occidente, le carestie, le invasioni e le guerriglie urbane avevano degradato la citta a un borgo di miserabili. Mancava spesso un’autorità centrale, mentre Papi e Antipapi si combattevano fra di loro. Francesca decise di dedicarsi sistematicamente ad alleviare le sofferenze dei più deboli: con il consenso del marito vendette tutti i vestiti e gioielli a favore dei poveri e indossò un abito di stoffa ruvida, ampio e comodo, per poter camminare speditamente per i vicoli di Roma. Morto il suocero, si prese cura dell’ospedale del Santissimo Salvatore senza rinunciare alle visite negli altri. Insieme con un gruppo di donne che avevano seguito il suo esempio andava anche a coltivare un campo nei pressi di San Paolo da cui ricavava frutta e verdura, che poi distribuiva personalmente con un asinello, suscitando l’ironia del popolo romano. Francesca però era impermeabile a quei sorrisi di compatimento: giunse al punto di chiedere l’elemosina all’entrata delle chiese, per poi distribuirla a chiunque si vergognasse della propria miseria.

Ormai per le vie di Roma si raccontavano i miracoli di colei che il popolino chiamava Ceccolella, “la poverella di Trastevere”: si diceva che avesse risanato uomini feriti a morte, che avesse resuscitato una neonata e ridato la parola a una muta. Molti affermavano che trascorresse ore e ore a pregare, e che spesso cadesse in estasi. Il parroco di S. Maria in Trastevere, Giovanni Mariotti, che la confessava, ne trascriveva le confidenze che, pubblicate per la prima volta dall’Armellini nel 1870 col titolo Vita di Santa Francesca Romana, divennero un prezioso documento del volgare romano del 400 se il curatore non ne avesse qua e là modernizzato il lessico. In tale testo si racconta fra l’altro del suo viaggio mistico nell’inferno e nel purgatorio, così come delle frequenti lotte con il demonio che un anonimo ma eccellente pittore quattrocentesco, forse della cerchia di Antoniazzo Romano, ha rievocato in monocromi verdognoli su una parete dell’antico refettorio nel Monastero di Tor de’ Specchi.

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Furono anni tremendi anche per la famiglia di Francesca. Nel 1409, in una battaglia contro il re di Napoli Ladislao di Durazzo che, contrario all’elezione di Papa Alessandro V, aveva invaso la città, il marito venne ferito gravemente: pur salvandosi miracolosamente, egli rimase semiparalizzato. L’anno seguente la casa venne saccheggiata e i beni espropriati, mentre Lorenzo fuggiva per sottrarsi alle vendette del re di Napoli che prese in ostaggio il figlio Battista. Quindi la terribile epidemia di peste, durante la quale lei si era prodigata tanto da aprire imprudentemente il palazzo ai malati, le portò via due figli, Agnese ed Evangelista: quest’ultimo le sarebbe successivamente apparso in sogno insieme con un arcangelo misterioso, che da allora in poi Francesca avrebbe visto accanto a sé per tutta la vita. Anche Francesca venne colpita dalla peste, ma riuscì a salvarsi e, passata la bufera, si ricongiunse col marito e con il figlio Battista tornato dalla prigionia napoletana.

LA COSTRUZIONE DEL MONASTERO

Spostiamoci ora in un’altra zona di Roma, compresa fra il Teatro di Marcello e il Colosseo, perché sarà in quella zona che si svolgeranno gli episodi più importanti degli ultimi anni di vita di Francesca. Francesca, pur continuando ad occuparsi dell’amministrazione della casa, dove un’intera ala era stata adibita a ospedale, ad accudire il marito infermo e tutti i suoi poveri e malati senza trascurare la preghiera, al punto di dormire ormai soltanto due ore per notte, seguiva anche un gruppo di amiche che si riunivano settimanalmente nella chiesa di Santa Maria Nova: durante uno di questi incontri le invitò ad unirsi più strettamente in una confraternita consacrata alla Madonna.

Il 15 agosto 1425, festa dell’Assunta, davanti all’altare della Vergine il gruppetto delle “Oblate di Maria”, come essere decisero di chiamarsi, pronunziò una formula di consacrazione che lo aggregò all’ordine benedettino: le undici donne, pur continuando a vivere in famiglia, si impegnavano alla frequenza ai sacramenti, alla devozione mariana e all’esercizio delle virtù, soprattutto della carità.

Nel marzo del 1433 Francesca poté riunire le Oblate sotto un unico tetto, una camera e un camerone grande come una piazza cui si accedeva da una ripida scaletta esterna prospiciente la chiesa parrocchiale di Sant’Andrea dei Funari. Il 21 luglio dello stesso anno, la comunità veniva organizzata da Papa Eugenio IV in Congregazione delle Oblate della Santissima Vergine, poi dette Oblate di Santa Francesca Romana.

Francesca, pur recandosi quotidianamente nel monastero, continuava ad abitare a Palazzo Ponziani per accudire il marito: soltanto dopo la sua morte, avvenuta nel 1436, si unì alle sue compagne. Nel frattempo il monastero si era ampliato comprendendo anche la Tor de’ Specchi, che prendeva il nome da finestre rotonde simili a specchi oppure, secondo un’altra interpretazione, dagli spiculi, ossia gli attrezzi per la filatura e la cardatura della canapa che era lavorata in numerosi opifici della zona. Oggi la facciata del monastero costituisce un lungo fronte su via del Teatro di Marcello.

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Ogni 9 marzo, giorno della festa di Santa Francesca Romana, è possibile visitare questa preziosissima gemma nascosta nel cuore di Roma: all’inizio della cosiddetta Scala Santa, che conduce alle Stanze storiche, c’è un bell’affresco di Antoniazzo Romano, Madonna col Bambino tra Santa Francesca Romana e San Benedetto, mentre le pareti dell’Oratorio sono decorate da uno straordinario ciclo di affreschi quattrocenteschi, ottimamente conservati, che vengono attribuiti secondo alcuni storici dell’arte a Benozzo Gozzoli e secondo altri ad Antoniazzo Romano e alla sua scuola.

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I venticinque affreschi narrano la vita di Santa Francesca Romana con i suoi miracoli fino alla morte, dove la sua animula é rappresentata come un neonato che viene accolto in cielo dal Cristo. Sotto ogni scena è possibile leggere una didascalia in gotico librario di notevole interesse, perché é scritta nel romanesco dell’epoca. Infine, sopra l’altare, è possibile ammirare un affresco quattrocentesco, a foggia di pala, rappresentante la Madonna col Bambino in braccio e ai lati San Benedetto e Santa Francesca Romana. Sopra la Scala Santa si apre |’ampio refettorio antico con gli affreschi monocromi sulle tentazioni della santa, dei quali abbiamo già accennato: da una porta laterale si accede alla cella, trasformata in cappella, dove Francesca trascorse gli ultimi anni.

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LA MORTE DI SANTA FRANCESCA ROMANA

In realtà, la santa non sarebbe morta nel suo monastero ma a Palazzo Ponziani: ai primi di marzo del 1440 venne infatti a sapere che il figlio era gravemente malato, e sebbene anche lei stesse male si precipitò a Trastevere per assisterlo. Battista guarì, ma Francesca ormai sfinita morì il 9 marzo al primo piano del palazzo. Il 12 marzo 1440 venne sepolta sotto altar maggiore di Santa Maria Nova dove, nella ricorrenza della morte, l’afflusso dei fedeli era tale che il suo dies natalis venne considerato festivo.

Ci vollero tuttavia quasi due secoli, fino al 29 maggio 1608, perché fosse proclamata santa da Papa Paolo V. A sua volta Papa Urbano VIII volle nella chiesa, detta per l’appunto oggi di Santa Francesca Romana, una confessione che il Bernini ideò a forma di tempietto con quattro colonne di diaspro, in cui nel 1649 lo scultore collocò una statua in bronzo dorato dove lei era in compagnia dell’angelo custode: scomparsa durante la sciagurata occupazione napoleonica, essa venne sostituita nel 1869 da una non eccelsa replica marmorea di Giosué Mieli.

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