Villa Aldobrandini a Roma

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VILLA ALDOBRANDINI A ROMA

Non sempre chi si lascia alle spalle Piazza Venezia, superata la stretta curva di Via Quattro Novembre ed approdato in Largo Magnanapoli, riesce ad alzare gli occhi sull’alto muraglione che costituisce il fronte del piccolo spiazzo. Chi avrà occasione di farlo potrà intravedere, al di sopra di esso, in una sorta di ingannevole miraggio, un giardino pensile apparentemente irraggiungibile, con i verdi profili di lecci, pini, cipressi e platani che stormiscono al vento, affiancati dai coloratissimi ciuffi dei fiori di magnolia.

L’insolito giardino, collocato in così singolare posizione, appartiene alla storica Villa Aldobrandini e sorge nel luogo, originariamente facente parte dell’Agger Serviano, identificato nel 1593 nella pianta di Roma di Antonio Tempesta con la denominazione di “Orti Vitelli”. L’intera zona conservava ancora, all’inizio del Cinquecento, tutte le caratteristiche proprie dei terreni suburbani, con orti e vigne in mezzo alle quali le quiete forme delle rade abitazioni di campagna si alternavano ai suggestivi scorci offerti dagli antichi resti di rovine romane affioranti tra il verde; piccoli sentieri e contorti viottoli interrompevano la distesa dei campi per condurre verso le Terme di Diocleziano, nei pressi delle quali sorgeva un antico ed isolato convento di frati Cappuccini, meta di frequenti pellegrinaggi.

DA IPPOLITO D’ESTE AGLI ALDOBRANDINI

I luoghi erano talmente ameni e l’aria così pura che il cardinale Ippolito d’Este volle acquistarli allo scopo di costruire un luogo di delizie per sé e per la propria famiglia, morendo però nel 1520 prima di aver edificato qualsiasi edificio di cui successivamente sia rimasta traccia.

Il terreno fu acquistato negli anni immediatamente successivi dalla famiglia Vitelli, che provvide ad innalzare un modesto edificio destinato a diventare il primo nucleo della futura villa; ne dà testimonianza un’antica iscrizione, secondo la quale “Vitelliorum gens coeli salubritatem et situs amoenitatem secuta locum hunc instauravit et exornavit”.

Entrati subito dopo a far parte dei beni di proprietà della Camera Apostolica, il terreno e la villa furono donati da papa Clemente VII Aldobrandini al nipote Pietro, da lui stesso elevato alla porpora cardinalizia, unitamente alla concessione, attestata da un chirografo datato 1598, di venti once di Acqua Felice, per l’irrigazione dei giardini e l’alimentazione delle fontane.

La sistemazione di quello che fu chiamato Viridiarium Aldobrandinorum fu affidata all’architetto Carlo Lambardi, maggiormente noto per essersi fatto onore nel 1615 in occasione della realizzazione della bella facciata della chiesa di Santa Francesca Romana. I lavori eseguiti dovettero essere davvero ragguardevoli se un avviso del 1602 riferisce che “il cardinale Aldobrandino li ha fatto risarcir et accomodar in modo che sono da vedere; sebene prima non stavano tutto il male del mondo, tuttavia non c’è comparazione da hoggi a quel che erano prima, et per la copia delle fontane fattevi et acqua in gran copia condottavi, et per le structure et magnificenza delle fabbriche”.

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L’OPERA DI CARLO LAMBARDI

I lavori di sistemazione della nuova villa, che andava ad arricchire la zona situata alle pendici del Quirinale, da poco magnificata da Papa Sisto V con la costruzione della residenza papale e popolata da palazzi patrizi e da magnifiche chiese, furono sicuramente compiuti entro il primo maggio del 1602, giorno in cui il Papa stesso, secondo quanto attestano le cronache dell’epoca, “passò a vedere il palazzo e il giardino”. Lo spettacolo che si offrì agli occhi del Pontefice dovette essere dei più gradevoli: Carlo Lambardi si era attenuto, nel tracciare le linee del palazzetto, ad uno stile barocco relativamente sobrio e non eccessivamente sfarzoso, dando movimento, più che alla facciata che prospettava via Panisperna, all’ingresso reso carrozzabile su via di Mazzarino ed al pittoresco cortile, allietato da una bella fontana. Nella parte posteriore, poi, una terrazza racchiusa da una loggia ornata da statue si affacciava sul bellissimo giardino pensile, arricchito da una superba vegetazione di alberi ad alto fusto.

Alla già ricca collezione d’arte raccolta dal cardinale, che comprendeva capolavori del Correggio, del Parmigianino, di Giulio Romano e di Tiziano, si andò ad aggiungere intorno al 1604 lo splendido affresco che diverrà noto con il nome di Nozze Aldobrandine, scoperto per caso da due tombaroli dell’epoca. “Sul monte di Santa Maria Maggiore negli Horti Mecenati, quei cavettari che continuamente vanno cercando qua e là sotterra trovarono una stanza, ove era rimasto un pezzo di muro in piedi, nel quale era dipinta una graziosa et bella istoria a fresco con figure dentro di tre palmi circa alte, colorite da eccellente mano, che meritò esser segato quel pezzo di muraglia e portato alla luce e posto nel giardino del cardinale Aldobrandino, a Monte Magnanapoli”: con queste parole il celebre pittore Federico Zuccari descriveva il rinvenimento della straordinaria pittura, ammirata e copiata da Pietro da Cortona, studiata e discussa da Rubens e Goethe ed oggi ospitata in una delle ali meno conosciute dei Musei Vaticani.

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DAGLI SPLENDORI ALL’OBLIO

Il cardinale, eletto papa nel 1592 con il nome di Clemente VIII, aveva nel frattempo dovuto abbandonare con estremo rammarico la diletta dimora suburbana, non prima di avervi organizzato splendidi intrattenimenti in onore della regina Cristina di Svezia. In tempi immediatamente successivi dimorò nella villa donna Olimpia Pamphilj, entrata in possesso per matrimonio dell’eredità Aldobrandini, che alla sua morte passò in successione alla famiglia Doria Pamphili ed infine ai Borghese; fu Camillo Borghese che, a metà dell’Ottocento, aggiunse di nuovo al suo cognome quello degli Aldobrandini, dai quali discendeva per via materna.

La villa conobbe un periodo di grandioso splendore durante gli anni dell’occupazione di Roma da parte di Napoleone, quando fu acquistata dal generale Sestio Alessandro Francesco conte di Miollis, Governatore militare e comandante delle truppe imperiali poste a presidio della città. Nella splendida oasi di verde tempestivamente ribattezzata Villa Miollis al Quirinale, il generale napoleonico con velleità di poeta diede sfogo alla sua passione per l’arte e per il classicismo, nonché per le suntuose riunioni mondane: le cronache del tempo descrivono infatti con vivacità e ricchezza di particolari il grandioso ricevimento offerto dal Miollis in onore dello scultore Antonio Canova e la memorabile festa durante la quale le aristocratiche donne romane dai nomi più altisonanti come Lante, Sforza Cesarini, Boncompagni e Giustiniani ballarono, oltre al saltarello romanesco, perfino il valzer, pericolosa “diavoleria” importata dai cugini d’oltralpe di Francia insieme con lo champagne.

Ritornata in possesso degli Aldobrandini, il cui ultimo rappresentante, il Principe Giuseppe, minacciò di venderla ad una società alberghiera, la villa fu acquistata nel 1929 dallo Stato italiano.

La primitiva struttura aveva subito, nel corso degli anni, non poche modifiche, le più importanti delle quali risalgono al 1876, anno in cui ebbero luogo i lavori per l’apertura di via Nazionale, nel corso dei quali vennero alla luce i resti di costruzioni romane ancora oggi visibili. In quell’occasione la villa fu dotata di due nuovi padiglioni sul modello del primo che risaliva al Cinquecento ed il portone affacciato su via Quattro Novembre, venuto a trovarsi sospeso ad un’altezza impraticabile, fu trasformato in un finestrone cieco.

Ai nostri giorni l’edificio principale è in uso al Ministero degli Affari esteri ed ospita l’Istituto di Diritto Internazionale con la sua ricchissima biblioteca. L’imponente portone affacciato su via Magnanapoli introduce ad un ben curato cortile, ornato da una graziosa fontana nella quale una Venere priva di testa sovrasta una navicella di belle proporzioni poggiata su di una vasca bassa e larga: la fontana è inserita all’interno di un elegante emiciclo ornato da reperti archeologici opportunamente restaurati.

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Per decenni, la parte della villa di proprietà comunale, che ha ospitato a lungo una scuola elementare ed il giardino, sede per molti anni degli spettacoli estivi del teatro romanesco di Checco Durante, era rimasta chiusa al pubblico: le statue smembrate, il giardino ridotto ad un desolato tappeto di foglie, frutti ed erbacce, tutto suggeriva l’idea di un rovinoso abbandono.

Nel 1991, per fortuna, le ruspe sono entrate in funzione sul vasto terrapieno che ospita il giardino pensile. Sono stati tracciati ameni vialetti, le aiuole sono state seminate, le piccole fontane che compaiono inaspettate scandiscono ora un percorso piacevolissimo in mezzo al verde ed ai fiori che si andranno ad aggiungere sempre più ai numerosissimi alberi di arancio selvatico e ai secolari cipressi da sempre a guardia del giardino.

Tutt’intorno, in una visione prospettica mozzafiato, è possibile spaziare dalle antiche rovine romane all’epoca moderna: i palazzi di Via Nazionale, il Quirinale, la Torre delle Milizie ed il Palazzo dell’Angelicum appaiono tanto vicini da poter essere sfiorati con le dita.

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