Le scalinate di Roma

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LE SCALINATE DI ROMA

È forse proprio l’orografia stessa dei luoghi sui quali Roma sorse e si sviluppò a risultare alla base dell’estrema varietà urbanistica ed architettonica che colpisce chiunque vi giunga per la prima volta. I tradizionali sette colli, che come ben sapete erano orograficamente in numero maggiore, ed ancor più le numerose alture vulcaniche furono il presupposto per la creazione di un sistema di strade inclinate, di rampe e di scalinate che col passare dei secoli hanno caratterizzato l’immagine stessa della Città Eterna.

Attraverso i secoli, Roma ha così visto sorgere tra i suoi Rioni una miriade di scale che, da semplici elementi di raccordo tra due diversi livelli, sono progressivamente diventate stupende architetture interpretate secondo la sensibilità artistica del momento, in grado di creare magnifiche scenografie prospettiche e modellare plasticamente gli appoggi di chiese e monumenti.

In egual modo, anche gli interni dei ricchi palazzi iniziarono ad esibire esempi di notevole qualità architettonica, a tal punto che, se dovessimo citarle tutte o quasi, ne potremmo ricavare un’immagine completa del gusto artistico che nei secoli ha caratterizzato la Città Eterna.

In un ideale percorso storico, in questo articolo cercheremo di passare in rassegna gli esempi più interessanti di queste scalinate, soffermandoci su quelle che meglio hanno saputo trasmetterci lo spirito del loro tempo.

Per iniziare, ecco emergere dal passato più remoto un’affascinante leggenda cristiana, che porta ancora oggi fedeli provenienti da ogni parte del mondo a salire in ginocchio, sussurrando preghiere di espiazione, ventotto marmorei gradini rivestiti in legno. Stiamo ovviamente parlando della Scala Santa, che Gesù avrebbe salito e disceso per ben tre volte fino alla definitiva condanna nel palazzo di Ponzio Pilato a Gerusalemme. Secondo l’antico racconto, la scalea giunse a Roma per opera di Sant’Elena nel 326 d.C. e venne sistemata da Papa Silvestro I nell’antico Patriarchio, residenza ufficiale dei Pontefici, dove ora sorge il nuovo Palazzo del Laterano eretto alla fine del XVI secolo da Domenico Fontana. Raccontano le cronache che, in una sola notte del 1589, Papa Sisto V con una serie di processioni fece trasportare tutti i ventotto gradini nel nuovo edificio, costruito quasi di fronte al Laterano dal medesimo fidato architetto.

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Pur con i ragionevoli dubbi storici circa l’origine della sacra reliquia, la sacralità di questa scala crebbe a tal punto che, attorno al 1717, essa venne riprodotta in uguali forme nel monastero di San Giuseppe a Capo le Case, affinché le monache di clausura potessero percorrerla beneficiando delle stesse indulgenze riservate alla Scala Santa originale.

Un significato profondamente religioso esprimono anche i 122 ripidissimi gradini antistanti la chiesa di Santa Maria in Aracoeli. Nulla meglio di questo impervio accesso, innalzato nel 1348 ad opera del popolo romano come ringraziamento alla Vergine per la scampata peste che aveva devastato l’Italia, può infatti farci comprendere la concezione medievale della vita come faticoso cammino attraverso difficoltà ed ostacoli fino alla conquista del cielo.

I concetti di sacrificio e sofferenza legati a quest’opera, la prima costruita a Roma dopo il terribile terremoto che scosse le fondamenta dell’Urbe, sono ancora più evidenti per il forte contrasto che si venne a creare nel XVI secolo tra la ripida scalinata dell’Aracoeli e la dolce cordonata che ancor oggi la affianca, aprendoci l’incantevole spettacolo di Piazza del Campidoglio, culminante nella scenografica scalea michelangiolesca addossata al Palazzo Senatorio.

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Ai piedi della doppia scalinata, si ha quasi la sensazione di trovarsi di fronte a due mondi differenti, due universi a confronto: fu infatti in occasione della venuta a Roma di Carlo V che il Papa Paolo III decise di affidare a Michelangelo la realizzazione di questa elegante rampa leggermente rastremata, preludio ad un mondo dove si volesse celebrare non più la sofferenza, ma la gloria e la gioia. Ed ecco l’acqua, simbolo di benessere ed abbondanza, sgorgare dai due leoni di basalto grigio posti ai piedi della scalinata, per la gioia di tutti i popolani.

Fu però senza alcun dubbio il Barocco lo stile artistico che maggiormente arricchì Roma di un gran numero di scalinate che, come splendide scenografie, trasformarono la città in un immenso palcoscenico teatrale.

Passeggiando alle spalle dei Mercati Traianei, percorrendo ad esempio la scenografica Salita del Grillo, non può sfuggire alla nostra attenzione, al termine di essa, la Chiesa dei Santi Domenico e Sisto, famosa per le due particolari rampe a tenaglia con le quali l’architetto Orazio Torriani, alla metà del XVII secolo, impresse un forte movimento ascensionale caratterizzando un prospetto che altrimenti sarebbe risultato fin troppo anonimo. Questa tipologia di scalinata, al tempo stesso dinamica e monumentale, era maggiormente tipica dei grandi palazzi nobiliari e delle ville suburbane, rappresentando quasi un tema profano inserito all’interno di una progettazione sacra.

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Parlando di Barocco, ovviamente, viene assolutamente naturale il collegamento con il suo più celebre interprete, ossia lo scultore ed architetto Gian Lorenzo Bernini che, nei prospettici giochi di luce e spazio eseguiti nella Scala Regia in Vaticano, offrì ai visitatori un esempio della maestria scenografica barocca, in eterna competizione con il suo acerrimo rivale Borromini. In tal senso sarebbe opportuno e doveroso confrontare le due scale contrapposte di Palazzo Barberini, ma essendo interne all’edificio stesso le trascureremo, destinandole ad un altro approfondimento del nostro blog.

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Proseguendo in questo percorso ideale attraverso il tempo, giungiamo alla scalinata di Piazza di Spagna, dove vengono perfettamente esaltati quei principi di movimento che all’inizio del XVIII secolo, dopo le prime sperimentazioni seicentesche, erano giunti ad una perfetta maturazione. Prima della sua realizzazione, il collegamento tra Via dei Condotti e Trinità dei Monti era affidato ad impervie strade alberate, prive di pavimentazione ed affiancate da cespugli e “fratte” (si pensi al nome della non lontana Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, per l’appunto): tutto ciò costituiva una sorta di frattura nel tessuto urbano dell’Urbe, tanto che già dalla metà del XVII secolo si era sentita l’esigenza di risolvere il problema. Il primo ad averne idea fu il cardinale di Francia Mazzarino, ma fondamentale fu in realtà il lascito di 24.000 scudi da parte del rappresentante francese Etienne Geuffier che permise l’esecuzione del progetto all’architetto Francesco De Sanctis.

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L’architetto De Sanctis guardò con attenzione, senza alcun dubbio, al movimentato gioco di forme concave e convesse che il collega Alessandro Specchi aveva realizzato nelle scalinate dell’ormai perduto Porto di Ripetta: le tre rampe a tre ripiani, chiaro riferimento alla Chiesa della Trinità dei Monti alla sommità della scalinata, si allargano e restringono in movimenti pulsanti fino alla sommità, dove la terrazza balaustrata ci offre uno dei più bei panorami di Roma. Col passare dei secoli, infatti, esattamente come era nelle intenzioni del progettista, la scalinata di Piazza di Spagna è divenuta uno dei luoghi di passeggio ed incontro più frequentati della città, dove fino alla fine del secolo scorso facevano bella mostra dei loro variopinti costumi modelle e modelli provenienti da ogni parte del Lazio, in attesa di essere ritratti da pittori e turisti stranieri con particolari velleità artistiche.

Per la loro stessa struttura, le scalinate riescono spesso a dare maggior prestigio agli edifici ai quali introducono: è il caso dell’imponente facciata di Santa Maria Maggiore, stretta tra due palazzi gemelli, che regala alla Basilica notevole slancio e maestosità grazie all’ampia scalinata di Ferdinando Fuga. Ancora più scenografica è la scalinata su Piazza dell’Esquilino, nella proiezione che sfrutta il dislivello stradale con grande genialità.

Il progetto dell’architetto Fuga risale alla metà del Settecento, ma sarà soprattutto il secolo successivo a vedere realizzazioni come il Palazzo delle Esposizioni, la Galleria d’Arte Moderna o il Palazzo di Giustizia, dove i basamenti verranno modellati da scale di travertino il cui fine risulterà essenzialmente estetico.

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Le scale però non vengono ancor oggi ricordate solo per la loro importanza architettonica; sono molte infatti quelle passate alla storia della città per aneddoti od eventi particolari, come ad esempio la cosiddetta “Scala della berlina”, costruita nel 1730 da Papa Clemente XIII sulle demolizioni dell’antico accesso alla Chiesa dei Santi Celso e Giuliano, e che assunse questo nome perché lungo i suoi gradini venivano i condannati all’infame pena della berlina.

Altrettanto celebre è la cosiddetta Scala del Tamburino, che in quel di Trastevere unisce Viale Glorio a Via Dandolo, dove un giovanissimo tamburino di Garibaldi, Domenico Subiaco, cadde sotto i colpi francesi dopo aver suonato la carica dell’attacco del 3 giugno 1849 al grido di “Viva l’Italia”.

Si dovettero attendere quasi due decenni prima di vedere realizzato il sogno di un’Italia unita e di Roma capitale: la celebrazione di questo sogno e del suo artefice, il re Vittorio Emanuele II, trovò la sua realizzazione monumentale nel Vittoriano, addossato al colle Capitolino, ossia il vero e proprio cuore di Roma. Il risultato ottenuto dal marchigiano Vittorio Sacconi, con quell’imponente massa marmorea dominata dall’abbagliante scalea e fortemente criticata dai nomignoli attribuiti dal popolo romano, fu estremamente retorico ma rimane ancor oggi un fulgido esempio del patrimonio storico-monumentale della Città Eterna.

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Altrettanto retorico monumentalismo tornò a farsi sentire nel quartiere E42 (odierno EUR), al fine di celebrare i fasti e le ideologie del regime fascista: quattro scalee marmoree a massiccio basamento andarono a circondare quello che diverrà popolarmente famoso come il Colosseo Quadrato, ovvero il palazzo della Civiltà del Lavoro, metafisica realizzazione delle città immaginarie di Giorgio De Chirico. Seppure il comparto scultoreo di tale edificio non venne mai ultimato per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, le solenni scalinate sollevano ancor oggi il monumentale palazzo sulla sommità del Quadrato della Concordia, a memoria di un’architettura razionalista che ancor oggi si offre alla vista dei visitatori dello splendido quartiere.

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