I teatri storici di Roma

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I TEATRI STORICI DI ROMA

È lecito affermare, senza timor di smentita, che il teatro fece parte della vita sociale e culturale di Roma letteralmente ab urbe condita; tuttavia in questo articolo tralasceremo la vita teatrale nella Roma antica e medioevale, per giungere con un balzo ad un anno da ritenersi emblematico per la concezione del teatro moderno.

Siamo al 1513, anno in cui venne costruito il primo provvisorio teatro di legno sul Campidoglio; da allora, gli spettacoli teatrali rappresentarono l’aspetto culturale più vivace della città, anche grazie a personaggi illustri come Pierluigi da Palestrina e San Filippo Neri che nel XVI secolo diedero grande impulso al teatro musicale, prediletto tanto da nobili e prelati quanto dal popolo.

Nel XVII secolo, poi, in piena Roma Barocca, si iniziò a “fare teatro” letteralmente dappertutto, dai palazzi nobiliari alle chiese, dagli oratori ai fienili: nel 1606 risultavano attivi 52 teatri, tra pubblici e privati, con Gian Lorenzo Bernini a realizzare scenografie, Papa Clemente IX a scrivere libretti teatrali e la regina Cristina di Svezia ad organizzare spettacoli ed i castrati a stupire gli spettatori con le loro voci da soprano.

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Fu nel Settecento che il teatro romano raggiunse il suo massimo splendore, con i nobili da un lato e il popolino dall’altro che decretavano successi e insuccessi dei vari spettacoli. In un secolo vennero inaugurati innumerevoli teatri, fra cui il Teatro Alibert nel 1717, il Teatro Valle nel 1727, il Teatro Argentina nel 1732 ed il celebrato Anfiteatro Corea (oggi Mausoleo di Augusto) nel 1780. Fu una vibrante ondata rivoluzionaria, che a fine secolo portò persino le donne su quei palcoscenici dai quali erano state fino ad allora bandite.

A questa dirompente crescita seguì, nel XIX secolo, una graduale decadenza, che se da un lato vide la ristrutturazione di alcuni impianti, dall’altro propose nuovi luoghi teatrali piccoli e spesso poco curati. Fu il melodramma ad arricchire, in questa fase, la vita culturale romana, anche grazie a personalità di altissimo livello come Rossini, Verdi, Bellini e Donizetti.

Dopo la Presa del 1870 e la nomina della Città Eterna a Capitale, Roma venne decorata dalla costruzione del suo più grande teatro, oggi Teatro dell’Opera, costruito nel 1880 grazie al finanziamento privato di Domenico Costanzi. Esso fu preceduto dal Teatro Quirino (1871) e seguito da altri splendidi teatri, come il Politeama Adriano (1898, oggi cinema Adriano), il Teatro Eliseo (1910), il Teatro Brancaccio (1913), il Teatro Rosa (1934, oggi Ghione), il Teatro Flaminio (1940, oggi Teatro Olimpico) e il Teatro Sistina (1949), che fu il primo ad essere costruito a Roma dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il Teatro Valle

IL TEATRO VALLE

I teatri principali di Roma, storicamente parlando, sono senza alcun dubbio il Valle, l’Argentina e il Teatro dell’Opera.

Il Teatro Valle fu realizzato dall’architetto Tommaso Morelli su commissione di Camillo Capranica che, già proprietario del teatro che da lui prendeva il nome, volle sfruttare meglio un capannone di sua proprietà presso Sant’Andrea della Valle. Per l’epoca, il Teatro Valle dovette essere considerato senza alcun dubbio un teatro d’avanguardia, sia per la forma a ferro di cavallo, che fu in seguito adottata da tutti gli altri teatri per le spiccate doti di visibilità, sia per l’arredo della platea che era attrezzata con panche e non lasciata priva di sedili come avveniva in precedenza. Il Teatro Valle fu prevalentemente un teatro di prosa, anche se non mancarono rappresentazioni con musica tra le quali, nel 1817, la Cenerentola di Rossini.

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Originariamente, il teatro era tutto in legno; la ricostruzione In muratura avvenne ad opera del celebre architetto Giuseppe Valadier che realizzò anche l’elegante facciata neoclassica. Dopo la riapertura nel 1822, il Teatro Valle visse una fase di gloria luminosa, con in cartellone numerose opere di Donizetti, come Zoraide, Elisir d’amore e Torquato Tasso, quest’ultima scritta in soli tre mesi su insistenza dell’impresario Giovanni Paterni.

Fu sempre al Teatro Valle che Filippo Tacconi, drammaturgo e attore italiano più noto con il soprannome di Pippo er Gobbo, rappresentò Il duello di Meo Patacca e Marco Pepe, un suo riadattamento del poema seicentesco Meo Patacca. Tra le prime assolute sono inoltre da ricordare Sogno di un mattino di primavera e Sogno di un tramonto d’autunno, scritti da Gabriele d’Annunzio fra il 1897 e il 1898 ed aventi come interprete la famosa Eleonora Duse, e soprattutto Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello (1921).

Il Teatro Argentina

IL TEATRO ARGENTINA

Il Teatro Argentina nacque per volontà del duca Giuseppe Sforza Cesarini, che utilizzò allo scopo alcune sue rimesse. Fu l’architetto Gerolamo Theodoli a realizzare la sala dalla perfetta acustica, a forma di ferro dì cavallo con sei ordini di palchetti, attrezzando il palcoscenico con ruote per il cambiamento delle scene e disponendo ad illuminare la platea un immenso lampadario a 16 braccia il quale, appena iniziava lo spettacolo, veniva fatto risalire a scomparsa in un’apertura sul soffitto.

L’inaugurazione, il 13 gennaio del 1732, avvenne con la Berenice, dramma con musica di Domenico Sarro interpretato dal celebre sopranista Farfarillo. Considerato subito tra i più belli della città, il Teatro Argentina ebbe l’onore di essere riprodotto (facciata, pianta e sezione longitudinale) nelle tavole della celebre Encyclopédie ou dictionnaire des sciences, pubblicata a Parigi nel 1773. Tutte le più grandi personalità della vita teatrale del Settecento approdarono in questo teatro, dal ballerino Onorato Viganò al librettista Metastasio, dallo scenografo Paolo Landriani al coreografo Gasparo Angiolini, oltre a grandi musicisti come Domenico Scarlatti e Domenico Cimarosa.

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Il teatro dovette però attendere il 1826 per avere una facciata degna della sua fama: a realizzarla, sormontata dalle Muse, fu l’architetto Pietro Holl che ampliò anche gli spazi per il pubblico. Anche nel XIX secolo il tono degli spettacoli fu sempre elevatissimo, come comprovato dalla prima assoluta del Barbiere di Siviglia di Rossini (1816), della Battaglia di Legnano (1849) di Verdi e della Walkiria di Wagner.

Con l’apertura del Teatro Costanzi, più moderno e attrezzato, il Teatro Argentina divenne esclusivamente teatro di prosa, con numerose prime storiche, fra cui La signora Morli una e due di Pirandello con la grande attrice Emma Grammatica (1920) e La figlia di Jorio di D’Annunzio (1922).

Il Teatro dell'Opera

IL TEATRO DELL’OPERA

La costruzione del Teatro dell’Opera si deve alla determinazione di Domenico Costanzi, proprietario della Locanda Quirinale (oggi Hotel Quirinale), che volle dotare la neo Capitale d’Italia di un teatro degno del suo nuovo ruolo. A tale scopo, l’ingegnere Achille Sfondrini realizzò una struttura con tre ordini di palchi e due gallerie, dotando il teatro di accorgimenti tecnici d’avanguardia quali il palcoscenico mobile e il sipario metallico in caso d’incendio.

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Nel teatro, inaugurato nel 1880 con la Semiramide di Rossini, si tennero le prime di opere famosissime come la Cavalleria Rusticana di Mascagni (1890) e la Tosca di Puccini (1900). Nei primi del Novecento alla lirica si sommarono per alcuni anni anche spettacoli alternativi, dagli incredibili trasformismi di Leopoldo Fregoli alle “serate futuriste” di Tommaso Marinetti, fino alla proiezione del film Cabiria diretto da Gabriele D’Annunzio.

Nel 1926 il Governatorato di Roma acquistò il teatro e ne assegnò la ristrutturazione completa a Marcello Piacentini; dal 1928 il teatro, riaperto col Nerone di Arrigo Boito, si chiamò Teatro Reale dell’Opera, per poi venire denominato dopo la Seconda Guerra Mondiale Teatro dell’Opera e ristrutturato nuovamente dallo stesso Marcello Piacentini.

I teatri scomparsi

I TEATRI SCOMPARSI

Nel sonetto I Teatri de Roma, scritto nel 1832, Giuseppe Gioacchino Belli scriveva così:

Otto teatri fanno in sta staggione

de carnovale si me s’aricorda:

Fiani, Ornano, er Nufraggio, Pallaccorda,

Pace, Valle, Argentina e Tordinone.

Con un pizzico di amarezza, tra tutti questi teatri oggi solo i due celebri Argentina e Valle sono ancora attivi, mentre degli altri non vi è più traccia, anche se alcuni di essi hanno avuto un ruolo rilevante nella vita teatrale di Roma.

Una menzione a parte merita il Capranica, anch’esso giunto fino a noi, purtroppo convertito in cinema prima di essere ritrasformato, a partire dal 2005, in un piccolo ma elegante contenitore musicale ospitante le stagioni di opere e concerti. Questo teatro, inaugurato addirittura nel 1679 con il melodramma Dov’è amore è pietà, nacque come teatro privato per volere del Cardinale Domenico Capranica, ma venne trasformato in teatro pubblico già nel 1692. Restaurato ai primi del Settecento dall’architetto siciliano Filippo Juvarra, famoso per le sue opere in quel di Torino, fu inizialmente teatro musicale per poi divenire teatro di prosa: Carlo Goldoni scrisse, appositamente per le sue scene, la Pamela maritata.

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Il teatro scomparso più celebre, fra quelli citati dal Belli, è senza alcun dubbio il Tordinona, noto negli ultimi anni anche come Teatro Apollo, che fu a lungo il primo teatro della città. Esso sorgeva presso il Tevere e fu distrutto nel 1888 per la costruzione dei muraglioni, come ricordato ancor oggi dalla lapide celebrativa che ne conserva il ricordo. Il teatro fu realizzato grazie ai buoni uffici della regina Cristina di Svezia che molto si adoperò affinché il suo segretario, il conte Giacomo Alibert, ottenesse i permessi per la costruzione. Il teatro, inaugurato nel 1670, fu più volte ricostruito da talentuosi architetti come Carlo Fontana e Giuseppe Valadier, restando sempre al centro della vita culturale e musicale di Roma. Molti celebri musicisti vi presentarono per la prima volta le loro opere, da Scarlatti a Bellini, da Donizetti a Verdi, che vi eseguì in prima assoluta il Trovatore.

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Il nome di Giacomo Alibert si legò, seppur non citato dal Belli, anche al Teatro Alibert, che sorgeva alle pendici del Pincio (ancor oggi, Via Alibert ne indica l’ubicazione): il conte possedeva qui un capannone per il gioco della pallacorda e volle trasformarlo in teatro, con l’idea portata avanti dal figlio Antonio.

Il teatro, che nel 1718 era già attivo, ebbe anche il nome di Teatro delle Dame: vi si eseguirono opere musicali di grande prestigio con celebri esecutori tra i quali il Farinelli, considerato il più famoso cantante lirico castrato della storia. La vastità del palcoscenico ne fece inoltre teatro prescelto per la danza e per spettacoli di tipo circense. Un rovinoso incendio, nel 1863, ne sancì purtroppo la fine.

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I Cafè Chantant

I CAFE CHANTANT

Lo scrittore e critico letterario Alfredo Panzini, nel suo Dizionario Moderno, definiva i Cafè Chantant come “locuzione francese, specie di caffè concerto e spettacoli vari con giochi, bizzarrie e specialmente eccitazioni muliebri di danzatrici, cantatrici, Il buon costume non è il carattere distintivo di tali ritrovi”.

Lo spirito relativamente pudico di Panzini si scontrava con la viscerale passione dei Romani per questi luoghi fumosi, frequentati soprattutto nelle umide sere d’inverno, concentrati in particolare attorno a Via Cola di Rienzo, una sorta di cuccagna dalle mille lampadine potendo vantare, lungo poche centinaia di metri, il Principe, il Palestrina e l’Eden. Si percepiva l’aura della belle époque, giunta da Parigi molto tempo prima a risvegliare una vita italiana da un provinciale grigiore bigotto, per farla divenire sempre più europea: c’era l’avventura, l’eccitazione trasgressiva, la caccia al sesso, seppur solo visiva, nel breve spazio di una sera, tra pennacchi e lustrini.

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Le Fifì, le Ninì e le Divine aprivano le porte delle loro case ai maschietti usciti di soppiatto dai rigidi licei dei Gesuiti, che sognavano le Belle Otero e le rotonde Tortayada, sentendosi cantare in faccia da una prorompente fanciulla “quando l’uomo ha messo i baffi / ha bisogno di mogliera…”.

Roma abbandonava l’osteria e la passeggiata a Via Nazionale, ormai considerate un ricordo obsoleto della città burocratica sempre vestita in colore grigio topo, per affollare i caffè concerto del Varietà. Erano tanti: il Gran Eden, il Diocleziano, l’Esedra, il Grande Orfeo (l’ultimo a resistere alla Galleria Margherita in via Depretis), l’Olimpia, l’Eldorado e l’Excelsior, solo per citare i più celebri. In quei luoghi sorrisero, ormai sbiadite dai ricordi del tempo, le Divine Carmen Marini, Olimpia d’Avigny, Mina Rhott, Ester Scozzi, Lydia Johnson e la fragile Bianca Star, figlia dell’anarchico Aristide Ceccarelli e sorella della principessa Fernanda Brancaccio.

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Lina Cavalieri, Leopoldo Fregoli (con il suo Fregoligraph, una sorta di cinematografo ante litteram, di cui abbiamo già parlato in un altro articolo del nostro blog) ed Ettore Petrolini erano gli astri nascenti. Erano i tempi della Roma di Ernesto Nathan, del monumento a Vittorio Emanuele II che ancora non era diventato la “macchina da scrivere”, del Palazzo di Giustizia ben lontano dal soprannome di “Palazzaccio”, dei primi tram elettrici. Un bajocco per il biglietto d’ingresso, tre bajocchi per il “palchettone”, posto privilegiato per il lancio in platea di pomodori, frutta e verdura.

Lina Cavalieri e Ettore Petrolini

LINA CAVALIERI E ETTORE PETROLINI

Tra i due cavalieri Fregoli e Petrolini spiccava per l’appunto la dama, ossia Lina Cavalieri.

Trasteverina oriunda, marchigiana per via paterna, trionfò con la sua sfacciata bellezza al Salone Margherita, dopo essere passata per la Torre di Belisario a Porta Pinciana, dove girava col piattino per raccogliere la questua, e poi al Grande Orfeo, dove tra gli specchi divenne infinitamente bella. Fu il paradiso dopo il purgatorio, il boa di struzzo dopo il misero abito di sartoria.

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Da lì, Lina Cavalieri andò alle Folies Bergères di Parigi, all’Empire di Londra, all’Emplish Garden di Vienna. Una vita sentimentale clamorosamente turbolenta, la sua: a Firenze, dove girava gira con la automobile Diatto a 20 all’ora, ebbe un duca in incognito a farle da chauffeur, che pur di farla capitolare ai suoi piedi le inviò un anello con un diamante enorme, venendo però “rimbalzato”. Al café chantant di Pietroburgo, Lina conobbe un principe e lo sposò, per poi divorziare poco dopo e sposare un altro marito, il miliardario americano Robert W. Chanler, con cui riuscì a rimanere per appena sette giorni di matrimonio. Ecco poi il terzo marito, il tenore francese Lucien Muratore, e poi anche il quarto (ed ultimo), Giovanni Campari.

Lina Cavalieri visse e lavorò a Parigi, aprendo una Maison de beauté, ma restò sempre e comunque una ragazza di Trastevere. Il grande poeta dialettale Trilussa ricordò che una sera, dal Matriciano davanti all’Opera, entrò un olivaro, e Lina Cavalieri si alzò per andare da lui, comprandogli tutte le olive e dicendo con voce rotta dal pianto “anche mio padre vendeva le olive”.

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Ad un baraccone di Piazza dei Cinquecento, intanto, si esibiva il giovane Ettore Petrolini, figlio di fabbro ferraio e nipote di falegname. Faceva il buffone a 6 lire al giorno, ma era un buffone diverso, decisamente nuovo: mentre molti altri si affidavano al classico dialetto napoletano, Petrolini sfondò con il dialetto romanesco, affidandosi a quelle che lui stesso definì “le scemenzuole”.  E così avvenne il suo boom: “calmi, lazzi, scherzi, inerzie / stupidaggini, freddure / cose serie oppure facezie / cose molli oppure dure”.

L'operetta in dialetto romanesco

L’OPERETTA IN DIALETTO ROMANESCO

Nel frattempo, in questa Roma un po’ teatrale, con i suoi ancora scarsi abitanti acquattati come gatti tra i ruderi della sua grandezza, brillanti compagnie operettistiche si esibivano nei teatri allora esistenti, dove il dialetto romano scorreva fluido per il godimento degli attori e degli spettatori.

Morte, morte a re Porsenna,

Lumacone delle Truje,

si succedono ste buje

lui sortanto cià che fà!

Sono le prime battute dell’operetta Muzio Scevola di Giggi Zanazzo con musiche di Giovanni Mascetti, nelle quali si sfotte il re Porsenna quale Lucumone, cioè capo di una lega di città etrusche, trasformato ovviamente del dissacrante vocabolo “Lumacone”.

Dello stesso autore, sempre in romanesco con la particolare doppia consonante iniziale, ecco la mappa dei teatri di allora: “Ortre a l’Apollo o Tordinone, c’era l’Argentina, er Valle, er Capranica, Pallacorda (adesso Metastasio), l’Aliberti, Fia| no, Ornano, er Nufraggio, er Teatro pace, Valletto, el Rossini, er Pavone, er Gordoni, er Teatro Nazionale, in via S. Omobbono, per annà a la Consolazione; er teatro de le Muse pè bburattini, in via de la Renella, c’era poi Corea a via de li Pontefici e un antro teatrino de bburattini sotto all’Arco de Saponari; er teatro Emiliani a ppiazza Navona; un antro de bburattini a la Pulinara; un antro a ppiazza der Fico, ecc.; c’ereno ppiù vvicini a nnoi, er Politeama Romano, e l’Alambra, indove se daveno rippresentazzione de musica e dde commedie”.

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Un quadro completo dell’operetta romanesca lo dava, nella sua Storia della Canzone Romana, Giuseppe Micheli, che fu giovanissimo discepolo di Giggi Zanazzo nella redazione del periodico Rugantino: secondo il suo resoconto, la prima operetta romanesca fu quella dal titolo Meo Patacca er greve e Marco Pepe la crapetta, musicata da Cesare Galanti e scritta dal già citato Filippo “Gobbo” Tacconi, capostipite dei comici romaneschi. L’operetta venne rappresentata, per un interminabile numero di repliche, al teatro di via della Pace, al Metastasio in via Pallacorda, all’Emiliani a Piazza Navona e persino al Capranica.

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Altre compagnie romanesche di rilievo, nell’ambito dell’operetta, furono quelle di Berardi, di Capotondi e di Oreste Raffaelli, talvolta completate con eccellenti numeri di varietà come l’illusionista Mercipinetti, il lottatore Bartoletti, la canzonettista Emilia Persico, Nino de Renzi e la coppia Pina e Vittorio Fioretti che ballavano deliziosamente il saltarello. E, infine, vera la compagnia del maestro Giovanni Mascetti, uno dei migliori compositori di operette romanesche, e comunque, uno dei più fecondi maestri.

Obiettivamente, i Romani amavano questo genere di spettacolo, e le operette di successo furono parecchie. Solo per citare le più famose, Cesare Pascucci aveva musicato Pippetto ha fatto sega, Le gelosie de’ padron Grisogheno, Er re gobbetto e Troppo tardi Sor Nicola; il valente maestro Zuccani aveva musicato Er decano ar mercato a piazza Navona, Un carnevale romano, Ghetanaccio e Da Roma a Napoli; spettavano invece a Giovanni Mascetti operette come Er testamento de padron Checco, La fija de’ lo scopatore, Madama Lucrezia, Bartolomeo Pinelli e soprattutto quel Marchese der Grillo che ebbe un successo fenomenale.

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Di quest’ultima operetta erano divenute popolarissime alcune canzoni, prima fra tutte La serenata d’Ercole che, nel 1895, si sentiva cantare dovunque un tenorino da strada avesse a portata di mano una chitarra. Il pezzo più famoso di questa operetta divenne però la Canzone del Pizzico, che non fu solo il pezzo forte di tutti coloro che interpretarono il famoso personaggio, ma che tornò improvvisamente in voga all’inizio del XX secolo allorché in America il celebre tenore Enrico Caruso dovette subire un procedimento per aver dato un pizzico ad una signora.

Alla fine degli anni Venti del Novecento, l’operetta romanesca declinò. Da un lato, i migliori elementi si erano separati costituendo ciascuno una propria compagnia, ma dall’altro il mancato rinnovamento del repertorio andava ormai a cozzare con il mutamento dei tempi: il popolo ormai evoluto non aveva più voglia di seguire le smargiassate di Meo Patacca e le fanfaronate di Marco Pepe.

Pian piano, l’operetta romanesca si trasferì nei teatrini di periferia, fino a scomparire quasi del tutto, con un ultimo sussulto emozionale, dato da Romolo Balzani, che portò sul palcoscenico con la sua compagnia Tosca sei tu?, con testo di Nello Carotenuto e musiche dello stesso Romolo.

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