Attila flagello di Dio

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ATTILA, IL FLAGELLO DI DIO

Attila, re degli Unni, nacque verso il 395 d.C. Venne educato dal padre Manzuco secondo gli usi della gente nomade, divenendo ancor giovane un perfetto cavaliere, capace di resistere in sella tutto il giorno. Quando morì il padre, gli zii lo mandarono “come ostaggio” l’Impero Romano. Alla morte dello zio Rua, nel 434 d.C., divenne capo degli Unni col fratello Bleda, di cui però si liberò grazie a un compiacente incidente di caccia appena dieci anni dopo.

A dispetto di una tradizione consolidata che lo descrisse come un conquistatore teso soltanto al dominio e alla distruzione, egli mirò invece ad unificare le varie tribù della sua stirpe, sottomettendo una serie di popolazioni barbare e lottando sia contro l’Impero d’Oriente che contro quello d’Occidente. Attila ebbe la sventura di incontrare un generale serio e astuto come Ezio, che lo sconfisse nel 451 ai Campi Catalaunici, e un Papa come Leone Magno, che nel 452 d.C. arrestò la sua tentata invasione dell’Italia, proprio l’anno prima della morte di Attila nel 453.

Proviamo a raccontare la sua epopea con una storia, in parte di fantasia, in parte basata su cronache e fatti realistici.

LA DISCESA DI ATTILA

Una mattina del 452 d.C., Attila chiamò vicino a sé due fra i suoi più fe deli luogotenenti, Scotta ed Edecone. Il sole, che stava per sorgere all’orizzonte, annunciava una splendida giornata di primavera. Attila si avviava ormai verso la sessantina, e sulle spalle cominciava ad avvertire il peso del tempo; soprattutto, però, gli era rimasta in gola la sconfitta dei Campi Catalaunici dell’anno prima.

Il 20 giugno 451, infatti, era stata una giornata maledetta per Attila: lui, il terribile scorridore di mezzo mondo, aveva dovuto abbandonare la campagna di Chalonssur-Marne, imbevuta del sangue di migliaia di Unni, e varcare rapidamente il Reno, per sfuggire a Ezio, il generale romano che per la prima volta gli aveva fatto chinar la testa. Per tutto l’autunno e tutto l’inverno si era ritirato nelle sue lande predilette dietro al Danubio, mentre gli imbelli burocrati della Corte romana di Ravenna ridacchiavano, gridando ai quattro venti che il vecchio leone s’era rifugiato nella tua tana per leccarsi le piaghe mortali.

Attila, in realtà, aveva semplicemente deciso di mettere a profitto l’inverno, per rinnovare gli ufficiali quadri delle truppe e per introdurre fra i suoi soldati, assai abili nelle cariche a cavallo ma scadenti in tutto il resto, la disciplina e l’arte della guerra manovrata, in auge fra i legionari di Ezio.

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L’ASSEDIO DI AQUILEIA

Al primo tiepido venticello di primavera, alla testa dei suoi terribili Unni, Attila si era presentato ai passi delle Alpi Orientali, deciso a far sentire il proprio peso sul suolo italico, mentre nel frattempo Ezio, purtroppo per lui, era coinvolto nelle lotte interne alla Corte di Ravenna. Sull’Isonzo le truppe romane si rivelarono scarse e impreparate, e Attila arrivò passeggiando fino alla pianura, dove incontrò il primo serio ostacolo: Aquileia era infatti un robusto bastione, abituato a far da materasso all’urto di tutti gli invasori.

Fieri della resistenza opposta non molti anni prima a un altro temibile condottiero barbaro, Alarico, e fiduciosi delle gagliarde difese naturali e delle abbondanti riserve di viveri radunate in città, gli abitanti di Aquileia avevano deciso di chiudere la porta in faccia al “Flagello di Dio”: conoscevano bene i racconti sulla crudeltà e le nefandezze degli Unni ma, al riparo delle loro mura, speravano di logorare la pazienza di Attila e di permettere ai cortigiani di Ravenna di mettere insieme un po’ di coraggio e un esercito sufficientemente rispettabile.

Dinanzi alla fortificata Aquileia, Attila cominciò a essere tormentato dai dubbi, gli stessi che lo avevano assalito la notte della disfatta dei Campi Catalaunici. La sua stella stava forse per tramontare? Gli Unni, nonostante gli affrettati insegnamenti dell’ultimo inverno, non erano adatti alla guerra d’assedio: essi erano basicamente predoni ed avevano nel sangue l’istinto dell’attacco improvviso e violento. Posti sotto le mura di una città, impiegati nello snervante gioco dell’assedio, i cavalieri Unni diventavano flosci e melanconici come un puledro impiegato nel traino. Attila doveva gestire inoltre il problema dei rifornimenti: la campagna tutt’intorno era fertile, ma le popolazioni venete avevano fatto piazza pulita, e così per trovare da mangiare gli squadroni Unni dovevano compiere lunghe trasferte nell’interno. I soldati, poi, trasformavano in arrosti i quarti di cavalli morti, col risultato di vedere pullulare qua e là i primi casi d’infezione e di pestilenza.

Attila non era per nulla tranquillo. Erano anche giunte certe voci poco rassicuranti dall’Oriente, che affermavano come sul trono di Bisanzio non sedesse più il placido Teodosio II, ma il duro Marciano, che si mormorava stesse preparando un esercito per venire in aiuto all’Occidente.

In un modo o nell’altro, insomma, occorreva farla finita con Aquileia, per poter voltare pagina e pensare ad altro.

Quella mattina, attanagliato dalle preoccupazioni, Attila si era svegliato molto presto, deciso a compiere una ricognizione. Era ormai giunto in aperta campagna, quando d’improvviso scorse una cicogna levarsi dai tetti di Aquileia e volar lontana insieme ai suoi piccoli. Attila s’arrestò e chiamò vicino a sé Scotta ed Edecone. Afferrando il braccio degli amici, esclamò: “Gli animali avvertono spesso quello che sta per accadere. Hanno sensi superiori ai nostri. Questo volo di cicogna è una chiara profezia: si tratta di una madre molto furba, che fugge con i suoi figli da una città che sta per cadere in rovina e cerca altrove la sicurezza di un nuovo nido”. Scotta ed Edecone risposero sorpresi: “Vorresti forse dire che la caduta di Aquileia è vicina?”, ed Attila rispose con grande sicurezza “Sì, noi siamo soltanto gli esecutori di una volontà che ignoriamo!”.

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L’indomani, all’alba, l’esercito degli Unni era pronto per l’assalto decisivo: tutti i soldati, d’altronde, conoscevano la superstizione del loro capo e la sua cieca fiducia nei presagi degli animali. Resi arditi dalla sicurezza del loro comandante e, soprattutto, spinti dall’ira per gli stenti patiti e dal desiderio dell’imminente saccheggio, i soldati di Attila investirono la città con l’impeto di un ciclone. Aiutati dalle macchine belliche, che Attila aveva fatto costruire dopo le esperienze degli assedi durante la campagna dell’anno precedente in Gallia, gli Unni misero in breve tempo piede sulle mura di Aquileia. Come sospinti da un furore diabolico, le orde barbariche travolgono i difensori veneti. Quando i cavalieri asiatici, attraverso le porte sconnesse, irruppero nelle vie, cominciò la carneficina: bambini, donne, vecchi non vennero risparmiati, in un saccheggio sconsiderato.

Poche ore dopo Attila, attraversando al galoppo le anguste contrade della città, richiamò all’ordine la sua masnada. Aquileia ormai apparteneva ai ricordi, e cominciava la grande marcia sull’Urbe, a cui per secoli avevano guardato con brama ed ammirazione gli occhi abbagliati di tutta l’umanità.

DA MILANO AL MINCIO

Dopo la caduta di Aquileia, la Pianura Padana aveva chinato il capo con rassegnazione di fronte alla furia degli Unni e del loro condottiero. Chi aveva tentato di resistergli, aveva visto le mura della propria città fumanti di rovina e si era sentito stringere il cuore allo spettacolo delle donne violentate e dei giovani scannati come vitelli: tanto valeva far buon viso a cattivo gioco, mettendo amichevolmente a disposizione di Attila oro, viveri e passatempi vari.

Padova, Vicenza, Verona, Brescia e Bergamo avevano preso le armi per un’estrema difesa ed erano uscite dall’avventura terremotate; Milano, invece, scelse scaltramente la tecnica del “prego, si accomodi” e ne uscì fuori con pochi danni.

Fu proprio a Milano che, durante le accoglienze al palazzo del governo, l’attenzione di Attila venne attratta da un grande quadro, che rappresentava i due imperatori romani d’Oriente e d’Occidente sul trono con ai loro piedi le popolazioni degli Sciti. Pare che il condottiero unno apprezzò la pregevole arte degli autori a tal punto, che li pregò di apportare una lieve modifica: i due imperatori dovevano collocarsi al posto degli Sciti, mentre svuotavano dinanzi a sé pesanti sacchi d’oro, mentre sul trono modestamente si sarebbe assiso lui, Attila, il capo degli Unni.

Sia vero o meno, l’episodio riassume perfettamente le aspirazioni di Attila, all’inseguimento del dominio del mondo. Roma era il suo sogno, ed Attila ricordava bene di quando vi trascorse l’adolescenza in qualità di ostaggio. Ormai era stanco della facile passeggiata fra le arrendevoli città del nord; bisognava decidersi al gran passo, ossia varcare il Po e marciare su Roma.

Accampato sulle rive del Mincio, ogni giorno si riprometteva di prendere la fatidica decisione. Invece le settimane passavano e il Mincio continuava a scorrere lento e sornione davanti agli sbracati cavalieri mongoli. Si era ormai in estate e quella del 452 d.C. era particolarmente torrida: gli Unni, abituati ai gelidi climi delle pianure nordiche, si erano spogliati dei tradizionali mantelli di pelliccia, e giravano seminudi in cerca di ombra e di acqua fresca. Il problema era che bere, in quei luoghi paludosi, significava spesso aprir le porte alle infezioni e alle pestilenze, e progressivamente l’esercito cominciava a disperdere le energie fisiche e la consistenza morale.

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IL CONCILIO DEGLI UFFICIALI

Ad un certo punto, quasi fosse giunto il momento cruciale, Attila radunò i luogotenenti e tenne consiglio: “Roma, o la prendiamo adesso o mai più. Il caldo e le malattie diradano le file. Fra qualche mese la nostra superiorità apparterrà ai ricordi del passato”.

Quasi tutti gli ufficiali assentirono, eccezion fatta per Scotta, assorto in gravi pensieri. Attila a quel punto lo scosse per le spalle: “Parla, Scotta, rivela i tuoi tormenti, anche se saranno fonte di dolore per chi ti ascolta”. Alla fine il fedele luogotenente vuotò il sacco: a lui, Roma non era mai garbata, perché a suo dire era protetta dagli dei pagani e da quello cristiano. Era ancora fresco, nella sua memoria, il ricordo di Alarico, re dei Visigoti: nel 410 d.C. era arrivato a Roma baldanzoso e osannante. Lasciando alle sue truppe libertà di saccheggio. Poche settimane dopo, però, era morto in circostanze misteriose, senza neanche il tempo di godersi in pace il bottino. “Attaccare Roma significa suscitare la collera di una forza superiore. Ricordate l’anno scorso a Reims?”.

Attila, che aveva seguito lo sfogo del suo luogotenente senza perderne una sillaba, ebbe uno scatto imperioso. “Reims!” urlò, prima di tacere come sopraffatto dall’emozione. Ricordava benissimo le frenetiche galoppate attraverso la Gallia, prima dello scontro con Ezio ai Campi Catalaunici: ogni giorno un saccheggio, ogni giorno una vittoria, ogni giorno una città distrutta, con i soldati inebriati di gioia che si rivolgevano a lui come a un dio. Poi, però, a Reims era successo qualcosa.

Quel qualcosa aveva lasciato in fondo al cuore di Attila un’impronta indelebile. I suoi soldati non avevano faticato a debellare la resistenza del vescovo Nicasio. Le case erano state subito date alle fiamme e in ogni contrada con donne e vino si inneggiava al saccheggio. Tutto andava secondo i piani, fino a quando Attila era arrivato davanti alla cattedrale, splendente d’ori e di pietre preziose. Stava per varcare la soglia, quando dal fondo della chiesa si era levata una voce terribile, come un tuono, che fece fuggire Attila e gli Unni in preda al terrore.

Scotta aveva ora riportato a galla quei cupi ricordi, e Attila vedeva oscurarsi la via del destino. D’altra parte l’ambizione lo mordeva: aveva Roma a portata di mano e doveva assoggettarsi a una vergognosa ritirata? Poi si guardava attorno, e osservava la precarietà del proprio esercito, tormentato dalle malattie e dai bollori dell’estate padana.

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ATTILA ED EZIO

E poi c’era un dubbio, che lo stava assalendo da settimane: come mai Ezio non era ancora uscito ad incontrarlo in campo aperto? Attila, in balia dei suoi molteplici interrogativi, non sapeva che il vincitore dei Campi Catalaunici stava scontando l’ingratitudine dell’imperatore Valentiniano III e dei suoi corrotti cortigiani di Ravenna. Nessuno aveva riconosciuto l’importanza della vittoria di Ezio, e nessuno aveva avvertito il gravissimo pericolo rappresentato dall’invasione delle orde di Attila attraverso la Gallia. La vittoria di Ezio ai Campi Catalaunici era stata provvidenziale per Roma, ma Ezio non aveva però inferto al nemico l’affondo mortale e non era stato in condizioni di sfruttare in pieno la sconfitta dell’avversario. Non si trattò però di viltà o di errore strategico, quanto di scelta consapevole: Ezio voleva probabilmente evitare di portare troppo in alto i sogni di grandezza degli alleati di quella strepitosa vittoria, vale a dire i Visigoti. A Ravenna, naturalmente, la sua prudenza era stata trasformata in viltà, e il vincitore degli Unni, alla fine, si era ritirato sdegnato in disparte.

Quando Attila si era impadronito di Aquileia, Ezio aveva fatto tacere i risentimenti per le molte offese ricevute dalla Corte romana e si era messo ancora una volta a disposizione dell’Imperatore. Sapeva di non aver truppe scelte e che esse erano anche numericamente insufficienti: aveva allora deciso di temporeggiare, ben conoscendo i guai che Attila avrebbe dovuto gestire, pensando fra sé e sè “in pieno agosto, quando il caldo avrà logorato le forze di Attila, anche le mie poche truppe basteranno per insegnargli la creanza e per inseguirlo fin oltre le Alpi…”.

PAPA LEONE MAGNO

Il piano era sicuramente prudente e lungimirante, ma di nuovo la sua prudenza venne scambiata dall’Imperatore Valentiniano per vigliaccheria. L’imperatore, che di notte rabbrividiva nel letto, sognando il ghigno dei soldati Unni, aveva ritenuto opportuno lasciare Ravenna, troppo vicina alla linea del Po, per raggiungere Roma.

Nell’Urbe, non sapendo più a qual santo votarsi, si sfogò col Pontefice, il Papa Leone Magno che, fin da quando le truppe di Attila avevano iniziato le loro scorribande nella Pianura Padana, era stato con le orecchie ben tese, ordinando preghiere in tutte le chiese d’Italia contro il “Flagello di Dio”. Neppure a lui piacevano le mattane degli Unni.

Quando Valentiniano gli confidò “Siamo perduti, non abbiamo mezzi per resistere, non mi fido di nessuno, ed anche Ezio tergiversa e forse mi tradisce”, al Papa non rimase che rispondere: “Andrò io di persona. Talvolta il diavolo è meno brutto di come lo dipingono”.

Da qualche giorno Attila, sotto la tenda innalzata all’ombra di un fresco boschetto di robinie, meditava sugli avvertimenti di Scotta. Una mattina le sentinelle, dislocate in riva al Mincio, diedero l’allarme: all’orizzonte si intravedeva l’avanzata di un esercito. Attila all’annuncio mandò quasi un urlo di giubilo: Ezio finalmente si era deciso ad attaccare, risolvendo di colpo tutti i dubbi che da settimane angosciavano il capo degli Unni.

In breve le truppe furono schierate in posizione di battaglia, pronte a sostenere l’urto delle legioni romane. Un esploratore, inviato in ricognizione oltre il fiume, ritornò però di gran carriera: non erano le legioni di Ezio, ma si trattava bensì di un enorme corteo di gente anziana, coperta di manti luccicanti, guidata da un vecchio con una lunga barba bianca, vestito tutto di bianco e in sella ad un cavallo bianco, che invece delle armi portavano aste con croci e cantavano inni religiosi.

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Attila rimase sbalordito e chiamò subito i più fidati ufficiali; quindi, dopo aver dato ordine alle truppe di arrestarsi, si diresse al galoppo verso il fiume Mincio, nel suo punto più stretto. Da solo si inoltrò nell’acqua, mentre dalla parte opposta il vecchio dalla lunga barba bianca gli si fece innanzi.

“Come ti chiami?”, urlò il condottiero Unno con voce irata.

Con voce forte, il vecchio rispose: “Leone”.

Tutt’intorno a loro, il canto religioso si spense. Il silenzio della campagna era rotto soltanto dall’acqua scorrente del fiume. Attila, in mezzo al Mincio, stette a lungo a fissare l’inerme figura del vecchio, prima di spronare il cavallo per avvicinarsi, sull’altra riva, alla solenne figura.

Nessuno ha mai saputo quello che i due personaggi si dissero: alla fine del colloquio, mentre i vescovi e i monaci che accompagnavano il Pontefice intonavano un canto di preghiera, Attila raggiunse i suoi ufficiali, ai quali impartì l’ordine di una rapida ritirata. Aveva appena rinunciato al grande sogno della conquista di Roma.

LA MORTE DI ATTILA

Qualche mese dopo, l’imperatore Marciano si svegliò di notte urlando. Agli ufficiali, che si precipitarono presso di lui, raccontò di aver appena vissuto un incubo stravagante: un enorme arco lo minacciava, con la freccia puntata dritta contro il suo petto, ma poi d’improvviso l’arco si era spezzato e dissolto. Gli auguri rincuorarono l’Imperatore, rassicurandolo sulla benignità del sogno.

Quella stessa notte, nella città di Etzelburg, nulla più che un insieme di baracche e di carriaggi, Attila aveva festeggiato le sue nuove nozze. Aveva già cinquantotto anni e più di duecento mogli, tutte più giovani di lui, ma Attila, dopo la ritirata del Mincio, voleva dimostrare agli altri e soprattutto a se stesso di essere ancora giovane.

Aveva scelto come sua sposa una ragazza germanica di grande bellezza, molto più giovane di lui. Al banchetto aveva mangiato e bevuto in modo da sbalordire i suoi sessanta figli, e poi nel cuore della notte si era ritirato nell’alcova, fremente come un ventenne, accanto all’affascinante moglie Ildico.

L’indomani, i suoi ufficiali lo trovarono morto sul letto, mentre la sposa, rannicchiata in un angolo, fissava immobile il pavimento. Il corpo di Attila non presentava ferite: soltanto dalla bocca era uscito un fiotto di sangue. Per due giorni gli ufficiali Unni organizzarono solenni giochi funebri, prima di scavare una grande fossa in cui seppellirono Attila con le armi e le enormi ricchezze, predate un po’ dovunque, dalla Cina alla Gallia. Eressero quindi un gran tumulo di terra, chiedendo infine l’onore di poter seguire il loro grande condottiero nell’aldilà. L’onore venne loro concesso, e tutti finirono sgozzati e sepolti assieme ai loro cavalli ed al loro comandante, che avrebbe voluto conquistare Roma ma che ebbe paura di un vecchio “leone”.

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